Cent’anni d’inquietudine

Il 28 giugno 1992 François Mitterand, primo presidente socialista della V Repubblica francese, sfidava l’invadente malattia (un cancro alla prostata tenuto nascosto per dieci anni) per visitare Sarajevo. Una comparsa imprevista ma per nulla casuale: l’anziano capo di stato voleva sottolineare l’inestricabile laccio che legava l’incombente guerra dei Balcani allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, che sui libri di storia prese il via esattamente 78 anni prima, il 28 giugno 1914, con l’assassinio di Francesco Ferdinando per le strade della cosiddetta Gerusalemme dei Balcani.

Con questo aneddoto si apre Il secolo breve, la monumentale opera di Eric Hobsbawm incentrata sul racconto del XX secolo, un’epoca storica densa e del tutto inedita nel percorso dell’uomo: un periodo, secondo l’autore, storicamente costretto tra il 1914, data di inizio della Grande Guerra, e il 1991, quando insieme all’Unione Sovietica cade lo spartiacque sulle cui sponde il Novecento ha disegnato il proprio corso.
Nè Hobsbawm, morto nel 2012, nè tantomeno Mitterand (1916-1996, nascita e morte quasi in simbiosi con il suo Novecento), possono assistere a quanto succede in Europa, in questi mesi tragici e tremendamente evocativi. Eppure è facile immaginare che entrambi avrebbero materiale in abbondanza per irrobustire o interrogare le proprie convinzioni su un secolo che, anzichè breve, sembra non avere nessuna intenzione di finire. Da vent’anni, non solo il facile e inflazionato bersaglio Fukuyama, ma l’intero racconto che avvolge e tesse le nostre società, cataloga il Novecento come un secolo passato, un accidente della storia, una tappa intermedia, e ampiamente superata, nel raggiungimento di un traguardo inevitabile: in sintesi, della globalizzazione dei mercati costruita su una rete di interconnesse e progressivamente transnazionali democrazie liberali. Del XX secolo, nella sintesi che ne tramandiamo, rimangono di conseguenza solo i passaggi propedeutici all’instaurazione di questo capitalismo globale. Così che la fine della storia, se intesa come disciplina critica piuttosto che come processo del cambiamento umano, si è rivelata una profezia azzeccata.

Ma la tragica realtà, che sopravvive a propaganda e desideri, è che l’Europa del 2015 non è poi così diversa da quella del 1914; che la destinazione finale si è rivelata sgradita a parte dei passeggeri, oppure che il tragitto si sta rivelando parecchio più tortuoso del previsto, o in alternativa che i conducenti si sono concessi troppi privilegi, confidando in un equipaggio più mansueto. Qualunque sia la causa più profonda, rimane l’evidenza di un continente promesso a ben altri lidi che si ritrova invece pericolosamente vicino a un buco nero della storia, dove futuro prossimo e passato più oscuro si confondono rischiando di coincidere. Venticinque anni dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, l’Europa vive una crisi di identità di proporzioni inedite, attraversata com’è da laceranti tendenze nazionaliste di cui è difficile prevedere una risoluzione pacifica; e, ancora come allora, la Russia funge da nemico comune (più o meno) cui è appaltata la definizione di un senso per sè, altrimenti introvabile tra le rivendicazioni particolari di staterelli impegnati a farsi la guerra finanziaria, laddove quella militare non è per il momento un’ipotesi praticabile.

La crisi economica spiega qualcosa. La Grecia e la sua possibile uscita dall’euro rappresentano sicuramente una quota rilevante, e di certo appariscente, dei problemi sul tavolo, con il loro corollario di figure carismatiche, di potenziali ribaltoni geopolitici, di decisioni simboliche, di intrecci etico-economici: ottima — si fa per dire — sintesi di un’Europa incapace di ragionare in termini comunitari, e inspiegabilmente affezionata ai propri errori.
La crisi economica spiega anche, in parte, alcune problematiche legate all’immigrazione: per esempio, le reazioni xenofobe di classi popolari disabituate ai ragionamenti politici, a quella che un tempo i marxisti chiamavano coscienza di classe, e che permetteva, con tutti i limiti di tempi militanti e impegnativi, di costruirsi una visione della storia più autonoma e rigorosa rispetto a quella odierna, prigioniera dei venti soffiati a tavolino da chi ha tutto l’interesse affinché le bandiere sventolino altrove.
Ma la crisi economica è un tassello, non l’unico, forse (forse) nemmeno il più decisivo, di un meccanismo che ha vita lunga, lunghissima; e che da un secolo a oggi, con più o meno vigore, si è periodicamente rimesso in moto, tornando, alle soglie del 2016, a funzionare come più di un secolo prima.

