
Camminare è semplice.
Camminare è semplice. È un immergersi profondo tra le maglie di un territorio. Non importa che sia il bosco che tocca le urticanti propaggini delle nostre città o che sia un luogo distante al di fuori dei nostri orizzonti.
Il cammino inizia dallo studio di mappe, nella ricerca di informazioni, distanze, difficoltà, la preparazione dello zaino.
Poi in silenzio si supera finalmente la soglia della docile cattività entrando, ospite (che altro possiamo dire di noi uomini del XXI secolo?), nel selvatico mondo là fuori. Camminare richiede solo di mettersi in ascolto, tutti i sensi, verso la natura. In ascolto e curiosi di quello che non conosciamo, come se l’attenzione massima verso un fiore, il trillo di un uccello, il frusciare, fosse attività peculiare [chiarire meglio il concetto. Un’attenzione che non metti durante la vita quotidiana “normale”: quando cammini ti chiedi continuamente cosa ti stia circondando in quell’esatto momento].
Si cammina per sfuggire alla frenesia e al rumore dei giorni e, perciò, si è totalmente tesi a percepire il silenzio. Non un silenzio celato da barriere, ma generato dal nostro cessare di far rumore. È qui che accade uno svelamento: quello della natura che ci sta intorno e che quotidianamente evitiamo di osservare.
Ecco, allora, che il cammino si fa scoperta e immersione. E questo fa sì che il cammino crei un discorso che inizia dall’idea, dal progetto e sogno per poi farsi materia viva durante il tragitto e lo sia anche dopo.
Capita pure che la bellezza e la scoperta sia spesso così sopraffacente da non esistere parole, colori, pensieri in grado di catturarne la grandezza. A volte vorremmo poterlo raccontare, il viaggio, come ovvio desiderio di condivisione, come se la nostra testimonianza potesse in qualche modo rendere gli altri migliori.
Per questo motivo ho iniziato a scrivere, disegnare (linee o direzioni, pensieri come fumetti che attraversano un valico); portarsi un taccuino e matite è stata una mia imposizione per le prime uscite. Ricordarsi la strada, dare i nomi ai luoghi, raccontare gli incontri, le persone, la gente che quelle terre le vive tutti i giorni.
Vorrei raccontare questo.
Solo se hai guadagnato la méta a passo d’uomo, nutrendoti di fatica e meraviglia di un giorno dopo l’altro, puoi dire a buon diritto: “Questa terra è la mia terra” (Enrico Brizzi)