Pensieri sul ddl Gambaro

La libertà è il fulcro della democrazia,
non può certo divenirne il limite.
 — ddl Gambaro

Lo scorso 15 Febbraio, La Repubblica.it ha pubblicato una bozza del ddl Gambaro, decreto che si prefigge lo scopo di contrastare il fenomeno delle fake news. Il testo di tale bozza è disponibile a questo indirizzo. Al momento della scrittura di questo post non è disponibile un testo ufficiale dal sito del Senato.

Dopo averne letto velocemente il contenuto e aver passato un buon paio d’ore a pensare a quanto fosse fondamentalmente sbagliato, ho deciso di iscrivermi a Medium e dare sfogo alle mio opinioni al riguardo. Devo pur stare al passo con i tempi.

Prima di passare al rant, un po’ di background: il ddl porta la firma della senatrice Adele Gambaro, parlamentare eletta nel 2013 con il M5S successivamente espulsa a causa di critiche mosse a Beppe Grillo. Tuttavia, questa iniziativa è stata co-firmata da parlamentari di vari partiti sia di destra che di sinistra. Non c’è da stupirsi che ci sia supporto bipartisan vista l’attualità del problema e i recenti successi dei partiti populisti… E poi si sa, parlare di fake news fa figo.

Le fake news non sono certo un fenomeno nuovo ma con la diffusione dei social network si stanno rivelando uno strumento potente per condizionare le masse. Da qui l’esigenza del politico medio di fare qualcosa di pratico per risolvere il problema. E per “qualcosa di pratico” intendo fare un disegno di legge che propone soluzioni difficilmente implementabili e di dubbia efficacia. Uno ci spera sempre che mi prima di affrontare temi informatici vengano come minimo interpellati degli esperti, ma come al solito non è questo il caso. Almeno, così sembrerebbe dalla lettura della bozza. D’altronde, un politico non potrà fare altro che usare mezzi politici per affrontare un problema. È poi palese come le misure proposte dal ddl, qualora messe in pratica, potrebbero rappresentare una minaccia per la libertà di espressione e per la natura stessa di Internet.

Punti salienti:
1. Multa fino a 5.000€ a chi pubblica o diffonde notizie “false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi”
2. Detenzione di minimo 12 mesi o altre misure aggiuntive se le notizie possono “destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica” oppure se riguardano “campagne d’odio e campagne volte a minare il processo democratico”
3. Obbligo invio dati all’apertura di un sito: cognome e nome, codice fiscale, domicilio, indirizzo PEC, URL. Tali dati andrebbero spediti alla sezione per la stampa del tribunale.
4. Obbligo, entro 2 giorni, di pubblicare dichiarazioni o rettifiche di soggetti di cui il sito ha parlato
5. Obbligo, per i gestori di siti web, di monitorare costantemente i contenuti diffusi tramite i siti stessi. Il tutto basandosi sulle segnalazioni degli utenti.

Il punto più spaventoso è il primo (assieme al 2). Tralasciando questioni come il chilling effect, resta da capire chi dovrebbe avere l’autorità di stabilire che una notizia sia “manifestamente falsa” o meno. Il modo in cui è scritta questa misura non può che portare alla mente l’ipotesi di un Ministero della Verità. È veramente questo il modo in cui vogliamo affrontare il populismo online?

Il punto 3, quello riguardante l’apertura di nuovi siti WEB, è l’ennesimo caso di norma che ignora la realtà. Ovviamente, un gestore di un sito di fake news non farebbe altro che registrare il proprio sito all’estero. Fine. Infatti credo che un provvedimento del genere non sarebbe altro che una noia per le persone oneste.

Il punto 4 introduce, invece, l’obbligo dei siti a pubblicare dichiarazioni o rettifiche qualora un soggetto ne faccia richiesta. In pratica, funziona così:
1. Un sito pubblica qualcosa su di me (una mia immagine, qualcosa che ho detto, ecc…)
2. Io ritengo quella cosa lesiva della mia dignità o contraria alla verità
3. Se non la rimuovono entro 2 giorni dalla mia richiesta si beccano 5.000€ di multa
La cosa particolarmente terrificante di questo provvedimento è che il termine di 2 giorni bypassa completamente il sistema legale. Un po’ come il DMCA in America viene spesso abusato per rimuovere contenuti senza passare per un tribunale, così sembra che il ddl Gambaro permetta di implementare la censura online tramite semplici segnalazioni.

