ED ERA UNA GIOIA

N. aveva sei anni quando suo padre morì. E sua madre aveva partorito da soli 40 giorni l’ultimo figlio. Lui fu affidato insieme ad uno dei suoi fratelli alla nonna paterna. La madre si risposò con un vedovo e portò a vivere con sé gli altri due figli. Il nuovo marito ritirava i pesci dal porto, li faceva mettere dai suoi operai in una ghiacciaia, poi venivano chiusi in casse legate con ferro grazie ad una macchinetta e portati con un carretto trainato da asinelli alla stazione di Golfo Aranci; qui c’era il treno con la carrozza riservata ai pesci che venivano trasportati ad Olbia dove la sera erano imbarcati su di una nave diretta verso il continente. La mattina seguente il pesce arrivava fresco a terra. Gli uomini a quei tempi indossavano in vita una banda di tessuto lunga e nera; quando N. aveva 3–4 anni di notte andava in barca con suo nonno e prima di dormire l’anziano lo legava a sé con l’estremità di questo tessuto così che non cadesse in mare. Da bambino più grandicello lo accompagnava tutte le notti a pescare calamari. Mentre il nonno dormiva lui apriva un quadernino e scriveva delle lettere. Le lezioni a scuola cominciavano alle 8 e finivano alle 12. Lui arrivava non prima delle 10 e mezza. Appena entrava la maestra lo chiamava, lo faceva sedere e gli faceva fare subito qualcosa. Era severa. Lui non aveva sonno, appena c’era un’ora libera giocava con gli altri bambini. Fu ammesso alla terza elementare, ma non la frequentò. Doveva andare a pescare con il nonno. La fame non l’ha mai vissuta perché si lavorava sempre. Quando un uomo andava a comperare il pane, il venditore gli chiedeva se aveva del pesce da dargli e se lui non ne aveva veniva mandato via senza pane. Suo nonno possedeva tante barche grandi, ma lui era ancora giovane e non poteva usarle, due in particolare erano grosse e il nonno faceva mestiere di sciabica. Con una barca da carico, La Marietta, a volte accompagnava il nonno e lo zio a prendere calce e sabbia che poi venivano vendute.

A quei tempi in queste terre era diffuso l’alpaio, un uccello di notevoli dimensioni simile alle aquile. Aveva il nido sopra il Papa e uno a Fontana di Fuori dove c’è un pezzo di roccia che sporge fuori, un’altro alla Frana di Capo Figari e uno alla Calcarella. I nidi erano fatti con grandi pezzi di legna. Una volta N. era in barca con il nonno e si fece scendere alla Calcarella, l’anziano gli disse che era pericoloso avvicinarsi al nido, lui arrampicava con mani e piedi e l’uccello se ne accorse, il nonno gli gridava di scendere che rischiava di cadere a mare. L’uccello volava alla cala della Calcarella dove prendeva delle pietre, tornava dal ragazzo e le mollava vicino a lui per colpirlo. Il nonno aveva paura. E quando la ebbe anche lui tornò indietro.

