Cavalli e umani (parte 2)

Irene Cassarino
Aug 27, 2017 · 8 min read

Il trekking e 9 ragioni per imparare dai cavalli

Partecipo a due tipi di trekking in questi ultimi anni, in bicicletta e a cavallo. In entrambi i casi ho avuto modo di sperimentare trekking di uno o più giorni, e vere e proprie vacanze itineranti.

Il trekking a cui mi riferisco è una situazione in cui un gruppo intraspecifico (solo uomini o solo cavalli, ad esempio) o interspecifico (uomini e cavalli) si sposta assieme da un punto A ad un punto B, dove il punto B non necessariamente è conosciuto a tutti.

Le cose che si imparano durante i trekking si possono facilmente applicare anche a situazioni in cui A e B sono fasi di una progressione, di una crescita, di una maturazione, di un cambiamento. In particolare, si imparano molte cose sulle dinamiche di gruppo e di leadership, che io riconsidero sempre anche dal mio osservatorio di imprenditrice, di capo d’azienda e di professionista dell’innovazione.

Il leader, durante un trekking, in base alle mie osservazioni può ricoprire tre ruoli utili, ben dissezionati dal nostro etimo : il ruolo del conduttore, della guida, e di chi mena.

Dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana

Il gesto di con-durre include di per sè l’idea e il piacere di avere la compagnia di una persona, un cavallo, un cane, con cui andare da un luogo all’altro. Anche figurato. La compagnia influenza l’esperienza e la plasma in tutto e per tutto, perchè, in effetti, l’accompagnato partecipa all’atto della conduzione.

La guida è il gesto di dirigere chi non ha pratica del cammino e della direzione che deve tenere. Si può guidare anche a distanza, o in differita. Si guida chi non sa.

Chi mena, voce del verbo Menare, è chi conduce con mano, perchè il condotto è talmente inesperto ed insicuro da non accettare altra soluzione per spostarsi. Si mena un bambino a spasso, per esempio. O un adulto spossato. Si conduce a mano un cavallo insicuro o spaventato.

A cavallo mi spetta il ruolo del conducente, della guida, e anche di chi mena. (Nella conduzione, lo sforzo fisico è diviso iniquamente: non ho mai fatto il calcolo ma credo di essere responsabile del 10% — massimo — del dispendio energetico complessivo.)

In bici sono spesso la con-dotta, sono guidata, e quasi mai portata per mano. Quasi, mai.

Confrontando le due situazioni ho l’opportunità di fare esperienza del ruolo del cavallo, e verificare se esistono delle reazioni simili tra umani ed equini, e se queste possono in ultima analisi essere ricondotte al fatto che gli uomini, come gli equini (e non viceversa) sono animali sociali progettati geneticamente per sopravvivere in un ambiente mutevole ed insidioso. I dati che ho raccolto rafforzano la mia intuizione che sia sbagliato umanizzare il cavallo. Sarebbe molto più utile equinizzare l’uomo, cioè riconoscere nel cavallo un punto d’osservazione trasparente per i nostri comportamenti più genuini, la nostra ‘essenza’, e imparare a gestirla nelle situazioni in cui ineluttabilmente esonda dagli argini che la nostra esistenza abitudinaria e la nostra cultura creazionista hanno eretto: quelle in cui ci si inoltra nell’inesplorato.

1. La paura della strada!

Se non conosco la strada e sono la prima della fila, in bici, procedo con cautela ed attenzione. Raccolgo indizi visivi sull’ambiente che mi circonda, sono più suscettibile alle turbolenze (sonore, visive). Rallento in corrispondenza delle curve, perchè non vedo dove e come procede la carreggiata. Per accelerare preferisco i tratti rettilinei ed ariosi. Anche i cavalli fanno così. Più vicino è il leader, dietro di me, e più chiara la sua guida, più mi posso permettere di accelerare.

