#Brexit: giovani VS vecchi. Ma anche no

A giudicare dalla massa di editoriali sui giornali e post sui social network, sembrerebbe che la retorica de «i vecchi hanno rubato il futuro ai giovani» abbia avuto la meglio quale interpretazione del voto degli inglesi al referendum sulla permanenza nell’Unione Europea del 23 giugno.

Tuttavia, ad un’analisi più attenta e al confronto con i dati, questa contrapposizione basata sull’età dei votanti risulta essere in parte falsa e comunque faziosa, un’interpretazione fallace che non dice assolutamente niente (o al limite poco) sulle ragioni che hanno spinto gli inglesi a votare Leave o Remain e che, forse, nasconde altro.

Ma proviamo ad andare un po’ più a fondo della questione (per un’analisi più accurata consiglio la lettura dei link in fondo all’articolo).

1) La tabella che tutti stanno postando, la quale vede i giovani dai 18 ai 24 anni preferire in massa il Remain (64 vs 24) è il risultato di un sondaggio di opinione condotto da YouGov tra il 17 e il 19 di giugno su un campione di 1652 persone (c’è scritto piccolino in basso sotto la tabella). Quindi: a) non si tratta dei dati relativi al voto di giovedì; b) il sondaggio è condotto su un campione troppo piccolo per poter essere usato per dimostrare alcunché.

2) Non conosciamo ancora le percentuali precise dell’astensione per classi di età, ma sappiamo che, in generale, le regioni con la più alta percentuale di giovani residenti (a parte le considerevoli eccezioni di Oxford e Cambridge) sono quelle che hanno avuto il tasso più alto di astensione (v. mappe qui sotto). 
Quindi, una gran parte di quei poveri giovani inglesi il cui radioso futuro nell’Unione Europea (va be’…) sarebbe stato ipotecato dai vecchi (va be’…), non ha neppure votato.

3) I fattori che sembrano aver influito maggiormente nel formare le intenzioni di voto degli inglesi sembrano essere, piuttosto, il livello di educazione, le condizioni sociali della popolazione (apriti cielo!) e le appartenenze di classe (v. ultimo articolo in fondo), con le aree working class e/o impoverite dall’austerità che hanno scelto di votare in massa per il Leave (e questo accade anche nella Londra europeista).

NB: questo non equivale a dire che quello per il Leave è stato un voto proto-rivoluzionario, come alcuni hanno avuto l’ardire di sostenere. Tutt’altro. 
La campagna per l’uscita dall’UE è stata infatti quasi interamente monopolizzata da partiti e personaggi ultraconservatori e reazionari, facendo leva sul presunto pericolo immigrazione e su sentimenti nazionalisti e xenofobi. Inoltre, le regioni, le città e i quartieri tradizionalmente working class si sono da tempo allontanate dal voto di massa al Labour (che nella fattispecie faceva campagna per il Remain) e sono sempre più penetrate dalla propaganda xenofoba.

L’interpretazione anagrafica del voto (con l’odiosa retorica dello scontro generazionale che si porta appresso), si rivela dunque, in the best case scenario, frettolosa e raffazzonata. In the worst case scenario, invece, si tratta di un’interpretazione di comodo, volta scatenare l’ennesima guerra tra poveri che serve a nascondere i problemi sociali e le differenze di classe (e la retorica dello scontro educati-ignoranti svolge la stessa identica funzione); i quali, ovviamente, non cadono dal cielo, ma sono il frutto dell’azione politica di quello che è il vero grande colpevole di questa perdurante e diffusa disaffezione verso l’UE: l’UE stessa e le sue politiche economiche e sociali.

per approfondire:

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