Due o tre cose su Tredici

13 Reasons Why. Da una parte sento il bisogno di scriverne, dall’altra è stato un binge watching così pesante e doloroso che voglio lasciarmelo alle spalle il prima possibile. Ma tant’é: un articolo di chiusura su una serie che ho amato e sofferto mi sembra doveroso.

La prima cosa che mi sento di dire è che in Italia non se n’è discusso abbastanza sulle reti mainstream (come non si discute abbastanza di cyberbullismo e slut shaming online, del resto). A parte un triste articolo sul Foglio e una recensione di Wired, tutto tace.

La seconda nota a margine è che Tredici è costruita perfettamente e tocca delle corde profonde per tutti coloro che il liceo se lo sono lasciato alle spalle da pochi anni: chi non fa troppa fatica a ricordare cosa significhi essere adolescenti. Ne ho discusso all’infinito e in profondità con quasi tutti i miei amici, di età compresa tra i 24 e i 30 anni.

Di conseguenza mi sono chiesta quanto la serie sia stata concepita per un pubblico adulto — o semi adulto — e quanto sia effettivamente fruibile dagli adolescenti.

Una delle sue caratteristiche molto forti e preziose è l’assenza di giudizi morali sui protagonisti. Hannah, la ragazza che si uccide, non è presentata esclusivamente come una vittima innocente: commette degli errori, causa del dolore, prima di tutto ai genitori, a Clay, e alle persone che in vita la circondavano. Allo stesso tempo, gli autori non hanno offerto nessuna giustificazione agli altri personaggi. Un esempio da manuale è Justin, il primo a innescare la spirale di slut shaming contro Hannah: sua madre è una tossicodipendente che vive con un compagno violento, ma non per questo il ragazzo viene rappresentato come il “povero giovane sbandato che soffre troppo per problemi famigliari e a cui tutto è concesso.” Justin è un carnefice, crudele e codardo, come tutti gli altri.

La linea divisiva tra bene e male è chiara: non è chiaro, invece, chi sono i buoni e chi sono i cattivi, nel senso classico dei termini.

Funziona questa presentazione valoriale per un ragazzo di 14 o 15 anni, oppure si rischia di dare adito a interpretazioni distorte? Non tanto la “romanticizzazione del suicidio”, quanto invece una divisione artificiosa tra mostri ed eroi che non rientra nel linguaggio di Tredici, anzi, che lo mistifica.

La serie è una descrizione cruda e senza sconti della realtà liceale della perferia americana (ricorda un po’ il videogioco Life is Strange), non è una serie didattica. Per farsi un’opinione con gli elementi forniti dalla narrazione, è quindi necessario avere già un sistema di valori formato e delle opinioni solide, cosa non così scontata per degli adolescenti.

Questo non significa che non i ragazzi in età da liceo non debbano guardare Tredici, ma che debbano farlo insieme agli adulti, per poi discuterne. La discussione è il motore principale di questa opera televisiva, sia nei suoi fini di intrattenimento che in quelli educativi.

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