Mille Uno

Conto fino a cinque nella mia mente prima di fare il gesto.
Fino a cinque: uno due tre quattro cinque.
Conto fino a cinque e poi tiro un sospiro così largo da farmi vibrare le pareti della cassa toracica.
Sono uno, due, tre, quattro e cinque secondi. Più o meno.
Ho letto da qualche parte che per far sì che uno, contando, copra l’arco di tempo di un secondo esatto sarebbe più corretto contare in questo modo:
«Mille uno, mille due, mille tre, mille quattro, mille cinque… » e via discorrendo.
Temo di essermi sbagliato e riconto, comincio da capo, prendo bene l’aria dentro ai miei polmoni e riprendo.
Mi interrompo a metà perché una foglia di faggio si è incagliata fra l’asfalto e la suola della mia scarpa sinistra; la parte superiore è scossa dai refoli di vento e le estremità sono rese ancora più frastagliate dal loro erratico muoversi e dall’infrangersi periodico sul catrame secco.
Sono indeciso se alzare o meno il mio piede sinistro, ma invece faccio leva con il destro strisciando un poco sulla superficie in camoscio dei miei polacchini, e inverto la polarità delle pieghe della pelle della scarpa.
Questa cambia colore, una macro regione irredentista che si forma spontaneamente, un'isola sul mare.
La foglia ora è spaparanzata supina sotto entrambe le suole delle mie scarpe, e il suo scricchiolio sommesso è il genere di orgasmo uditivo di cui abbisogno in momenti come questo.
Ora la regione foglia è sottesa ad un dominio duplice, una sorta di protettorato consolare, che le mie due scarpe hanno equamente deciso e deliberato: l’unica regione superstite sta per essere cancellata dalla faccia della terra con una contrazione dei miei quadricipiti e delle mie estremità inferiori.
La foglia si è strappata esattamente dove avevo predisposto.
Ora però, il picciolo è attaccato come un vecchio spago stiracchiato alla Regione B, e non mi va che il mio governo faccia dei favoritismi.
Mi ripeto che propugno l’equità di mezzi e non l’equanimità dei risultati, poi sorrido.
Allora mi chino a raccogliere la foglia, saggiandone prima in mano la sua consistenza grumosa e bagnata d’asfalto per i molti passi sopportati al di sopra di lei, e poi con un’unghia incido il limite da tenere per non deteriorare la regione che ho creato.
L’unghia del mio indice sinistro è la più lunga e affilata che ho ed è dunque la prescelta.
Stacco il picciolo e lo ripongo con cura nella tasca interna della giacca, mentre l’altra mano perde di vigore e la foglia cade a terra, laconicamente schiacciando l’altra sotto di sé, e combaciando quasi perfettamente.
Non le toccherò oltre.
L’edifico ha spessi vetri e una cinta muraria alta circa quattro metri/quattro metri e mezzo, una piccola esalazione colore d’azzurro continua ad uscire indisturbata dalla ciminiera, che fuma tranquilla.
Se mi rimetto a contare forse questa volta non perdo la concentrazione.
La sigaretta che sto fumando sta bruciando in maniera irregolare, e le lingue di lava che si impossessano del tabacco innescando la combustione paiono più leccate di un cane affettuoso, che compensi l’imprecisione con lo zelo; un poco di qua, un poco di là e a battiti irregolari il cibo è finito, oppure la sigaretta è stata fumata.
Poco dopo aver gettato il mozzicone sulle due foglie piegate a tramezzino mi ricordo del gesto.
Allora, per calmarmi, e infine accertarmi del funzionamento corretto di una mente che dovrebbe essere in grado di agire secondo delle decisioni precedenti, riprendo a contare.
Utilizzo il trucco questa volta e così sono quasi certo che ad ogni vocalizzo di un numero corrisponderà un vero secondo, in tal modo non avrò ingannato il tempo.
In tal modo, sarò certo e sicuro che la preparazione che fa da benvenuto al gesto sia stata eseguita secondo il protocollo corretto, e non ci saranno errori.
Subito, pare non aver funzionato.
