Diario di bordo
Come siano andate le cose veramente, è difficile dirlo. Nonostante sia passata solo una settimana riuscire a ricordare tutto ciò che è successo, o che è plausibile che lo sia, non è così immediato. Perché infondo ci sono cose che vogliamo ricordare e altre che preferiamo muoiano con la notte. Sintetizzare i ricordi in un’emozione è l’unica maniera per far si che vivano per sempre con noi. Ed è quello che ho provato a fare per ricordare la settimana passata al confine tra la realtà reale e digitale, passando dall’ascesi in Umbria all’innovazione tecnologica a Venezia.

Prendo un treno diretto per Roma e so che mi aspetteranno circa 9 ore di angoscioso cammino. Ed è stato così. C’era un caldo incredibile e persone fin troppo strane. Perché gli uomini sono sempre in movimento, cerchiamo sempre una meta da raggiungere. Ed è proprio la meta che ci prefissiamo che distingue un essere umano dagli altri. E con me nella cabina del vagone 6 c’era una suora in pellegrinaggio verso Roma, padre e figlia diretti a Cosenza, e una signora che ha dovuto concludere le ferie a Catania per tornare a curare i nipoti improvvisamente ammalatisi di varicella. E poi c’ero io. Stavo per iniziare un viaggio e dovevo ancora comprare il biglietto di ritorno.
Arrivato a Roma mi aspettava la coincidenza per Terni da prendere. In realtà non mi aspettava affatto, ero davvero in ritardo. In ogni caso mi trovo verso le 9 di sera, 11 ore dopo la mia partenza, in una bellissima villa in campagna. Lontana da ogni altra abitazione, al centro di un vigneto in quel momento acceso dalle lucciole, si trova la casa di Ruth, la nostra prima meta. Ero in viaggio con Rocco, Vincenzo, Stefano e Ana, rispettivamente provenienti da Torino, Bologna, Bari e dal Brasile. Eravamo alla ricerca del benessere, della sua definizione, della sua manifestazione. Cercavamo indizi per spiegare la nostra esigenza di armonia, equilibrio tra lavoro e riposo, pace dei sensi e stimolo di creatività. Ci serviva una musa. Ruth è una premurosa signora inglese che si reca in Umbria in vacanza, per ‘staccare’ e ritrovare la propria energia vitale. Con lei e suo marito abbiamo dialogato riguardo al benessere in tutte le sue forme. Abbiamo infatti concluso con un ottimo brindisi — vino, salumi, formaggio, pomodorini e marmellata di fichi.
La notte l’abbiamo passata a casa di Rocco a Todi. Casa sua è arte. Lo è per i nonni che l’hanno per anni abitata — fotografi dei più famosi artisti degli anni ’60, dei quali erano amici e compagni d’arte.
Abbiamo dormito sotto le costellazioni, sognando i nostri tesori. Ne stiamo tutti cercando uno.

Ci svegliammo presto quella mattina, era semplicemente mezzogiorno. Di corsa verso la Romita. Intraprendiamo una strada di campagna così aspra che la macchina di Rocco, con i semiassi a rischio, è costretta a fermarsi. Iniziamo a camminare a piedi. Circa 40 minuti di sentiero di montagna ci separavano dalla luce. Salivamo sempre di più, in mezzo al verde, in mezzo ad alberi che erano li da molto prima di quanto potessimo immaginare. Salivamo e cercavamo la luce. Rocco e Vincenzo erano già stati li, io non avevo idea di cosa mi aspettasse. Ultimo tratto di strada, arrivati. Un’enorme eremo, pietra dopo pietra. Costruito da pellegrini e volontari, tutti alla ricerca del benessere; come noi d’altronde. Ci accoglie padre Bernardino, circondato da una ventina di altri ospiti della Romita, offrendoci un pranzo gustosissimo.