2. L’indecisione sulla direzione e la costante richiesta di rassicurazione

Se intravedo un incrocio, mi volto e chiedo dove andare. Se mi vene difficile voltarmi, urlo e chiedo a gran voce “E adesso dove vado?”. Se non ricevo un’indicazione chiara: mi fermo, per prudenza. Credo sia una misura di risparmio energetico. Meglio fermarsi e attendere con pazienza, che sbagliare e tornare indietro. Se percepisco indecisione da parte della guida nell’indicare la direzione, una parte di me entra in fibrillazione, e se sono stanca, sopraggiungono insicurezza e sconforto. Alcuni cavalli dopo troppa indecisione prendono l’iniziativa e tornano indietro, sfiduciati. C’è una ragione fisica: la corretta amministrazione delle proprie energie, l’urgenza di trovare riposo all’arrivo, e quindi l’allontanarsi di questa prospettiva. Ho visto uomini manifestare questo comportamento in molte occasioni.

3. La velocità aumenta al ritorno, al giro di boa

Al ritorno, aumento l’andatura. Dentro di me sento la convergenza di due fattori:

  1. L’avvicinarsi dell’arrivo, che mi rassicura nel dare fondo alle energie. (A volte faccio male i conti e mi ‘spompo’ prima del previsto, non sono brava come un cavallo)
  2. Il fatto che, se la strada è la stessa dell’andata, la conosco già e ho meno esitazioni, quindi procedo con maggiore sicurezza.

4. Il senso della direzione che si acuisce con la fatica

Quando sono stanca, il mio senso della direzione si acuisce, cerco di capire meglio dove siamo diretti e cogliere quante rassicurazioni possibili sul fatto che stiamo affettivamente tornando, chiudendo, fermando. Se ho la possibilità di identificare dei punti cospicui che indicano l’arrivo, mi allarmo quando li perdo di vista o percepisco che non li abbiamo perfettamente davanti.

Allo stesso modo il cavallo identifica la direzione ed esprime molto chiaramente (senza paturnie e senza fingersi indistruttibile) il suo desiderio di tornare a casa e riposarsi.

Per entrambi, a volte, un po’ di riposo gioverebbe. Anche distante da casa. L’amministrazione delle energie fisiche è una cosa seria.

5. Il disagio fisico, il caldo, la fatica

Forzare i propri limiti, amministrare male le proprie riserve di energie, è una cosa negativa. Quando sento di essere ‘tirata’ all’estremo, mi capita di fermarmi di blocco, esausta. Questa evenienza non dovrebbe capitare mai, e quando capita si imprime nella memoria come un ricordo non positivo, che associo alla prospettiva di rivivere un certo tipo di esperienze. Di conseguenza, se vedo una salita impennarsi improvvisamente, mi scoraggio e mi agito, perchè so che la volta precedente ho sofferto nel farla.

Il mio pensiero rifugio quando mi trovo in queste circostanze: “Al limite scendo e procedo a piedi”. Oppure: “Mai e poi mai farò una cosa del genere, ma per ora concentrati e superala”. Oppure: “Doccia calda, letto, cibo, chissà che bello all’arrivo”. Oppure: “Ogni pedalata in più sono 30 cm in meno all’arrivo”. Insomma, la mia mente è tesa al ritorno, al rifugio.

Questa cosa capita anche al mio cavallo, e mi dispiace, perchè sono io ad aver scelto di metterlo in quelle condizioni.

6. La pianura e la salita, l’allenamento

La salita è tutta un’altra cosa rispetto alla pianura: coinvolge una muscolatura diversa, un ‘fiato’ diverso. La prospettiva di farsi un giro in salita può atterrire se non si ha la preparazione fisica adeguata. Ci vuole allenamento, graduale, lungo, accurato, in buone condizioni e con tanta serenità. Altrimenti, vedi sopra.

7. Le pause

Le pause, in condizioni di sforzo fisico prolungato, sono ricche di opportunità e dovrebbero essere sempre sfruttate bene. Per evitare di sottovalutarle, meglio pianificarne molte a priori, ed attenersi al piano. Bere, mangiucchiare, rilassarsi. La pausa è rispetto, inanzitutto per sè stessi, e poi per chi si con-duce. La pausa è un riconoscimento, una gratificazione, riporta la concentrazione, può recuperare situazioni difficilissime e permettere di superare passaggi fisici ed emotivi anche estremi.

