La forza delle donne. La forza della vita

H o sempre pensato che quando mi sarei innamorata di un uomo, sarei stata per lui l’unica donna della sua vita. Avevo 12 anni, tanti sogni e un nonno pazzesco che mi faceva sentire la sua piccola donna, nonostante mia nonna, mia madre, mia zia e le mie cugine. Ed è quella sensazione che speravo, volevo e pretendevo di provare con un compagno. Crescendo mi sono accorta che non è proprio così, e che ci saranno sempre altre donne con cui, in qualche modo, dividere il proprio compagno. E non è una gara a chi è la più importante o quella con cui lui passa più tempo, né una lotta a chi lo sa manipolare di più. Non è uno spettegolare l’una alle spalle dell’altra, ma una coalizione silenziosa che non ha neanche bisogno di essere definita, ma che nasce spontaneamente tra donne che, in modo diverso, amano la stessa persona.

Suocera. Ex. Tu.

Ex. Suocera. Tu.

Tu. Suocera.Ex.

Tu. Ex. Suocera.

Stronzate. Non c’è un ordine con il quale andiamo classificate, perché nessuno sarà mai quello giusto nel cuore e nella mente del lui in questione. Sono legami diversi, basati su quello che è stato, quello che è e quello che sarà. E se accetti il tuo compagno, lo accetti in tutto e per tutto, anche con quel bagaglio che a prima vista sembra ingombrante e che ti fa passare giorni, se non mesi, a chiederti se sarai in grado di sopportarlo. Puoi pensarci quanto vuoi, ma quando c’è di mezzo un bambino, non puoi che pensare unicamente al suo bene. Esattamente come ci pensano le altre due donne che, in un modo o nell’altro, faranno sempre parte della vita del tuo uomo.

Ognuna di noi si fa la sua vita, incurante delle altre. Fino a quando non arriva il momento in cui, in modo del tutto naturale, ci ritroviamo ad avere lo stesso obiettivo: aiutare l’uomo in difficoltà. Perchè se non ci pensiamo noi, lui non può che peggiorare. Così iniziano i primi messaggi su Whatsapp, che portano a dare un volto alle altre due, di cui hai sentito sempre e solo parlare, ma a cui non hai mai potuto attribuire un volto. Non c’è imbarazzo, solo forse un po’ di soggezione, specie tra te e l’ex, sapendo che avete amato lo stesso uomo, e che lei è la madre di suo figlio. Ma basta una telefonata per capire immediatamente il posto che ognuna ha, senza avere voglia di scavalcare l’altra. Tre età diverse, tre accenti diversi, tre interessi diversi, un solo obiettivo: il bene del tuo uomo, del vostro uomo.

Ci vuole una forza immensa per farlo, per andare oltre la gelosia o la paura di perderlo, o l’idea che lui possa paragonare l’una all’altra o, alla lunga, preferire una alle altre. Perché vorresti indubbiamente essere tu, quell’una, anche se sei arrivata per ultima, anche se non hai voce in capitolo, anche se non fai parte di quella famiglia allargata. Le nottate a piangere sperando che lui sia davvero convinto di voler stare con te sono tante, così come tanta è l’ansia quando devi non solo conoscere il bambino, ma anche starci insieme. Perché quando il tuo compagno è incazzato, prende e sbatte la porta, tu ti ritrovi a casa dei suoi, che sono usciti prima, con il figlio di lui- e dell’ex- che si mette vicino a te a leggere una storia. Una pallosissima storia. I musicanti di Brema. Proprio quella favola che hai sempre odiato, perché a scuola, quando dovevi illustrarla, non eri in grado di disegnare quei cavolo di animali uno sopra l’altro. Lui sbuffa, perché non è che ha poi così tanta voglia di leggere, eh, ma deve farlo, perché ha problemi con la punteggiatura. Non la rispetta. E tu sei una giornalista, sai usarla in modo corretto,e sai quanto è importante godertele, quelle pause.

All’inizio lasci passare quelle virgole mancate, poi capisci che per il suo bene devi aiutarlo. Ma non sei sua madre. Non sei la nonna. Non sei nessuno. Sei l’altra. E devi trovare il modo giusto di attaccare un discorso con lui. Non per piacergli, ma per insegnargli qualcosa. Senza fare troppo la maestrina, senza rimproverarlo, perché non ne hai affatto alcun diritto. Allora metti via il cellulare e inizi a seguire il suo piccolo dito che si muove veloce sotto le parole. E quando salta un punto, metti il tuo dito vicino al suo e gli spieghi: “Guarda, quando c’è il punto ti fermi e conti fino a due”. Lui ti guarda, e mentre si gira noti quella tremenda somiglianza con suo padre, il tuofidanzato. Bellissimi tutti e due. Lui ti sorride e risponde: “Ok”, e al prossimo punto, proprio mentre sta per dimenticarsene, dice: “Ah già, devo contare fino a due”. E ti guarda di nuovo, per cercare la tua approvazione. Annuisci. E senza che ve ne accorgiate, al prossimo punto si ferma senza dire niente, facendo quella pausetta. Missione compiuta.

Arriva la fine della storia e ha voglia di leggertene un’altra. Ti chiede se vuoi ascoltarla, dici di sì. Questa volta ne sceglie una “da femmine”, magari per farti un favore. Non la conosci ancora, ascolti incuriosita, anche se sai bene che quel lieto fine è l’ennesima illusione che si dà ai bambini, perché tu, anni prima, al posto suo, ci avevi creduto davvero a quel “e vissero per sempre felici e contenti”. Quando finalmente finisce e torna la nonna, tiri un sospiro di sollievo, perché la responsabilità di quel piccolo ometto non è più tua, ma allo stesso tempo ti rendi conto che, per quell’ora, hai avuto a che fare con l’unico figlio che al momento il tuo compagno può avere. Perché tu non ne puoi avere, di bambini. E quello potrebbe davvero essere l’unico. Anche se non è tuo.

Non bisogna per forza avere un figlio per sentirsi madri, puoi esserlo anche con i figli delle altre. Questa è la vera forza delle donne, di quelle che sanno andare oltre ogni logica, ogni legame, ogni razionalità. Questo è il legame, forse contorto, forse sbagliato, forse malato, che ti unisce alle altre due donne, che come te combattono ogni giorno le loro piccole grandi guerre quotidiane, soffrono, piangono, si fanno umiliare, si incazzano, ridono, fanno l’amore. Un fidanzato. Un figlio. Il padre di suo figlio. Tre modi diversi di vivere lo stesso uomo, che non arriverà mai ad accettare questa coalizione improvvisata, forse perché lui in primis non saprebbe mai reggere il confronto con tuo padre e il padre di tuo figlio.

M a il senso della vita non è logico, è un qualcosa di inspiegabile razionalmente, è un climax di emozioni, sensazioni e gesti giustificati da un solo sentimento: l’amore. Quello che tu provi per lui, e che, senza neanche accorgertene, forse provi già per il suo bambino.

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