Primavera segreta #1

La primavera, nel deserto, è una stagione invisibile. Nonostante molti sostenessero che non fosse possibile quella stagione a quella latitudine, alcuni erano convinti del contrario.
Di questa setta implicita della primavera segreta faceva parte Nonno Asuf, un vecchio berbero con il volto ruvido. Il suo volto ricordava più i canyon ripidi della rocciosa Kasèsh’Ramàh, a sud, che le dune morbide e silenziose di Zahi, la terra dei fiori grigi dove il vecchio viveva.
Nonno Asuf non aveva figli nè nipoti in realtà, ma “Nonno” rimane la parola migliore per tradurre il termine “Ruma”, nella nostra lingua. Letteralmente sarebbe “Vecchio” ma a questa traduzione manca l’affetto caloroso che porta con se la parola Ruma e che aveva portato la gente del deserto a sceglierla per Asuf.
Ruma Asuf, il vecchio nonno Asuf di Zahi, la regione desertica dei fiori di grigi, era pazzo. Gli adulti lo sapevano bene e certi suoi coetanei si ricordavano anche di quando arrivò all’accampamento in fin di vita.
Aveva circa 10 anni e stando ai racconti degli altri vecchi e di Asuf stesso, il deserto si era portato via la sua Sahyà, il suo equilibrio.
Capitava ogni tanto di incrociare questi naufraghi del deserto. Mercanti, viaggiatori, soldati smarriti che vagano senza meta. A volte soltanto anonimi scheletri nella sabbia, a volte esuli farneticanti che morivano al primo pasto. Di giorno in giorno, dall’istante del loro smarrimento, s’alleggerivano di qualcosa. Prima lasciavano dietro di se il superfluo, poi gli oggetti di valore economico poi quelli di valore sentimentale ed infine camminavano scalzi, con la pelle bruciata dal sole ed una borraccia vuota stretta in una mano.
Il vecchio Asuf raccontava che ogni giorno, al sorgere del sole, il deserto chiede al popolo degli smarriti qualcosa, in cambio di un altro giorno di sopravvivenza. Subito gli smarriti gli donano qualche stoffa colorata, una padella, carabattole di cui possono fare a meno. Col passare dei giorni però gli donano tutto ciò che hanno di più caro finchè non arrivano a donargli la loro vita, senza volere niente in cambio.
I più avidi però, anche se sul punto di morire di sete, gli donano l’acqua pur di tenersi stretti i tesori accumulati in vita. Nella notte fredda mangiano le loro pietre preziose per presentarsi il giorno dopo al deserto dicendo di non avere nulla da dargli sperando così di distrarre il suo occhio infuocato. Di loro si trovano gli scheletri, quando le dune, stanche di riposare, si muovono ad Est. Ossa senza niente ma con un tesoro luccicante nella pancia. 
Asuf faceva una pausa nel suo racconto e ritornava sull’ultima giornata di questi sventurati fissando tutti i bimbi radunati sotto la tenda Kashdun.
- L’ultimo giorno della loro marcia solitaria, con la pancia piena di gioielli, questi sciocchi fingono di non avere nulla da dare al deserto. Quando però il deserto chiede loro che altro hanno da offrire in cambio di un altro giorno di vita essi tacciono, scuri in volto, mentre lentamente la sabbia se li porta via.
Qualche bimbo a questo punto del racconto sussulta, qualche adulto sorride. Dal fondo della tenda qualcuno si sbraccia e chiede ad Asuf cosa avesse offerto lui, al deserto, affinchè esso spianasse le due dune e lo facesse arrivare sano e salvo all’accampamento.
Ruma ridacchiava e rispondeva gridando “Sahyà!”, l’equilibrio e fingeva di barcollare per fa scoppiare a ridere i bambini riuniti nella tenda.
La risposta era diversa però, arriveremo con calma, anche a quella.
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Khader, A. F. , Le chiavi d’oro del deserto di Tareq, 1930.
Capitolo Primo: “I popoli smarriti”

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