Me ne accorgo perché vedo sempre lo stesso fumo celeste uscire da quel comignolo di fronte a me, quando dovrei vedere piastrelle e finestre aperte a spicchio, e lunghi corridoi smaltati e insegne di servizi ambo-i-sessi. Eppure quel fumo è ancora là e le sue volute sono tutto fuorché eccezionali, anzi hanno tutte la stessa assenza di foga nel palesarsi per quei pochi secondi.
Una festa alla quale non si vuole andare, ma non si fa nemmeno lo sforzo per andarci, così è forse l’esistenza per queste volute di fumo così poco avveniristiche, così forse per tutte le altre controparti della natura che pagano lo scotto di fronte al Mozzafiato dei panorami alpini, o al Romantico delle riviere costiere.
Le volute di fumo a metà, né pronti scappamenti violenti e scomposti di auto a benzina, né gli eleganti capitelli corinzi usciti poc’anzi, tutti agghindati, della mia sigaretta. Non il fumo degli aerei, né il fumo di un’autocisterna andata a fuoco.
Il fumo di quelle ciminiere è un fumo azzurro, che si confonde con il cielo non appena esce dal rettangolo che lo segnala e lo partorisce, non appena esce dalla bocchetta del comignolo.
Dove andrà poi? Che io sappia, non lo so.
Ma scuotendomi dai miei pensieri mi accorgo che il contare è finito, che è ora che io compia il gesto
E fumo e foglia dovranno rimanere alle mie spalle perché questa cosa sì, questa cosa va fatta da soli.
Sono arrivato in anticipo perché immaginavo mi sarebbe servito del tempo per tutta la preparazione.
In effetti è stato così, e ho trascorso due ore e tredici minuti davanti all’edifico, che è anche un’incubatrice di fumo blu, ho scoperto.
Fossi arrivato dopo, non l’avrei mai lontanamente sospettato.
É curioso sentirsi estranei nel proprio luogo di appartenenza, così le foglie che sono state staccate dal manto d’asfalto non paiono appartenere né al mondo naturale né a quello costruito dall’uomo; così il fumo azzurrognolo che continua ad uscire a ritmo regolare dal comignolo ha un sapore talmente estraneo rispetto alle cose che lo circondano e che connaturano la sua esistenza.
Così, forse mi sento anche io mentre varco il portone di ingresso, inspirando l’odore neutro dell’Ospedale.
Io vengo qui tre volte la settimana.
Ogni volta faccio lo stesso percorso: banco di accettazione, tiro fuori il mio ticket per la prestazione medica, pago il necessario, due svolte a destra, prendo le scale del blocco D e salgo quattro rampe, arrivo sul pianerottolo, terza porta a destra, dottoressa Salvatico, leggo, poi busso.
La dottoressa Salvatico ha mani affusolate e gentili, o almeno presumo che siano tali nel contatto con un corpo che non sia il suo; in effetti, come da regola, non ci siamo mai toccati.
Mai lo faremo, mai lo faremmo.
É sempre stata una questione di concentrazione con la dottoressa Salvatico. Concentrazione interna, nel sapere come articolare pensieri persi nell’etere, e concentrazione esterna, nel non franare in lacrime di fronte a lei nel momento in cui metto piede nel suo studio che sa di lavanda.
Quando mi siedo le mie membra si rattrappiscono, appiccicandosi con ogni poro alla sedia che mi viene offerta.
« Come andiamo oggi, Jacopo? » e subito mi vedo tremare.
« Direi bene, oggi. Sì, oggi bene. Ho impiegato due ore e tredici minuti per entrare qui dentro, ma sono riuscito a rispondere al telefono a mia madre questa mattina. »
Sembra sollevata di sentire questa notizia e noi lo siamo con lei.
Io, il fumo azzurrognolo e la foglia.
Pare che io non li abbia lasciati fuori questa volta.
