Maschera a chi?

di Serena Grimaldi — @Serena1090

«Un clown, il cui effetto principale consiste nell’immobilità della maschera, deve mantenere il viso perfettamente mobile. […] presi a guardarmi attentamente in viso, senza far uso di nessun trucco e movimento, ogni giorno per almeno mezz’ora finché alla fine non esistevo più: dal momento che non soffro di narcisismo, spesso mi sentivo prossimo alla pazzia. Dimenticavo semplicemente che ero io quella faccia che vedevo nello specchio, voltavo lo specchio e quando avevo finito gli esercizi, o quando più tardi, nel corso della giornata mi vedevo per caso allo specchio passando, mi spaventavo: c’era un estraneo nella mia stanza da bagno, al gabinetto; un tizio che non sapevo se fosse serio o buffo, un fantasma pallido con il naso lungo; e allora correvo più in fretta che potevo da Maria, per vedermi nel suo viso. Da quando lei non c’è più non riesco più a fare i miei esercizi: ho paura di diventare pazzo». [Opinioni di un clown — Heinrich Boll]

Quasi tutti, almeno una volta, hanno avuto il piacere di vedere un clown, per strada, a una festa, al parco coi ragazzini. Sono sicura che la maggior parte di loro difficilmente abbia posto l’attenzione a ciò che sta oltre l’apparenza per guardare dietro la maschera, conoscerlo magari, e che si sia, troppe poche volte, chiesta cosa c’è oltre viso truccato e gesti da attore.
Mi viene da ipotizzare che molti, almeno una volta, abbiano riconosciuto l’animo di un clown in una persona vicina senza poterla catalogare come tale, per via del suo aspetto del tutto comune, senza naso finto e pantomime varie.
Ma chi sono i clown? Attori comici per definizione.
Chissà poi se la quantità di sorrisi che riescono a proiettare sul viso degli spettatori corrisponde davvero alla qualità di divertimento che hanno dentro quando si esibiscono, a quella pellicola di fotogrammi di esperienze che si avvolge in ognuno col trascorrere della vita.
Perché mi pare che uno dei paradossi più assurdi sia la difficoltà, tra la gente, di riconsegnare rispettivamente ai clown la maschera del buffone e all’uomo ordinario la sua propria dignità: il dramma nella comicità.

Hans, la cui espressione facciale riproduce il senso di vuoto anche quando è incazzato, non può più fare i suoi esercizi e arriva al lavoro già ubriaco tanto da perdere il ritmo preciso dei gesti da compiere, fino a quell’unica cosa che un clown non deve mai fare: ridere delle proprie improvvisazioni. Veramente patetico.

Da quando l’unica donna che esiste per te è uscita definitivamente dalla tua casa, la possibilità di impazzire è diventata concreta, i tuoi gesti si susseguono nella routine con la freddezza meccanica di una filiera di montaggio, senza prospettiva né memoria; sull’autobus in corsa riesci a guardare solo quel posto fuori dai finestrini in cui potrebbe esserci lei e la testa segue il movimento di un no gigantesco, tanto lei non c’è. Lei non c’è quando torni a casa e hai bisogno di specchiarti per riconoscerti, riprenderti le tue vere sembianze, essere te stesso. Maledetto questo mondo in cui la vita da bohème, disordinata e senza regole, non può sposarsi con la sicurezza dei cattolici.

Maria almeno ha deciso così. Probabilmente non esiste un modo per farla tornare, ma Hans ci deve provare, in una serata intera fatta di telefonate alla ricerca di soldi e notizie, una serata piena di riflessioni, opinioni di un clown.

Cosa pensa un clown?

Di certo Hans subisce la beffa di essere figlio del proprio tempo in cui la scelta di abbandonare soldi e carriera di successo per un naso finto e poco altro risulta ghettizzante.
Ma dietro il trucco si cela un uomo desideroso di verità e giustizia, feroce accusatore di una società finta, che uscita vinta e vergognosa dal conflitto mondiale si affanna nel trattare sbrigativamente le necessarie responsabilità storiche.
Dilaga bigottismo, materialismo e perdita di autentici valori: le persone si nascondono, tacciono, dissimulano. Tanti travestimenti e troppi pochi volti. Persino il romanticismo, quello stesso movimento nato in Germania secoli prima, sembra non appartenere più al popolo tedesco, tutto è stato cancellato e ridimensionato dalla guerra.

Ma Hans no, Hans ha negli occhi lo sguardo smarrito di un uomo che ha perduto la motivazione, la ragione, l’interesse e adesso non sa fingere, non riesce più a camuffare la disperazione sotto il trucco, e con la disperazione critica, attacca, denuncia Maria, i cattolici, il padre, gli amici, i tedeschi tutti.

E allora: Hans o la Germania degli anni sessanta, chi porta davvero una maschera?

[Articolo visibile anche su L’Elzeviro]

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