In un mondo di squali, pesci rossi.
L’annoso dibattito sulla validità delle facoltà scientifiche versus le facoltà umanistiche.

Gli studenti di studi umanistici si sentono spesso al centro del mirino: “Cosa farai dopo la laurea?” è la prima (e ultima) domanda che molti dei colleghi economisti e ingegneri pongono agli studenti dei corsi della facoltà di studi umanistici. Se dietro questa domanda si celi una certa ironia è da considerare caso per caso. Tuttavia come dare loro torto: recentemente si è aperto un dibattito sulla validità delle facoltà umanistiche e i risultati, riguardanti il valore di mercato di queste lauree, non sono proprio dei più rosei.
Molti si chiedono se iscriversi alle facoltà umanistiche non sia un pessimo investimento, in termini di soldi e tempo, oltre che un lusso “per i ricchi”.
In un articolo de Il fatto Quotidiano, Stefano Feltri, preoccupato per il futuro dei giovani maturandi che a breve dovranno immatricolarsi all’università, scrive “ Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte.”
Nella sua tesi, Feltri sostiene che, secondo recenti studi, laurearsi presso le facoltà umanistiche sia uno spreco di energie e di tempo, addirittura una scelta obbligata per gli studenti “meno svegli”.
“Un paper del centro studi CEPS, firmato da Miroslav Beblavý, Sophie Lehouelleur e Ilaria Maselli ha calcolato il valore attualizzato delle lauree, tenendo conto anche del costo opportunità (gli stipendi a cui rinuncio mentre studio invece di lavorare) delle diverse facoltà nei principali Paesi europei.” In questo paper, i tre ricdrcatori cercano di valutare i motivi per cui si registra, in cinque paesi europei (Italia, Francia, Ungheria, Polonia e Slovenia), una carenza di laureati nelle facoltà scientifiche.
Nel riassumere i dati del paper, Feltri scrive: “Fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in Legge o in Economia è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica o Informatica (le imprese italiane hanno adattato la propria struttura su lavoratori economici e poco qualificati). Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265. Cioè fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere. L’Italia è il Paese dove questo fenomeno è più marcato.” Desta più d’una perplessità il fatto che i dati utilizzati abbiano preso in considerazione il percorso di laureati nell’anno accademico 1999/2000 (monitorati nel 2008), quando ancora non era entrato in vigore il sistema 3+2. Dati, cioè, estratti da un contesto molto diverso da quello in cui si barcamenano gli studenti delle facoltà umanistiche oggi.
Tuttavia, le parole del vicedirettore de Il Fatto Quotidiano non fanno altro che interpretare una tendenza molto diffusa che dà voce al sentire comune: le facoltà umanistiche sono i “parcheggi sociali” di tutti i giovani svogliati e privi di aspirazioni che si accontenteranno di un lavoro privo di prospettive di carriera dopo il conseguimento della loro “inutile” laurea.
E infatti Feltri rincara la dose: “I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi. Ma chi li completa avrà opportunità maggiori, in Italia o all’estero.”
Ecco che si ripropone l’annoso dibattito sulla validità tra facoltà scientifiche (STEM, Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) e facoltà umanistiche, dove l’utilità “sociale” delle prime esclude l’applicabilità e spendibilità delle seconde. Secondo il paper del CEPS, infatti, al netto dei costi sostenuti e dei benefici ottenuti nel tempo, le lauree in Economia, Legge e Scienze politiche darebbero maggiori benefici rispetto alle facoltà umanistiche che si caratterizzano per bassi costi e ricavi ancora minori nel tempo.
Se è vero che una laurea in Lettere o in Filosofia non garantisce un impiego immediato in azienda, è vero anche che il confronto tra uno studente appassionato della sua materia di studio e un suo collega che si dedica a un certo percorso per convenienza, verterà sempre a favore del primo studente. Perché al netto dei costi e dei benefici, uno studente che investe cinque anni della sua vita in un contesto che non lo stimola, si accontenterà comunque di voti mediocri e in seguito di una carriera poco interessante, se il suo obiettivo è semplicemente superare indenne gli esami e conseguire la sua laurea con il minimo della fatica e dell’approfondimento. Inoltre, non sarebbe poi una laurea in studi umanistici la causa della disoccupazione di uno studente con poca voglia di fare che si abbandona all’idea di invecchiare nei corridoi dell’ateneo prima di strappare un titolo di studio. Lo stesso studente, con scarsa attitudine, non avrà certamente risultati migliori in una facoltà scientifica,qualora fosse obbligato dalle circostanze a dedicarsi a un percorso di studi per cui non ha appeal.
Infine, va spezzata una lancia a favore di tutti quegli studenti umanisti che nell’attesa del tanto temuto clash con la realtà lavorativa che li attende dopo la laurea, stanno allenando le loro tecniche difensive. In un mondo fatto di squali utilitaristi, anche il pesce rosso sa affinare le sue strategie per la sopravvivenza, forse addirittura meglio di tanti altri.
Fonti: http://www.valigiablu.it/ma-davvero-le-facolta-umanistiche-sono-un-pessimo-investimento/, http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/13/il-conto-salato-degli-studi-umanistici/1954676/