Dopo la morte del nonno gli serviva una barca piccola per pescare. Gli giunse voce che a La Maddalena ne vendevano una e fu così che a soli 12 anni acquisto per quattromila Lire il Bengasi. I soldi li chiese a ‘mi nanna’, suo nonna, la donna negli anni aveva messo da parte i guadagni del bambino. Quando andava a mare portava a bordo cinque marinai, anziani e con figli, e comandava lui ed era lui a pagarli. Erano ponzesi, napoletani, siciliani e di tanto in tanto li cambiava. Non poteva portare la barca da solo a quell’età, ci voleva un capobarca perché ogni tanto passava la finanza con un mezzo grosso a controllare. Dai 14 anni si poteva chiedere il foglio da conduttore così da comandare la barca a mare. Non vi erano corsi o esami per ottenere questo permesso: la capitaneria chiamò 4 capibarca e fissò un appuntamento. Durante l’incontro chiese ai singoli capibarca se conoscevano il ragazzo e se fosse bravo a mare. Questi risposero: ‘va tranquillo, meglio di noi a mare, è un pesce’. Fu così che gli rilasciarono il libretto da conduttore. Il suo primo libretto lo perse, lo teneva sempre in tasca quando andava in continente e deve essergli caduto. Spesso sua nonna mandava qualcuno a cercarlo perché restava a Tavolara o nelle acque di San Teodoro anche una settimana. Mangiava, dormiva, faceva il fuoco in barca. Usava i bidoni di carburo, erano tondi, di lamiera. Si tagliavano sotto e si faceva uno sportellino. Il caldaio veniva messo in alto dove rimaneva sospeso. Aveva un manico di ferro nel cui foro si metteva un bastone di traverso (solitamente la barra che teneva il timone). Si mangiavano pesce e gallette rotonde che duravano una settimana. Se c’era l’acqua si inumidivano per ammorbidirle sennò si mettevano nella zuppa. Le brocche dell’acqua erano di terracotta e si rompevano spesso nel viaggio. In quei casi la galletta andava rotta sul ginocchio e la si bagnava a mare. Il vino cominciò a berlo che era già grande. Aveva fidanzatine, ragazzine in ogni luogo dove andava. Tardava a tornare a casa perché stava meglio lì dove era. A Tavolara andava a prendere i fichi e riempiva due cestini. Poi faceva la legna a Triglia Liscia, buttava gli alberi secchi a mare, li prendeva con la barca oppure li raccoglieva con un paio di cesti e si faceva il fuoco. La nonna Angela era pensierosa, ma mai arrabbiata. In casa sua casa teneva galline, conigli, maiali e un agnellino che si ingrassava e per Pasqua o Natale si ammazzava. La carne si mangiava una o due volte l’anno, ne erano ghiotti. C’erano i macellai, ma non i soldi. Costava più del pesce. A Golfo Aranci un tempo c’erano gruppi di numerosi mufloni e i cani randagi li inseguivano. La gente a volte li mangiava, erano duretti. Spesso si trovavano in mare con la pancia piena di acqua. Un giorno era con un peschereccio che andava a sciabica a Mortorio e nel mare ne trovarono uno che sarà stato cinque kg. Lo presero e lo mangiarono subito. ‘Allora i denti c’erano’ puntualizza. Si mangiavano anche i cormorani che erano chiamati marrangoni. Facevano paura quando prendevano il volo dagli scogli nelle grotte dove sostavano, stavano tutti ammucchiati e beccavano. Si acchiappavano per il collo e si mettevano in un sacco. Una volta in barca venivano strozzati. I loro nidi erano in montagna, in buchi o grotticelle. Suo cugino a Tavolara andava presso i nidi e buttava giù i piccoli e riponeva le uova in un cestino per poi mangiarle bollite. Ai marrangoni toglievano le piume, li spellavano, venivano aperti, si vedeva la carne (nella pancia c’erano sardine, acciughe, connari), si sciacquavano e si appendevano un paio di giorni per farli scolare. Venivano cucinati in agrodolce e con i peperoni e mangiati subito. Il gabbiano non si mangiava perché non aveva carne. Quando poi vi fu la guerra mancavano le reti e gli uomini pescavano nel fiume di Orosei. Raccoglievano un’erba chiamata totomaglia, la pestavano, la mettevano in sacchi dello zucchero e la spargevano a monte dove cominciava il fiume. Aspettavano che scorresse verso valle e avvelenasse i pesci con il suo effetto mortale e poi mettevano delle reti e prendevano il pesce che andavano a vendere al mercato. Tanta gente andava da sua nonna a chiedere del cibo perché non ne aveva abbastanza. Le donne più povere raccoglievano erbe di campagna, le bollivano e poi ci facevano la frittata. E la nonna dava loro qualcos’altro così che queste potessero sfamare i figli. Non di rado si usava il chinino in pastiglie per abortire, perché troppi figli erano un onere non sostenibile.

N. mi dice che li capisce quelli che oggi vede alla televisione morire in mare mentre tentano di raggiungere l’Italia. Perché lui ha passato la vita scalzo. Perché la vita era più dura ma appena giocavi con gli altri bambini era una gioia: ‘ogni cosettina da niente in più era una gioia. Adesso non viene apprezzato nulla’ sostiene. Nelle calze rotte delle donne si mettevano alghe e paglia e si faceva una palla con cui giocare. Ed era una gioia. ‘Adesso ci sono migliaia di palloni, ma non ce li si gode’ afferma con convinzione. Se uno aveva un’ora di fermo era felice, si metteva sotto un muretto, guardava in aria, pensava ad altre cose, vedeva cose belle. A volte le cose che N. immaginava in quei momenti poi si realizzavano ed è per questo che crede: ‘non lo so cosa c’è, ma c’è’ mi dice. Aggiunge che siamo tutti cristiani, che quelli che hanno bisogno vanno amati, che se abbiamo un pezzo di pane dobbiamo darne un pezzetto all’altro e tenerne uno per noi. Mi racconta che anche prima c’era la cattiveria, ma meno di oggi. Se un anziano cadeva a terra e un ragazzo che passava di lì se ne accorgeva poi lo accompagnava a casa. Adesso non è più così. Una volta teneva la barca vicino a casa sua e poco distante c’era quella di un suo amico. Notò che la cima di questa imbarcazione si stava rompendo e c’era una forte ponentata. Lavorò a lungo per mettere al sicuro la barca dell’amico. Parenti e conoscenti passarono e lo videro bagnato fradicio, ma girarono la faccia e non gli dettero una mano. Mentre un tempo se si notava qualcuno che aveva bisogno ‘anche se dormivi nudo ti alzavi e gli davi una mano. Dove siamo arrivati? Siamo troppo cattivi. Se c’è uno che ha bisogno rimango senza io. Mia moglie era lo stesso. Rimaneva senza mangiare per darlo agli altri’ precisa con fervore.

