Ti ho dato di nuovo della troia

In un attimo.

Mi basta la solita occhiata in più per farlo. E ci ricasco sempre, come fosse la prima volta.

Anche oggi ti vedo passare, fiera, sprezzante. Sicura. Hai scarpe importanti che ti elevano al quinto grado della scala d’osservazione.

Impossibile non notarti, d’altronde.

Ti piace colorarti i capelli: ogni volta scegli un colore che non passi inosservato. Stai bene attenta a scegliere un tono che sia inversamente proporzionale al trucco che metti sugli occhi.

Linee nere di eyeliner disegnano uno sguardo calmo, impassibile, a tratti orientale.

Le gambe bene in vista strette in una morsa di freddo e rete a maglia larga, avvolta in un cappotto lasciato aperto, labbra scure, piercing diffusi.

Ti ho guardato anche oggi e ti ho dato di nuovo della troia.

Stacy Leight — from the serie Sex Dolls

E sì, sono stata io. Quella che si scandalizza e si indigna se legge di femminicidi come fossero risultati calcistici messi in fila, uno dietro l’altro, fino a diventare quasi normali. Quella che si professa femminista, che è anti-Trump (oggi), anti-Berlusconi (ieri), anti-X (domani), quella che il maschio alfa va combattuto perché in fondo non è manco un’omega. Quella che la libertà di espressione è un diritto inalienabile, ma che a volte ha le mani che le pizzicano e vorrebbe insultare tutti.

Da dietro lo schermo, chiaro.

Quella che alle avance risponde con finta indifferenza e malcelato compiacimento, quella che non sopporta i modelli rifatti, gonfiati, in bella vista, inarcati di fronte all’obiettivo, a tre quarti, in tacchi a spillo, con scollature importanti, vestiti succinti, tag, hashtag e pose ammiccanti.

Quella che indaga, cerca, scruta e osserva. Si informa e legge.

Quella che continua a giudicare, meschina e senza un briciolo di mestizia. Quella che in fondo pensa che “se l’è cercata”, “che però eh…” e via di insinuazioni e alibi.

Ti ho dato di nuovo della troia, perché la tua libertà la trovo scomoda, vorrei averla, ma non la capisco.

Mi viene più facile condannarti, anche se tu non puoi sentirmi.

E anche se l’ho fatto di nuovo, oggi mi vergogno. E domani, quando ti incontrerò di nuovo, mi vedrai arrivare, mano tesa, rossa paonazza, avvicinarmi e sussurrarti a denti stretti: grazie.

Perché hai il coraggio di essere quello che non sono, quello che vorrei essere, ma che deliberatamente scelgo di escludere. Per morale imposta, per ottusa educazione ricevuta e per quello strano morbo che è il “non si deve”.

E ti ammiro, perché tu non ti lasci sopraffare da nessun uomo che sfrutta le tue debolezze e ti umilia. Nemmeno lo guardi quell’uomo egoista e se lo fai è per schernirlo. O ridergli in faccia, sfidarlo a duello, quell’uomo che ci prova ogni giorno a farti sentire inadeguata, non amata, che cerca attenzioni altrove, che ti sfiora a intervalli alterni, che fa la prima donna anche a telecamere spente, che non sa progettare, non sa immaginare e non vuole metterseli i tuoi panni. Quello che non condivide le sue visioni con te e se lo fa, tempo cinque minuti e sta già chiedendo pareri autorevoli ad altre donne. Quello che non ti vede mentre cerchi di dimostragli che vali, che sei forte, che ce la puoi fare, che deve credere in te, darti una chance.

Quello che non ci rinuncia alle attenzioni, perché le tue non sono sufficienti, ma ti voleva a tutti i costi. Soprattutto mentre ti tradiva. Con me.

Sai una cosa? Ti ho dato della troia, ma la troia sono io.

Che mi sono venduta al migliore offerente una vita fa.