Anche il punto 5 non scherza in fatto di distacco dalla realtà. I siti WEB dovrebbero monitorare quanto pubblicato dagli utenti. I politici che scrivono cose di questo genere dovrebbero spiegarmi come sarebbe possibile implementare il controllo in maniera scalabile. C’è poi sempre la questione di chi dovrebbe stabilire che contenuto sia “vero” o “falso”. E se un sito sbaglia si becca una multa di 5.000€. Quindi in caso di dubbio meglio rimuovere. Chilling effect allo stato puro.

Personalmente, credo che un approccio più efficace alle fake news debba unire sia un provvedimento tecnico che uno politico. Per esempio, a tutti sarà capitato di vedere su Facebook qualche amico che condivide notizie da siti con domini simili a quelli di giornali tradizionali. Anzi, ancora peggio, a volte si può vedere come “notizie” di Lercio vengano condivise credendo che siano vere. Come si fa a risolvere questa cosa? Semplice:

  1. Lo stato italiano (o chi per lui) fornisce, tramite API o anche una banale lista pubblicata su un sito, l’elenco delle testate registrate e i relativi siti web
  2. Si fa pressione su Facebook o Twitter affinchè mettano un qualche simbolo/tag speciale ai link che provengono da questo elenco. Potrebbe funzionare in maniera simile ai profili verificati dei personaggi pubblici.
  3. Gli utenti hanno finalmente un modo semplice per verificare se un link proviene dal sito legittimo di un quotidiano oppure da un dominio con nome simile

Chiaramente questa non è una panacea: risolve solo il caso in cui un utente si confonde perchè non presta attenzione all’URL o legge distrattamente il nome del sito (fattoquotidaino anyone?). Ciononostante, è un primo passo concettualmente semplice che può dare risultati immediati. La cosa migliore, poi, è che ha il potenziale per avere praticamente zero falsi negativi.
Mi si potrà chiedere, cosa succede se le fake news/notizie tendenziose/simili sono pubblicate da testate riconosciute legalmente? Beh, succede che sono già responsabili, a norma di legge, di ciò che pubblicano.

Per quanto riguarda invece la questione fake news più in generale, spero che ogni adulto si renda conto del fatto che non esiste e non può esistere sempre una verità oggettiva. Nella vita reale, come anche nelle news, la verità si raggiunge per consenso. Attenzione, non intendo consenso alla Trump del tipo “la gente crede a una cosa e quindi è vera”. Intendo che noi reputiamo come vera una notizia quando un numero sufficiente di fonti attendibili la danno per vera. Così funzionano le pubblicazioni scientifiche, così funzionano i giornali (seppur in maniera meno efficace). Il problema fake news nasce dal fatto che in Internet, specie sui social media, l’importanza della reputazione di una fonte sembra passare in secondo piano. Si ha quindi che il giornale famoso e accreditato finisce per avere lo stesso valore di www.svegliaaaaa.it. Questo fenomeno è reso ancora più forte dalle varie filter bubble implementate da molti siti che ognuno di noi utilizza regolarmente. L’essere umano tende, poi, a credere di più a notizie che confermano le sue idee, indipendentemente dalla veridicità delle notizie stesse. L’unico vero modo di combattere le fake news è, quindi, quello di instillare il buonsenso e lo spirito critico nell’utente medio, compito tuttavia non banale. Qualunque altro easy fix non può che fallire miseramente.

Riassumendo, il problema delle fake news è che sul WEB ognuno crede a quello che vuole. Più che multare chi viola un’ipotetica verità mandata dall’alto, suggerisco di pensare a metodi che consentano di ristabilire un qualche sistema di reputazione efficace nel sistema Internet. Tali metodi dovrebbero essere il più semplici e chiari possibili anche per l’utente meno esperto, in modo da garantirne l’accessibilità. Anche l’educazione dovrebbe svolgere la sua parte nel formare all’utilizzo degli strumenti di informazione online.
Dubito fortemente che soluzioni rapide ed improvvisate possano effettivamente mitigare il problema.