Entusiasti del fatto che siamo riusciti a scorrere il pollice dal centro dello schermo del mio telefono verso l’estremità destra e che io abbia cominciato a dire:
« Ciao; Sì, io tutto bene; E il papà come sta?; No, credo non mi serviranno soldi fino alla prossima settimana; Il nonno è ancora dovuto andare dal dottore?; Sto studiando molto; Sai mi ha scritto questa redazione di un giornale che sarebbe interessata a pubblicare un mio pezzo, però capisci sono giovane, per il momento non c’è compenso economico, mi devo prima far conoscere nel giro. »
[… Ma che importanza potrà mai avere, dare enfasi ad un dialogo ormai estinto pure nella mia memoria?].
Continuo.
« Va bene; Sì, certo che mi potete venire a trovare… ditemi soltanto quando; Va bene, va bene; Mangio fuori questa sera, a casa di un amico; Certo, vi voglio bene anche io; Ma figurati; Assolutamente, risolverò con lui, ne parliamo; Poi sento il professore, ci sarà da comprare il vestito se è questo mese...; Certo, d’accordo; Vi abbraccio forte; Ciao mamma, vi voglio bene; A presto, saluta anche Papà; Ciao, ciao, ciao ciao. »
Giù per la gola.
Come una pastiglia.
Non una pastiglia comune, non la consueta forma elicoidale e predisposta per la corretta digestione.
Tutt’altro, una pastiglia romboidale e acumimata.
Facile? No, la più difficile che io abbia mai ingerito, ma alla quale sono ormai abituato.
Bene quindi, la dottoressa è felice.
Io sono felice e il mio dovere è stato fatto: una telefonata al giorno, forse è il segreto per una vita felice.
Oggi chiamo mia mamma, oggi chiamo la mia ragazza che ho dimenticato da qualche parte e che forse mi ha dimenticato a sua volta, oggi chiamo il professore e gli chiedo se gli piace la tesi “Che dice? Ma il CentoDiecieLode secondo lei posso prenderlo?” e poi riattacco, prima di ascoltare la sua risposta.
Ed è tutto ok, davvero lo è.
Posso tornare qui, e guardare tutte le foglie che voglio.
Forse la dottoressa sta proprio dicendo questo. Che c’è un momento in cui ciascuno di noi; non importa il sesso, l’estrazione sociale, le aspirazioni ed i desideri, ciascuno di noi, insomma, può guardare le foglie e il fumo azzurro che, a rotazione, seguendo le fasi del calendario lunare, cambia di comignolo in comignolo e non si sa mai dove possa essere avvistato.
C’è un tempo per guardare ed un tempo per le telefonate.
Dico alla dottoressa Salvatico che mi sembra una misura assolutamente ragionevole, che la ringrazio, e che il suo è proprio un consiglio giusto, uno di quelli che si danno proprio spassionatamente e senza sotterfugi, quindi sì, ecco, grazie dottoressa.
Mi sento già sollevato quando le prime tre lacrime vengono giù, di solito sono le più difficili da far scendere e di ciò mi vergogno.
Ma la dottoressa ha predisposto un metodo infallibile affinché le prime tre lacrime scorrano senza guai, un piccolo rituale facilitatore, in guisa di una scatola di fazzoletti accuratamente disposta accanto a me.
A volte penso che la dottoressa non sia nemmeno umana; lei non parla mai, ma ascolta sempre e fa grandi e convinti cenni con il capo, come a far intendere che sta seguendo tutta la conversazione e che ha capito.
Che ha capito!
Oh Gesù, lei ha capito davvero!
Quando esco dall’edifico il fumo è grigio, le foglie sono appoggiate ordinatamente in file di sette, e la loro disposizione a terra non mi disturba.
Mi fermo dove l’insegna dell’ATAC indica, aspetto tre minuti e quindici secondi.
Alzo la mano destra, salgo sul bus.
Ho preparato in anticipo i soldi del biglietto.
L’autobus impiegherà trentasette minuti per riportarmi a casa.
Seduto nella prima fila, noto che il manifesto attaccato di fronte a me, incollato contro la cabina dell’autista, ha un angolo sbeccato.
Mi scopro a pensare intensamente a come fare per staccarlo.
Mestre, 08/09/2018
