Di coloro che inseguono la Carità

Ho guardato in faccia la mia umanità e ne ho avuto orrore.

Ho visto tutte le volte in cui non stavo realmente donando ma donavo per ricevere e ricevevo senza donare.

Non per malizia, ma per debolezza.

Tutte le volte in cui non volevo soffrire il dolore altrui e condividerlo. Non volevo, non volevo, non volevo sentire parlare delle solite storie tristi, penose, sacrificate, deludenti.

Mi ero stancato. Volevo godere. Volevo stare in pace.

Non potevo stare in pace?

Allora mi sforzavo in ogni modo di ridurre i patimenti.

Non vivevo per la Carità. Vivevo per me.

Usavo gli altri per appagare il mio desiderio part-time di amare ed aiutare per sentirmi buono.

Ma non ero buono, ero cattivo.

Meno cattivo di tanti altri ma pur sempre cattivo.

Non era vero amore, era sentimentalismo.

Non era vero aiuto, era esibizionismo.

Non ero strumento di Dio perciò non potevo cambiare le cose, nè portare pace.

Ho guardato la mia umanità ed i suoi frutti.

Ho visto che ogni volta in cui lei primeggiava io perdevo qualcosa.

Io non ero in pace.

L’umanità abbruttiva la mia vita.

Dicevo: “A lui ci penserà Dio…”. “E cosa ne sarà di quest’altro??”, “ Dio penserà anche a lui…!”. “E questa cosa?”, “Io non posso farci nulla, se la deve vedere Dio! Lui è l’Onnipotente, io sono soltanto un uomo…” e così via.

E Dio ci pensava.

E Dio difendeva i suoi figli.

E Dio dava gloria al suo nome.

Ma più Dio ci pensava e più io diventavo inutile.

Più diventavo inutile e più diventavo triste.