8. Il conducente migliore è chi sta… dietro

Stare davanti mi fa procedere con maggiore cautela, ma preferisco che la mia guida stia comunque dietro. Perchè non mi sento in affanno nel rincorrerla, perchè mi sento protetta e rispettata. L’importante è che le indicazioni sulla direzioni arrivino in modo chiaro, con tempismo ed affidabilità (il più delle volte). Tanto che, non essendo noi ciclisti dotati di vista monoculare posteriore, abbiamo stabilito di procurarci degli specchietti retrovisori: utile strumento di comunicazione per chi chiunque si trovi ad occupare la posizione di capofila.

Nella ‘società’ dei cavalli vale lo stesso principio, e anche in quella interspecifica uomo-cavallo. Il leader conduce e guida da dietro.

9. L’apprendimento non associativo

Una volta ho rischiato di finire nel Po a causa di un trattore tagliaerba che stava avanzando nella mia direzione, occupando quasi tutta la pista ciclabile. Quando vedo un trattore di quel tipo, in una condizione simile, la prima tentazione è scendere dalla bici e se posso lo faccio.

Ho imparato che le salite prolungate superiori al 9% mi mettono in crisi. Appena le identifico, comincio a preoccuparmi, mi irrigidisco e oppongo resistenza.

Ancora: se una strada che conosco è particolarmente silenziosa, o particolarmente rumorosa, o sgombra o affollata, entro in un sottile stato di allarme, ispeziono, mi preoccupo insomma che possa essere una situazione pericolosa.

Potrei aggiungere molto altro a questo proposito: ho scritto anche un altro articolo su questo meccanismo dell’apprendimento per il quale la reazione dei cavalli viene ingiustamente ridicolizzata. Apprendiamo nella stessa maniera anche noi perchè siamo programmati geneticamente per sopravvivere e tutelarci in un ambiente ricco di insidie.

10. L’apprendimento associativo: il rinforzo positivo, quello negativo

Alla fine di un passaggio impegnativo i complimenti entusiasti di Cosimo per me sono un balsamo. Mentre sono impegnata nello sforzo di superare l’ostacolo, ne pre-gusto il sapore, e questo mi motiva. A volte li cerco esplicitamente. La sua empatia e il suo entusiasmo nei miei confronti mi motivano tantissimo. Nei rarissimi casi in cui è distratto e sottovaluta il mio impegno, ci rimango molto male.

Allo stesso modo mi motiva la prospettiva di una doccia calda, della cena. E se non arriva, sono guai. Mi motiva la prospettiva di raccontare la mia impresa agli amici e parenti, e quindi la possibilità di comunicare con loro, re-incontrarli.

Il tema del rinforzo negativo nell’uomo è più sottile e delicato, tuttavia presente. Non riceviamo quasi mai pressioni fisiche. “Solo” psicologiche, emotive. Cerco in tutti i modi, per esempio, di non deludere Cosimo, la mia guida, perchè anche una sola piega di disappunto nella sua espressione mi ferisce, e preferirei non procurargliela. Se so che un mio comportamento che posso evitare lo fa arrabbiare, mi astengo.

Allo stesso modo non accetto indifferenza e delusione quando ce la metto davvero tutta per svolgere un compito o ottenere un risultato nella sfida che attraversiamo assieme. A quel punto mi chiudo, divento poco collaborativa, comincio a trascinarmi e molto raramente mi arrabbio.

Il giusto equilibrio tra rinforzi positivi e negativi è il segreto dell’armonia e dell’affiatamento nell’allegra compagine avventuriera. Le regole devono essere chiare, talmente chiare da non sentirsi quasi.

11. L’esperienza positiva rafforza la relazione e la fiducia

E il piacere di riprovarci, la prossima volta. Con entusiasmo e partecipazione sempre maggiori, con sempre maggiore responsabilità e co-partecipazione nella con-duzione.

)

Irene Cassarino

Written by

Entrepreneur, innovation detective, horsewoman. Founder at thedoers.co

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