Omeopatia: avanguardia o medioevo?

Una breve incursione nel mondo della medicina alternativa.

Il metodo della medicina omeopatica è stato teorizzato alla fine del 1700 da Samuel Hahnemann, un medico tedesco che tentò di dimostrare, con lo spiccato senso logico tipico di un filosofo, che “il simile cura il simile”, arrivando a formulare un metodo di cura calibrato sulle necessità e le caratteristiche fisiologiche della singola persona.

La medicina omeopatica presuppone, oltre l’infondatezza scientifica del “simile che cura il simile” (teoria comunque mai confermata), l’assunzione di un prodotto la cui forza (o come amano chiamarla gli omeopati, potenza) risiede nella quantità di diluizioni di principio attivo in acqua: più diluizioni vengono fatte, più la medicina è efficace.

Stiamo parlando di uno studio effettuato al termine dell’epoca medioevale, e quindi, per quanto Hahnemann fosse certamente mosso da buone intenzioni, non si può ritenere valido nell'età moderna.

Il motivo per cui l'omeopatia non può funzionare è che vengono somministrati estratti di piante diluiti all'estremo, secondo la teoria omeopatica “più un principio attivo è diluito e dinamizzato (leggi: mescolato e agitato) più sarebbe efficace senza effetti collaterali”.

La farmacodinamica funziona in maniera opposta: si assume un farmaco che, in 9 casi su 10, per curare la patologia dovrà combinarsi con determinati enzimi per causare un effetto fisiologico degno di nota.

Logicamente ci deve essere una certa quantità di principio attivo nel farmaco assunto, più ce n'è e più efficace sarà l'azione: questa si chiama reazione dose-dipendente. Infatti in farmacologia si studia anche l'emivita del farmaco all'interno del corpo, ovvero per quanto tempo sarà presente il principio attivo all'interno del corpo umano prima di essere metabolizzato.

Quindi, a livello semplicemente logico, oltre che scientifico, come può un principio attivo diluito all'estremo avere un effetto fisiologico?

Basti pensare che per ottenere i tanto decantati Fiori di Bach si preparano degli estratti di piante (alcune non sono nemmeno legali in Italia dato che sono considerate velenose e sono addirittura segnalate nella circolare delle piante non ammesse in campo erboristico) in una diluizione iniziale in soluzione idroalcolica 1:10: questa è la tintura madre che può essere usata come tale, e come tale è efficace.

Dopo aver ottenuto la tintura madre si fanno delle ulteriori diluizioni: 15C significa diluito 15 volte 1:100, ovvero si prende la tintura madre diluita 1:10, se ne prende 1 ml e lo si diluisce in 99ml di acqua. Agitando questa soluzione (in gergo tecnico dinamizzandola) si prende 1ml e lo si diluisce ulteriormente in 99ml, e così via per un totale di 15 dinamizzazioni.

Facendo i calcoli con il numero di Avogadro (un numero fisso che ci dice quante molecole sono presenti in una mole di prodotto) salta all’occhio che in questa soluzione abbiamo qualcosa come 0,7 molecole di principio attivo. Che poi viene spruzzato su quelle dolci palline di zucchero che acquistiamo in farmacia o in erboristeria.

In pratica, secondo il mantra “il simile cura il simile”, l’estratto di una pianta che prendendolo causerebbe il mal di stomaco, diluito n volte curerebbe il mal di stomaco. Va da sè il parallelismo con la fantascienza.

Gli omeopati però sanno benissimo che nelle loro preparazioni spesso non si trova la minima traccia di principi attivi, per questo motivo hanno scomodato le basi della chimica e della fisica universali con giustificazioni surreali il cui tratto comune è che l’acqua “chissà in che modo” conservi la “memoria” delle sostanze diluite, e che da questa dipenda l’effetto del farmaco omeopatico. Gli esperimenti spettroscopici dimostrano, al contrario, come non solo l’acqua non conservi “memoria” delle sostanze in essa diluite, ma le molecole stesse perdono memoria della loro struttura precedente in 50 milionesimi di miliardesimi di secondo.

Facendo le dovute ricerche su riviste mediche come PubMed troviamo articoli che riportano test clinici positivi sull’omeopatia, essenzialmente statistici, che confrontano due campioni di pazienti trattati rispettivamente con farmaco omeopatico e placebo. I risultati nella norma sarebbero pressoché identici, il problema di fondo è che sono i ricercatori stessi a non includere i risultati negativi, definendoli “difettosi”, e quindi sbilanciando le statistiche. Grazie tante.

Esistono tuttavia pazienti che affermano «avevo la tosse, ho preso un rimedio omeopatico e dopo una settimana mi è passata».

È necessario chiarire alcuni principi base della fisiologia umana, ovvero la presenza di cellule atte alla difesa da infezioni e patologie, gli anticorpi: la guarigione non è certamente data grazie a un farmaco progettato senza il minimo fondamento scientifico, ma grazie al semplice sistema immunitario che fa il suo dovere. Come dire “avevo la tosse, mi sono lavato la faccia tre volte e dopo una settimana mi è passata”: si tratta di due eventi avvenuti contemporaneamente, ma scientificamente privi di correlazione di causa ed effetto.

Dobbiamo anche puntualizzare i danni fatti al settore erboristico e alla salute delle persone dall’omeopatia: grazie a questi rimedi, che la maggior parte delle volte non funzionano se non per effetto placebo, il consumatore finale, il quale spesso non distingue rimedio fitoterapico da rimedio omeopatico e crede che siano la stessa cosa, deduce che tutti i prodotti erboristici non funzionino, di conseguenza perde fiducia nelle cure fitoterapiche.

Inoltre, l’omeopatia viene consigliata per malattie gravissime come il cancro e l’AIDS, ed è chiaro quanto sia irresponsabile propagandare terapie prive di fondamento scientifico per malattie di tale gravità.

Quelle persone che, invece, avranno ottenuto qualche beneficio dato dall'effetto placebo, contribuiranno alla campagna di disinformazione, costringendo gli erboristi a fornirsi di questi rimedi inefficaci, oppure si rivolgeranno al farmacista che li prepara invece di andare dall'erborista, che può fornire loro prodotti realmente efficaci supportati da uno studio scientifico.

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