as wicked

[Armstrong / Frederiksen, 1995]

I saw an old man on the street 
 he was in a dumpster lookin’ for somethin’ to eat 
 he moved so slow like a dyin’ dream 
 like a machinist who got caught in the machine
I saw this lady and she was cryin’ 
 she said it’s hard when someone you love is dyin’ 
 I saw this kid who was about 5 years old 
 he was in the park all alone he was cold
I know this girl she’s barely alive 
 she’s all haggard she’s only twenty-five 
 she said she never had a friend before 
 I said “hey girl I’ll be your friend but who’s keepin’ score”
I saw this other little girl on the phone 
 her mother comforts her from far from home 
 the little girl was very hesitant 
 her best friend lie dead on the pavement
I always end up back on the hill 
 lookin’ down at the landfill 
 I always go there when I can 
 my friend Marty said Tim you’re a lucky man

Il brano si apre con il debrayage immediato del narratore/soggetto. Il verbo al passato, ripetuto a ogni strofa, setta il contesto e designa il narratore come osservatore (I saw) non partecipante, che rimarrà tale per quasi tutto il testo salvo alcuni significativi scostamenti.

I cinque I saw suddivisi in 4 strofe disegnano a ritroso l’intero arco dell’esistenza umana (an old man, this lady, this kid, this girl, this other little girl) con perfetta simmetria maschio/femmina, vecchio/giovane, eccetto per la extra little girl finale. Il pronome this segna la distanza emotiva del narratore con l’oggetto della narrazione.

A ogni fase dell’esistenza corrispondono una o più immagini stereotipiche di miseria, solitudine e morte (looking in the dumpster, never had a friend before, all alone in the park, best friend dead) associate, accompagnate e rinforzate dall’andamento ricorsivamente declinante della tonalità musicale dall’inizio verso fine di ogni strofa.

Il narratore si limita ad osservare. In un’unica occasione assume un ruolo partecipante, significativamente nei confronti della prima “girl”. Qui il narratore si fa attore solo per assumere un atteggiamento cinico, se non canzonatorio, nei confronti della disgrazia, accentuando la sensazione di distanza dalla vicenda del narrato.

L’incedere incalzante, simmetrico, il crescendo di atmosfere squallide, di situazioni misere, di sensazioni angosciose, di esistenze sfibrate e ormai compromesse volge verso il climax della strofa finale, nella quale si traggono le conclusioni di ciò che si è appena narrato.

E cioè nessuna. Non succede nulla.

Nell’ultima strofa il tempo finalmente volge al presente, l’avverbio always designa un comportamento ripetuto che, presumibilmente, riassume l’atteggiamento del narratore verso le circostanze che ha appena descritto. Si instaura un’isotopia alto/basso: I always end up back on the hill / looking down at the landfill. Le miserie e le tragedie umane si dipanano in basso, nell’immondezzaio che è la città degli umani, il soggetto le osserva dall’alto, in condizione di olimpica serenità, e trae un’unica conclusione: e cioè nessuna. Egli osserva, ma nessuna considerazione viene formulata, nessun atteggiamento descritto se non, implicita, l’indifferenza. Il narratore/osservatore/autore è un uomo fortunato.

Questo brano fatto di simmetrie quasi complete, costruendo pezzo dopo pezzo l’architettura perfetta dell’edificio estetico del declino, costituisce la summa sublime del nichilismo cosmico del punkrock tardo anni 90.


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