Avere trent’anni e la corsa

Ho iniziato a correre a 18 anni circa. Prima nuotavo, nuotavo tanto e ho nuotato finché una grave infezione all’orecchio più due operazioni me l’hanno impedito.

La mia prima uscita di corsa è stata nel parco del mio paese, con un paio di scarpe Adidas dalla suola ultrapiatta. Ho corso — me lo ricordo ancora — circa 250 metri. E poi sono andata a casa.

Negli anni successivi mi sono iscritta e preparata a una maratona (quella di New York) che non ho mai corso, per colpa di un ginocchio dolorante. Ho combattuto e perso miseramente contro le salite spezza-gambe delle colline attorno ad Auckland, Nuova Zelanda. Ho alternato corsa e uscite in bici. Ho smesso e ricominciato.

Tra partenze e pause, la corsa mi ha insegnato moltissimo, più di ogni altro sport.

La prima, grande lezione è stata all’inizio: la corsa ti costringe a imparare a respirare. Senza avere controllo e consapevolezza del tuo respiro, la corsa diventa una rincorsa, lo strazio di chi non decide il ritmo del proprio passo ma lo subisce. Imparare a respirare seguendo il ritmo dei propri passi è liberatorio.

La seconda lezione è stata quando ho convinto anche mio fratello a iniziare a correre ma lui, come molti altri uomini nella mia vita, correva molto più veloce di me. Stare al suo passo, le volte in cui uscivamo insieme, era una tragedia per le mie gambe e per il mio fiato. Così, correre mi ha insegnato a non seguire ritmi altrui, ma solo il mio, e — ancora di più — correre mi ha aiutata a venire a patti con il fatto che sono una persona solitaria. Nella corsa in solitaria trovo spazio per i miei pensieri, silenzio per diluire lo stress e ritmo per organizzare e controllare le mie ansie. La corsa è diventata un pilastro centrale di un’identità di cui non mi vergogno più come una volta: quando corro, preferisco correre da sola.

La terza lezione l’ho imparata quando ho riconosciuto e accettato il piacere di correre — anche se non sempre — con qualcun altro. La corsa, nella mia vita, è stata metafora di moltissimi cambiamenti. E un paio d’anni fa è diventata metafora perfetta di cosa significa costruire una relazione, della fatica e dei compromessi che ciò comporta. Se, correndo con mio fratello, mi sentivo quasi costretta a seguire il suo passo, correndo con il mio compagno ho imparato ad aumentare la mia velocità mentre lui rallenta la sua. Ho imparato che si corre in silenzio anche in due e che una passione coltivata così tanto in solitaria può essere condivisa. Nel giusto modo, con i giusti ritmi.

L’ultima lezione la corsa me l’ha insegnata circa due mesi fa. Dopo un anno completamente ferma per un infortunio mal diagnosticato e mal curato alla gamba, ho ripreso a correre con una tabella di marcia da principianti: corri 1 minuto, cammina 1 minuto; corri 2 minuti, cammina 2 minuti, e così via fino ad arrivare, in 4 settimane, a 30 minuti di corsa (la corsa insegna sopra ogni altra cosa ad avere molta, moltissima umiltà). Tornare a correre da zero è stato inebriante, fastidioso, umiliante e appagante.

Alla soglia dei 15 minuti di corsa +2 minuti di cammino, mi sono resa conto che in un anno senza corsa, immersa in un ambiente lavorativo sempre più devoto all’efficienza, al multi-tasking, all’ottimizzazione e al successo, anche il mio modo di correre era cambiato: volevo solo arrivare alla fine di quei 15 minuti, senza godermi più — come avevo sempre fatto — il piacere insito nel correre, e non nell’arrivare.

Tornare a godere dell’atto di correre, senza la fretta di completare tabelle di marcia, tagliare traguardi e macinare chilometri nel minor tempo possibile, sarà la sfida che mi accompagnerà nei prossimi mesi. E un’altra preziosa lezione imparata.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.