WhatsApp, liberaci da questo male

“woman holding black smartphone at Whatsapp logo” by Rachit Tank on Unsplash

Questa è la storia di un tool nato per modificare la rubrica del telefono inserendo uno status e diventato il nostro modo di comunicare prediletto.

Nonne che ci vedono crescere i nipoti, gruppi di calcetto di soli uomini zeppi di video porno, classi delle medie di 30 anni fa che si scambiano gli auguri di Natale, amori che crescono, amicizie che si alimentano, condivisioni di scoperte, di scoop e di esperienze.

Conosco varie persone che, pur usandoli, detestano i social, altre che cercano su Google loro malgrado, alcune che acquistano su Amazon anche se non vorrebbero ma non conosco nessuno che usi WhatsApp controvoglia, o che lo disprezzi nettamente. Alla fine, a WhatsApp, un po’ di bene glielo vogliamo tutti: è il vero luogo delle nostre conversazioni; tutto il resto di ciò che scriviamo è meno spontaneo, meno intimo.

Non solo.

Oltre al nostro bisogno di comunicare WhatsApp ha risposto al nostro bisogno, meno nobile, di controllare gli altri. Con le sue spunte blu, con la possibilità di vedere chi è online, chi sta scrivendo, quando è stato fatto l’ultimo accesso e da dove. La comunicazione digitale più invasiva mai avuta a disposizione.


Un po’ di storia

E’ il 2009, Apple sta inserendo sui propri smartphone le notifiche push così che quando una persona cambia uno status, tutta la sua rubrica lo sa.
Jan Koum e Brian Acton ideano un tool che cambia lo status sulla rubrica: “sono al mare”, “vado al ristorante”…

Regole dell’app vengono scritte su un foglio diventato celeberrimo:

No Ads! No Games! No Gimmicks!

No Ads! No Games! No Gimmicks!

Gli utenti iniziano ad usare l’app per chiedersi cose e prendere appuntamenti e così, senza volerlo, WhatsApp diventa quello che è: messaggi istantanei.

Yahoo ci investe subito 250mila dollari e poi Sequoia Capital (già investitrice per Apple, Yahoo!, Google, Paypal…) ci aggiunge 58 milioni.

Nel 2013 ogni utente invia circa un messaggio vocale ogni 2 giorni, un video ogni 4 e 1,5 foto al giorno.

Sequoia Capital rivende l’app nel 2014 a Facebook per 19 miliardi di dollari assicurando ai suoi 450 milioni di utenti l’assenza di pubblicità nel software.

A farci due conti rapidi a Facebook, un utente, costa 31$.

Fino al 17 gennaio 2016 l’applicazione prevede 1 anno di prova gratuito e poi il pagamento di un canone annuale di 0,89 € per Android, BlackBerry o Windows Phone (o 3 anni al prezzo di 2,40 € o 5 anni per 3,34 €) e la possibilità di pagare per un amico.

Dal 18 gennaio 2016 WhatsApp diventa gratuita (solo a me sembra successo un secolo fa?).

Alla domanda “come farà Whatsapp a guadagnare” la risposta di Koum è “non con gli annunci” e aggiunge che la priorità dell’app è focalizzata sulla crescita dei suoi utenti.

A febbraio del 2018 anche WhatsApp lancia (e lo temevamo un po’ tutti) gli status stile Snapchat.

Oggi WhatsApp conta 1,5 miliardi di utenti mensili (quindi al volume attuale un utente è costato a Facebook 13$, per dire). 
4 utenti mobile su 10 lo usano e inviano 60 miliardi di messaggi al giorno.


Perché Facebook ha comprato WhatsApp?

Agli occhi e alle orecchie di tutto il mondo giunge l’irrealistica notizia: l’intrepido Mark Zuckerberg, a pochi mesi dall’acquisto di Instagram per 3 miliardi di dollari, dichiara che gli utenti di Messenger (la sua chat) non la usano per comunicare in tempo reale, o almeno non tanto reale quanto su WhatsApp … quindi se la compra.

Il Digital Marketer medio si interroga: davvero WhatsApp valeva così tanto? E davvero Facebook ha così tanti soldi da spendere?

Il volume di messaggi inviati via WhatsApp stava in effetti raggiungendo il volume di tutti gli SMS a livello mondiale ma le osservazioni a riguardo si limitavano al solo dato di fatto.
Alcuni ipotizzavano che fosse un modo per accedere a 450 milioni di numeri di telefono che avrebbero collegato meglio gli utenti di Facebook con l’offline. Altri supponevano che il vero valore sarebbe stato quello di sviluppare nuove funzionalità come i pagamenti. C’era chi ci vedeva un ampliamento delle potenzialità di targetizzazione di Facebook, che si sarebbe quindi servito di ciò che imparava da WhatsApp.

Mark mise tutti al loro posto mostrando questo grafico:

Come a dire “ma non lo vedete? E’ così evidente… Lo voglio perché tra poco, molto poco, sarete tutti lì”.

Non sappiamo se Mark sia stato più veloce o semplicemente più generoso, ma di sicuro se non l’avesse comprata lui, ora sarebbe in mano a Google o a Microsoft (che si dovette poi accontentare di LinkedIn, ma questa è un’altra storia) o a qualcun altro dei “piani alti”.


La notizia fresca

Colpo di scena: il 5 ottobre WhatsApp annuncia che nel 2019 introdurrà la pubblicità. 
E lo farà sugli status (drammatica ironia).

Questo l’ultimo tweet a riguardo:

Pausa.

Momento dell’indovinello.

Chi ha detto:

Nessuno si sveglia col desiderio di vedere altra pubblicità, nessuno va a dormire pensando alle pubblicità che vedrà l’indomani.

Chi l’ha detto?

E chi ha detto, invece,

“La pubblicità (…) è un insulto alla vostra intelligenza”

e

“Ricordate: quando si parla di pubblicità, il prodotto siete voi”

Indovinato?

Risposta esatta: sono parole di WhatsApp

Nel caso poi qualcuno decidesse di rimuovere il post ho fatto uno screenshot (10 ottobre 2018):

E aveva ragione Mark: siamo tutti lì. Un’enorme massa di prodotti esposti ad annunci dai quali proveremo il desiderio di fuggire. 
Ma nessuno di noi andrà da nessuna altra parte: possiamo scegliere, è vero, ma la scelta del singolo è totalmente irrilevante in questo contesto.

E quindi sceglieremo di aspettare, e aspetteremo fino a che non ci consiglieranno dove altro andare. E magari ce lo suggeriranno proprio attraverso una pubblicità… che forse vedremo su WhatsApp.