Il muro in procinto di ergersi tra Serbia e Ungheria (dove i nazisti hanno il 20%); la Grecia in bilico tra il proseguio di un’austerità letale e il forzato abbraccio con una Russia che promette il giusto e manterrà meno, mentre viene sostenuta in seno europeo da trasversali alleanze rossonere, incentrate non sui mitici contenuti, ma sull’orgoglioso rifiuto del contenitore (questa UE); il Regno Unito pronto a chiedersi via referendum se abbia senso continuare nell’Unione; Marine Le Pen, e forse Matteo Salvini, intenzionati a giocarsi il ballottaggio della seconda e terza potenza dell’Eurozona, nel frattempo impegnate, sebbene entrambe guidate da sedicenti socialisti, a farsi la guerra su qualche migliaio di immigrati, ignobilmente rimpallati lungo un confine ritornato dalla carta alla terra (a ricordarci cos’erano, le frontiere, e cosa non dovrebbero essere); le tensioni religiose intrecciate al degrado delle periferie; una Russia di nuovo minacciosa, a cercare, whatever it takes, di riprendersi un ruolo sul piano internazionale, giocando sulla debolezza europea; un Mediterraneo largamente fuori controllo e senza alcuna prospettiva di stabilità…

L’elenco dei roghi divampati sul territorio politico di quest’Europa triste e incattivita è quasi infinito. Le somiglianze con la polveriera del 1914 a me paiono evidenti: e giova ricordare che nessuno poco prima avrebbe pronosticato lo scoppio di quella che si rivelò, fino al 1939, la guerra più devastante di sempre. Le parole pronunciate qualche giorno fa da Sigmar Gabriel, vicepresidente tedesco e leader socialdemocratico, nei confronti della Grecia (“Non permetteremo che i lavoratori tedeschi e le loro famiglie paghino le promesse elettorali esagerate di un governo in parte comunista”), sono un’involontaria, forse, ma tragica eco di parole simili che i partiti socialisti di un secolo fa, inconsapevoli del criminale inganno di cui si facevano vittime, rivolgevano in favore di una guerra dove le distinzioni e le rivendicazioni di classe lasciarono spazio al massacro tra popoli e nazioni, regalando ai posteri milioni di vinti e un pugno di vincitori. Lo scontro tra i “socialisti” Hollande/Valls e Renzi che si gioca a Ventimiglia sulla pelle dei più deboli tra i deboli, quelli di cui si dovrebbe stagliare la figura su ogni bandiera socialista che si rispetti, ne è solo un’ulteriore testimonianza, crudele e vergognosa.

Servirebbero tante cose che oggi mancano, per uscire da un’impasse che potrebbe essere letale (e non solo in senso figurato) a questo continente esangue che pure tanti meriti ha. I discorsi sulla governance e le istituzioni, sacrosanti, non colgono il punto: senza un radicale cambio di impostazione politica, di ispirazione morale, l’Europa è destinata a un’implosione di cui restano da decretare come e quando, non seperchè. Se la storia insegna qualcosa, è prima di tutto la famiglia socialista (in senso lato) a portare sulle spalle la responsabilità della costruzione di questo nuovo paradigma politico, di questo nuovo progetto sociale.

François Mitterand è stato, come pochi altri, un simbolo di questo secolo (breve? Infinito? Si vedrà). Prima di diventare il primo presidente socialista di Francia fu fascista in gioventù; partecipò alla Seconda Guerra Mondiale, da Vichy passò alla Resistenza, e agli ordini di Charles De Gaulle; divenne poi protagonista della politica, e del secolo, francese, che dall’orrore della guerra ricavò i trentes glorieuses (i trent’anni gloriosi, come li chiamano), poi i suoi due settenati, la riunificazione tedesca, e il crepuscolo di un Paese in declino come la salute del suo presidente.
Nelle biografie degli uomini è illusorio trovare morali: il percorso dei grandi personaggi non è meno casuale di quello di tutti noi. Possiamo (dobbiamo) però cercare lezioni: un secolo tremendo e rivoluzionario come quello passato ne offre infinite. Soprattutto: non fare la guerra. Ce ne ricorderemo?

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.