La Romita è accoglienza, condivisione, lavoro e preghiera. In questo posto, lontano dalle distrazioni del mondo, la giornata è scandita appunto dalla preghiera e dal lavoro. S’inizia la mattina, sveglia alle 6, lodi mattutine e colazione. Poi lavoro collettivo all’orto, pulizie e manutenzione varia. Alle 12 si prega l’ora media, poi pranzo. Il pomeriggio è dedicato a se stessi: meditazione nel bosco, passeggiate in montagna, c’è chi legge, chi scrive, chi fotografa. Alle 19, dopo l’ultimo momento di preghiera della giornata, finalmente si cena. Vedere il tramonto dal ‘Belvedere’ è d’obbligo.
Alle 22 chiude tutto, si dorme.
L’emozione più grande è stata vedere le fate. Di notte, quando le nostre luci si spengono, la natura accende le proprie. Le stelle, più luminose che mai. La Luna, compagna instancabile. Ma le Lucciole non le avevo mai viste, mai nella mia vita. I campi si accendono, brillano, vivono.
Bernardino ci sveglia suonando uno strumento dal suono inconfondibile, ma dal nome più facile da dimenticare. Colazione e poi, essendo domenica, non si lavora! E così che con Stefano ed Ana, la sua ragazza, ci dirigiamo verso le colline circostanti, camminando su sentieri lievemente tracciati dall’uomo nella predominante natura.
Pranzo. Tutti aiutiamo a cucinare e ad apparecchiare; è giusto ma è anche spontaneo, necessario.
Padre Bernardino ci racconta in breve la sua storia.
Dopo il noviziato ad Assisi, viene mandato in missione in una città più piccola e più povera di pellegrini, di cui ad Assisi tanto si era innamorato Bernardino. In una notte di riflessione, tormentato dalla paura di non riuscire più ad essere fedele al Signore, intraprese la via Francigena. Giunto fino in cima ad una collina vicina al punto di partenza, nota una vecchio monastero abbandonato, ma non per questo in pessime condizioni. Decide allora di dargli vita, di nuovo. Chiama a raccolta volontari di ogni credo, e in pochi anni nasce la Romita. Dopo 10 anni di lavoro, padre Bernardino viene richiamato dai poteri spirituali e obbligato a tornare nella sua parrocchia d’origine. Egli rifiuta strenuamente, incapace di abbandonare il suo progetto. È così che la chiesa lo scomunica.
Tra due anni la Romita compierà 25 anni dalla sua apertura, e Bernardino continua a dire la messa ogni santa domenica.
Durante il pranzo ci spiega la regola delle 3 C. Perché qualsiasi progetto a cui stiamo lavorando deve renderci Contenti, e dobbiamo esserne Convinti, ma soprattutto essere Costanti. Nella nostra vita non più mancare nessuna di queste C, altrimenti nessun progetto verrà portato a compimento. Viva la passione, viva padre Bernardino.

E fu sera; tornammo a dormire a Todi.
Siamo costretti a svegliarci molto presto perché dobbiamo arrivare a Bologna per le 8: abbiamo molta strada da fare. La giornata comincia con una doccia freddissima. Lentamente il mio corpo riacquista calore, e il sole sale sempre più in alto all’orizzonte. Arriviamo alla stazione, ma non mi fermo. Subito treno diretto a Venezia, c’è il Restart Europe! Arrivato alla stazione Santa Lucia, m’incammino verso l’esterno. Avevo visto Venezia solo una volta nella mia vita, qualche anno fa, per poche ore. Adesso l’acqua della laguna si disperdeva fuori e dentro me. Ero in un posto nuovo, tutto da scoprire, e non avevo ancora prenotato il biglietto per tornare a casa. Dovevo dirigermi il più in fretta possibile all’Arsenale. Ci misi circa un’ora, meglio del previsto. Mi fermavo a fare foto, ad osservare i ponti, l’acqua, i turisti.

Ogni ponte che attraversavo, sopra gli infiniti canali veneziani, mi ricordava le scelte che facciamo nella vita. Possiamo andare avanti, tornare indietro, cambiare strada, ripercorrere la stessa. Ma sarà comunque una nostra scelta, sopra il mare dell’incertezza, della possibilità.
Ecco, finalmente l’Arsenale. Passano in fretta 5 ore di dibattito e gruppi di lavoro sull’innovazione digitale in Europa, in relazione alla nostra storia economica e politica ed al nostro tessuto culturale. Alle 17 incontro, dopo tanto tempo, Francesca e Alessia, due ragazze conosciute in crociera l’estate scorsa.
È quasi sera e devo trovare un posto in cui passare la notte. Chiamo Sebastian, chiedendogli se conosce qualche posto dove dormire a Venezia, e lui mi risponde ricordandomi che casa sua si trova a circa un’ora di treno.
Prendo il primo treno per Cervignano e poco dopo siamo di nuovo insieme, molti mesi dopo l’ultima volta. È un piacere rivederlo, ormai è diventato un amico per me. Prendiamo il primo autobus disponibile e ci dirigiamo verso Grado, località balneare la cui esatta posizione mi è ancora sconosciuta. Andiamo a fare ‘festa’, così sono soliti dire, a casa di un suo amico. Festeggiamo la maturità, scolastica, con un bel bicchiere di vino, tipico ingrediente delle serate gradesi. I ricordi si sbiadiscono lentamente. Buio.