A Golfo Aranci specialmente prima della guerra non c’erano molti pescatori. In estate con i bastimenti ne arrivavano da Ponza, portavano le loro barche che poi venivano scaricate coi paranchi. Erano specializzati nella pesca delle aragoste con le nasse. I ponzesi andavano d’accordo coi sardi anche perché quest’ultimi prendevano aragoste solo se gli capitavano nella rete mentre stavano pescando altro. I ponzesi con delle piccole nasse prendevano le esche: guarracini, sarrane, gattuzzi e altri pesci. Se ne prendevano troppi quelli che avanzavano venivano messi sotto sale e usati i giorni seguenti. A bordo delle loro imbarcazioni il pesce che avrebbe fatto da esca veniva tagliato a filetti e legato con il filo in modo tale che tutti i pezzi restassero sospesi al centro della nassa. I ponzesi calavano la nassa a mare e attendevano sinché l’animale entrava dalla parte superiore fatta ad imbuto per non riuscirne più ad uscire. A seconda della dimensione della nassa si prendevano anche dodici aragoste. A bordo delle imbarcazioni avevano un vivaio molto grande che conteneva sempre acqua fresca. Le aragoste venivano messe qui dentro, ce ne stavano anche un quintale e se nel viaggio verso la costa se ne trovavano di morte venivano prontamente gettate in mare. La gente le acquistava solo vive, non c’era il frigorifero. Se per caso un pescatore sardo se le trovava nella rete, avendo barche sprovviste di vivaio, le metteva in ceste e vi poggiava sopra un sacco bagnato. Capitava che nelle nasse venissero prese anche delle mosdelle che poi venivano spanciate, messe in salamoia e appese al sole. Con questi pesci i ponzesi una volta a casa loro avevano l’inverno assicurato, le mettevano in acqua la sera, diventavano morbide e poi mangiavano in umido con patate. Sulla via del rientro a circa 200 metri dalla costa dove si trovava un fondale sabbioso, le aragoste venivano calate dentro al marruffo, una nassa costruita con macchia di mirto e lentischio, con maglie grosse cucite tra loro, e con un coperchio sulla sommità. Dei pesi e pezzi di granito li tenevano giù a circa 8 metri di profondità. Ogni giorno il vivaio si visitava per vedere se vi fossero animali morti. Il marruffo si ritrovava velocemente perché era legato a una cima alla cui sommità era fissato un segnale di sughero. C’erano vivai anche a Santa Teresa, Cala di Volpe e Tavolara. Capitava che qualcuno la notte rubasse qualche animale per farsi uno spuntino. Quando si volevano vendere le aragoste, il vivaio veniva trascinato a terra. Gli animali erano mostrati al compratore che una volta scelti li adagiava in ceste. Faceva degli strati di aragoste intercalati con strati di un’erba simile al giunco che manteneva il fresco e le teneva vive. Le casse venivano poi spedite a Roma o in altre città. L’aragosta era buona bollita, in insalata, al sugo oppure alla bellavista. Ovvero bollita e poi stesa, come fosse in posa, in tutta la sua lunghezza su di di una sorta di vassoio. Più avanti i marruffi vennero sostituiti da cassoni.

Le reti a quei tempi erano di cotone, il fanghetto si attaccava soprattutto col caldo e se non le si puliva si rovinavano. Ogni giorno andavano sciacquate altrimenti nel giro di un mese il cotone si cuoceva e andavano buttate, soprattutto in estate. Se il pesce trovava una rete debole la sfondava e se ne andava via. A Golfo Aranci la famiglia di N. aveva le caldaie per fare la tinta alle reti. Erano tre: una da 200, una da 300 e una da 500 litri (per le sciabiche). L’acqua veniva messa a bollire, poi si aggiungeva il sacco della tinta e si buttavano le reti che venivano tinte a mazzetti. Questa tintura si chiamava zappino. Era fatta di corteccia di pino che, una volta staccata dal tronco, veniva adagiata su di una pietra e pestata ore ed ore con un altro sasso sinchè diventava come polvere. Una volta tinte, le reti divenute di colore più marroncino, venivano estratte con l’uso di remi ed erano più rigide e forti. Poi si stendevano ad asciugare i lunghi pezzi sulle spiagge, si passava ogni tanto a smuoverle per farli asciugare più rapidamente. Ce le si metteva sulle spalle e le si portava sulla barca dove si legavano i pezzi uno all’altro. In tempi più recenti quando divenne disponibile il nylon la tintura veniva fatta per dare alle reti un colore che fosse meno visibile a fondo. Solo gli uomini facevano di questi lavori e se qualcuno portava una donna a bordo per farsi dare una mano era criticato: la donna doveva rimanere in casa. A quei tempi le mogli stavano a sentire il marito quando apriva la bocca ed erano riservate.