Una temporanea sepoltura
Elogio impossibile della pazienza.
Il soldato, trapassato, piombò di colpo sul terreno fangoso. I fili, che in qualche modo lo legavano al cielo, non esistono più. La caduta avvenne lentamente, senza far rumore, e gli parve che il mondo precipitasse insieme a lui con estrema naturalezza; come fosse un’azione decisa tanto tempo fa e provata tante volte in un’intima platealità.
L’uomo giaceva a terra e, lentamente, ne assumeva il colore. Assaporava il proprio sangue nella bocca irruvidita dalla sete dopo tante ore di combattimento. Aveva lo stesso sapore dei proiettili.
Oggi si muore, realizzò. Sperava il contrario ma, in tutta onestà, chi verrebbe a salvarlo con il massacro che lo circondava?
Probabilmente nessuno, e chiuse gli occhi.
Rivide l’arcata monumentale della caserma, sopra di lui, passagli oltre la testa nell’istante in cui la attraversava dopo aver firmato per l’arruolamento. Volontario. Era il suo momento. Partire per servire a una causa più grande, mettendo in gioco la vita, e ora che questa era perduta, provava un sentimento chiaro. Delusione, mamma. Sapessi che delusione. Morire poteva anche andar bene, ma non così presto.
Il polso destro sul petto perforato, l’uomo emetteva brevi sibili di fatica. La mano stringeva ancora saldamente la pistola ma difendeva ormai solo un’abitudine forgiata dalla guerra e dalle sue incertezze. Era l’unica cosa alla quale aggrapparsi mentre la vita scorreva giù, verso la terra fradicia, sottraendosi alle viscere e alle ossa. Chiuse gli occhi e abbandonò il braccio, che collassò nel fango, affondando insieme alla pistola ancora tiepida mentre il cuore cedeva i battiti a ogni istante che passava. Il sangue rallentava nei vicoli del suo organismo fino a fermarsi, fino a stagnare, fino a rapprendersi. Non sentiva più le bombe. Che pace, malgrado le circostanze.
Morì con le palpebre socchiuse. La pioggia autunnale continuava a versare una vita apparente negli occhi del ragazzo, e come succede ad una nave sfracellatasi sugli scogli, si riversava all’interno della pistola, sciacquava via le tracce dei suoi assassinii, purificando con la prepotenza della natura la sua natura prepotente, la prepotenza originale delle armi. Il ferro annegava nella mano inerme del padrone, mitragliata da una pioggia a sua volta mitragliata da una guerra che non si curava della propria dipendenza dalla vita.
I rumori si facevano via via più flebili, disperdendosi per il campo e il cielo e lasciando spazio a un silenzio tessuto nella disperazione.
Col calare della sera e la fine dei combattimenti, il campo tornò timidamente a popolarsi. Uno stivale pesante affondò la rivoltella nella sua melma in una, due, tre e quattro pedate sul posto, le ultime due più pesanti per il doppio carico: c’è un soldato morto da portare via.
La salma sfiorò l’arma per l’ultima volta con il tacco dello stivale mentre la trascinavano verso il carro e, dopo uno scambio di indicazioni attutite dal sepolcro fatto di acqua e terra, fu il silenzio.
Silenzio e buio. Un buio umido e penetrante, freddo come la morte per cui la pistola esisteva. Il buio iniziava a eroderla dalle viscere, dai meccanismi e dalla polvere da sparo contenuta nei proiettili e resa inerte, mentre gli alberi smuovevano il terreno con la pazienza dell’eternità, crescendo e vivendo, morendo e rinascendo. Anche l’erba nasceva e moriva in cicli perfetti e infiniti, spingendo l’arma verso le profondità della terra e imbrigliandola in fasci di paglia putrida, poi secca, poi fragile, poi polverizzata in una danza di consistenze e direzioni. E poi di nuovo, in ricorsi costanti che la tiravano all’ingiù. Era l’immobilità sotto il peso del buio che sa di infinito. Una pressione strana, che cambia origine e destinazione nell’indecifrabilità del tempo mentre gli insetti e il passare delle stagioni mutavano la trama dell’ambiente al quale l’arma si arrendeva, e la ruggine conquistava terreno raschiando il vivo del metallo.
La pistola attendeva, come è nella natura di ogni oggetto, gregario della vita degli uomini che ne condividono gli anni. Cos’altro può fare ciò che vita non ha? L’attesa è spietata con gli uomini. Quando non suggerisce sbocchi, delega ad altri la propria iniziativa, pur di averne. Una pazzia, come quella che aveva segnato il destino di un soldato.
L’immortalità non si cura dell’attesa, mentre la mortalità ne vive l’incubo.
Per gli uomini, l’attesa è il motore dell’avventura. Quando contempla i giovani si chiama impazienza, quando contempla gli adulti si chiama desiderio di cambiamento, quando tocca ai vecchi è troppo tardi, dicono.
Finché… colore. Un accenno. Da sotto terra, qualcosa premeva verso l’alto. Qualcosa di vivo e bramoso, qualcosa che anelava alla luce che sembrava persa per sempre.
C’era la vita in quella lenta e incessante spinta colorata. Un nuovo stelo, fragile e testardo, si era insinuato nella guardia del grilletto durante il suo scavo in direzione del cielo, del sole. Per la pistola qualcosa stava cambiando. Un inizio coerente. Una pressione con uno scopo. Qualcosa era nato, e la pistola ne faceva parte.
Quando c’è uno scopo, l’attesa non è più un abisso incolore che si muove secondo disegni che contemplano la media del tutto. La rivoltella sentì l’abbraccio vitale di una crescita solida e benigna che aumentava di spessore. Un abbraccio sempre più stretto, sempre più inclusivo. Il tempo passava, misurabile grazie all’ambiente che prendeva forma. L’arma si trovò fusa per la canna con il tronco di un albero che cercava la luce e che, decennio dopo decennio, si arrampicava verso il cielo perduto da un soldato tanto tempo prima.
Una nuova vita era cominciata. La pistola saliva verso il sole salutando una nuova foresta che le si ergeva accanto, osservando il fiorire di una nuova vita proprio là dove la morte le diede una temporanea sepoltura.