L’odore del caffè risveglia tutti i miei sensi. È di nuovo mattina, ma non so bene dove mi trovo né che giorno della settimana sia. È giusto così. Con Sebastian mi reco al lungomare di Grado, mentre fantastichiamo sul viaggio in America che affronteremo a breve. Il mare è caldo, mosso, attraente. Bagno, sole, pranzo. Si è fatta ora di tornare, il tempo è irresistibilmente instabile. Tornati a Cervignano ci aspetta il solito aperitivo delle 18 con gli amici. Tra uno Spritz e un altro, Seba scopre il suo voto di maturità: 85, ce l’abbiamo fatta! Piove sempre più forte, torniamo a casa pronti per vederci la partita. 7-1 il risultato, pazzesco.
Si va a letto, zaino pronto: domani di nuovo all’avventura.
Ciao Seba, ci vediamo presto. Alla stazione tutti i treni con più di mezz’ora di ritardo, iniziamo bene. Alle 11 sono a Venezia, diretto al Future Center della Telecom. Seguo un workshop interessantissimo sull’educazione nell’era digitale: o si cambia o si muore. La metafora della nostra vita, dell’evoluzione che non aspetta nessuno e tutto stravolge. Le innovazioni disruptive che diventano di uso comune. Siamo tutti sempre più vicini, che sia un bene o un male è ancora da vedere. Per pranzo vado a fare la spesa: pomodorini di pachino, mozzarella di bufala campana, baguette, tutto per soli 6 euro.

Soddisfatto del bottino conquistato occupo il primo molo disponibile e consumo il mio pranzo economico dal valore inestimabile.
Prima di tornare al Future Center, dove Jacopo mi sta aspettando, passeggio un po’ per Piazza San Marco. Rifletto sulla bellezza di viaggiare, da soli o in compagnia. Il gene di Ulisse ci spinge alla scoperta ed al nuovo, all’ignoto. Rischiamo di rischiare, come sarebbe successo a me.
Con Jacopo seguiamo un dibattito sull’innovazione in Europa, sul Si e sul No senza grigio, sull’imporsi assoluto del progresso. Poi iniziamo a chiacchierare mentre facciamo strada verso la stazione. Iniziamo un nuovo capitolo, una nuova storia. Vogliamo unire tutti i puntini, rendere visibili informazioni che ancora nessuno ha provveduto a raccogliere. Un cervello che crea valore per tutti gli uomini. Un bellissimo mondo fatto di imprenditori. E questa storia è appena iniziata, varrà la pena raccontarla un giorno?
Inizia a fare buio, inizio a camminare. Zaino rosso da 15 chili sempre in spalla. Scarpe rosse appena comprate, confortevoli ai piedi. Rubo un trancio di pizza al volo e mi metto in marcia. Dove stavo andando. Oggi mi rendo conto che stavo provando a perdermi. Non è facile perdersi davvero in questa vita, dove tutte le strade sembrano già segnate, troppe indicazioni. Ho chiuso gli occhi e mi sono chiesto cosa avrebbe fatto un bambino, con quali occhi si sarebbe guardato attorno.

E così le strade in penombra di Venezia acquistarono un’aura di mistero e fascino invidiabile. Mi sfiorava perfino il pensiero di passare la notte fuori a dormire in una gondola. Brividi. Improvvisamente ebbi troppa paura.
Trovato un albergo a Mestre mi sono recato li in tutta fretta prendendo l’ultimo treno che sarebbe partito per quella sera. Era l’una, pioveva e faceva freddo. La strada che mi allontanava dal mio rifugio notturno correva sotto i miei piedi. Trovato! Scale, bagno, letto. Anche questa è fatta.
Doccia, colazione. Sapevo sarebbe stato per me l’ultimo giorno a Venezia, avendo appena prenotato il volo per il pomeriggio di quel caldo Giovedì. Con questa certezza presi il treno diretto alla stazione Santa Lucia ancora un’ultima volta. Ormai i miei piedi camminavano sicuri tra le calle, sopra i ponti, veloci e affamati di nuove strade da percorrere.
Per raggiungere piazza San Marco dalla Stazione ci sono indicazioni ad ogni angolo, cartelli e frecce che indicano un’unica direzione. Ma al mio occhio attento non sono sfuggite le stradine secondarie percorse dai residenti per raggiungere più velocemente qualsiasi luogo a Venezia. Le indicazioni sono per i turisti, bisogna imparare da chi quella città la vive, e non da chi la attraversa. Non ho mai preso la cartina in mano, né Google Maps. Andavo dove sarei dovuto andare. Volevo andare a vedere la Biennale di Architettura, ma non avevo idea di dove fosse. Ho camminato per circa un’ora e mezza, poi mi trovai davanti l’ingresso. Eccoci.

Tra una foto e l’altra si era fatta l’ora di andare. Taxi verso l’aeroporto. Con un sorriso enorme ho salutato tutto ciò che appena decollato si trovava sotto di me. È passata una settimana, un mese, un’anno. Non importa, basta non smettere mai.
Siate affamati, siate folli.
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