Pendolarismi — Esistenzialismo da banchina

F, sulla sessantina, sta seduto accanto a me e mangia la pasta che gli hanno preparato i genitori della Fiammetta, la sua compagna. Osserva passare il treno merci e nonostante il rumore intuisco che sta canticchiando una canzone spagnola strappalacrime che ha imparato al corso di balli latinoamericani a cui l’ha portato la compagna.
Sorride mentre canta tra un boccone e l’altro e anche quando sbuccia la pesca. Lo fa con estrema cura, concentratissimo. Passa il freccia rossa diretto a Venezia, portandosi dietro una nube di cartaccia e polvere. F, con pacatezza, soffia sulla pesca e la mangia a spicchi sottili.
Ogni tanto mi guarda e sorridendo dice qualcosa sulle donne. Mi dice che è fortunato ad avere Fiammetta e poi ridendo dice che lei gli sopravviverà sicuro perché non ha avuto nella vita molti pensieri «Buona salute e pochi uomini. Avrà una vita lunga e mi toglierà il tribolo di cercare una badante a cui lasciare in eredità le poche cose che ho messo da parte».
Finisce la pesca in tempo per il suo treno verso la Puglia e si asciuga la fronte perlata di sudore «Sudo sempre come un animale quando mangio una pesca». Mi saluta e sale sul suo treno. 
Dal finestrino mi urla una qualche frase dal suo repertorio di umorismo da meccanico, una frase sulle donne e sui drammi che accorciano la vita.
Non mi dispero.
Avrò modo di sentirla altre cento volte insieme alla canzone nostalgica imparata al corso di balli latinoamericani.