Capitolo 1.

Non c’è niente di incantevole qui.

“Non c’è niente di incantevole qui” disse piano Elsa, appoggiando con cura il cucchiaio della colazione accanto alla tazza. Non aveva ancora alzato gli occhi dal tavolo.

“Cosa?” chiese Martino, genuinamente interessato a carpire il messaggio che sua moglie aveva appena tentato di passargli a denti stretti e voce bassa. Sapeva di non essere necessariamente lui il problema, ma sapeva anche che Elsa era infelice, per una qualche sua ragione.

“Ho detto che non c’è niente di incantevole qui. Niente. Un tubo di niente. Un cazzo di tubo di niente”.

Martino sorrise, e la guardò intensamente, con quei suoi occhi luminosi e carichi di affetto. “Ma che ti aspettavi tesoro, Parigi?” le disse, alzandosi e dandole un bacio sulla fronte, prima di avviarsi verso la porta, salutarla e uscire per andare in ufficio.

Certo che no, non si aspettava certo Parigi, mica era una cretina. Ma qualcosa di comunque radicalmente diverso evidentemente sì, se lo aspettava.

Erano arrivati a Motown da un mese. La città era piccola, sporca, afosa, umida. Tutto quello che Elsa odiava. Il mare era marrone, per strada era impossibile avventurarsi. Troppo pericoloso e caldo. Bionda e pallida com’era, Elsa sapeva di essere una sorta di target ambulante.

Aveva provato ad andare a piedi due volte, e se n’era subito pentita.

Il primo tentativo era fallito per colpa del clima. I 40 gradi e l’umidità al 98% l’avevano stremata, trasformando il suo vestitino arancio comprato a Nizza in uno straccetto bagnato, che le si era poco a poco appiccicato addosso. I capelli erano gonfiati come quelli di una strega, la pelle aveva cominciato a bruciare e il cervello a friggere. Si era persa ed era confusa, spaesata, in preda a un piccolo attacco di panico. Non c’erano negozi né ripari e non sapeva come fare. Prendere un taxi al volo non era possibile (pericoloso), tirare fuori il cellulare ancora di meno (pericoloso il doppio e per giunta inutile, perché in quel posto Google Maps non aveva nessun luogo ben geolocalizzato), chiedere aiuto a qualcuno sconsigliabile (a quell’ora gli unici individui che bazzicavano in giro erano o senzatetto o ragazzetti dallo sguardo astuto e dai lineamenti lombrosiani).

Così, appena aveva visto un negozio di alimentari dall’altro capo della strada ci si era fiondata dentro. Nascosta tra i pacchi di pasta cinese, aveva ripreso fiato e provato a chiamare l’unico taxi di cui per ora si fidava. E che, ovviamente, ora era occupato. Quindi Elsa aveva optato per una soluzione estrema e teatrale, come spesso le capitava. Dopo aver constatato che il posto dove doveva andare era a soli due isolati da lì, aveva cocciutamente deciso di non mollare la spugna, e di dare a questo suo gran gesto la dovuta enfasi, così da renderlo poi ancor più epico la sera, quando lo avrebbe raccontato a Martino.

Aveva comprato delle uova. E nella sua testa, aveva deciso che quelle sei uova erano un’arma potenziale e un simbolo. “Ho comprato le uova perché vivo qui. Ho comprato le uova e non ho paura di tirartele addosso se provi ad aggredirmi”.

Forte di questo suo incredibile costrutto, era uscita. Spavalda e a testa alta, brandendo la confezione davanti a sè, con la mano sinistra. Un movimento sussultante e frenetico che, ripensandoci, alle uova non avrà fatto poi così bene. Fiera, e sempre più simile -nel look e nei modi- a Maga Magò, aveva svoltato a destra e si era incamminata spedita verso quella che aveva identificato come la direzione della sua tanto agognata meta. Non paga, per rendere questa cavalcata ancora più furiosa, aveva deciso di aggiungere al tutto un elemento a sorpresa. E aveva iniziato a parlare da sola a voce alta, gesticolando con le solite maledette uova in mano. “Sì, parlo da sola. Sì, sono pazza. Ma se qualcuno prova a farmi qualcosa queste belle uova gliele tiro addosso”.

Alla fine, non le era successo niente. Era arrivata a destinazione e poi era tornata a casa, sana e salva ma completamente sfaragià, come avrebbe detto suo padre. Ma insomma, forse questo suo metodo estremo e drammatico, in fondo, aveva funzionato.

Il secondo tentativo era fallito per ragioni esterne, e qui Elsa si era spaventata davvero, non solo tanto per fare un po’ di scena.

Camminava in direzione del mercato, in una zona centrale della città, a pochi metri da dove abitavano. Quasi subito, un gruppetto di tipi che bivaccavano a bordo strada, già marci di rum nonostante fossero appena le 3 del pomeriggio, aveva iniziato a importunarla. Il tutto era iniziato con una escalation di parole e concetti sbiascicati in quella lingua ibrida e strana che parlavano e capivano solo loro. Roba che volendo tradurla e ricondurla a un senso andava dal basico “I love you” al più strutturato “I wanna put a baby in you”. Poi però, dalla baruffa verbale si era passati al cat calling e al name calling, e poi ancora, senza soluzione di continuità, allo showcasing. Due tipi che pisciavano a bordo strada avevano deciso che mostrare i loro peni a Elsa poteva essere un’ottima idea. E così si erano girati quasi in sincrono, impugnando i loro cosi tra le mani, avvicinandosi orgogliosi.

Un piccolo climax dell’orrore, che aveva regalato a Elsa un brivido freddo come il ghiaccio che dalla pendice della nuca era sceso veloce fino al culo, inducendola a muovere le gambe ancora più veloce e a togliersi immediatamente da lì.

Nessun danno tangibile neanche qui, chiaro. Ma tant’è. I traumi a volte non devono necessariamente essere assoluti per sedimentarsi. L’ansia e la paranoia oramai le erano entrate dentro. E il rigetto verso le strade polverose e malconce di Motown era diventato progressivamente sempre più nitido e difficile da sradicare.

“Meglio così, tesoro. Meglio non rischiare e andare in macchina ovunque e in qualsiasi frangente” le aveva detto Martino, con il suo solito modo di fare premuroso, un po’ da genitore.

A sto giro, Elsa aveva lasciato da parte ogni sarcasmo e ogni atto di ribellione nei confronti del marito, e aveva saggiamente deciso di dargli retta, rendendo quel consiglio una legge morale interiore, che faceva applicare a entrambi sempre. Anche per fare 50 metri di strada, come era successo una sera. Era Piemontese in fondo, e il buon senso un po’ paraculo tipico delle sue parti a volte per fortuna prevaleva sulla testardaggine tipica di chi è nato nel mese di Marzo.

Che poi, a dirla tutta, non è che il povero Martino lì si trovasse tanto meglio di lei, e questo Elsa lo sapeva bene. Eppure non riusciva proprio a ingoiare il suo egoismo, la sua gelosia e -in fondo- il suo risentimento. “Sì certo, non è facile per nessuno, ma lui almeno ha uno scopo, una missione. Un lavoro”.

Routine, colleghi, vita. E una moglie sull’orlo di una crisi di nervi, in tutta la sua incostante presenza e con tutte le sue rumorose reazioni…Mica facile da gestire, a pensarci bene.

Eppure, Elsa sempre più spesso ultimamente si sentiva autorizzata a essere nervosa. Non aveva un emerito cazzo di un tubo di niente da fare ed era arrabbiata. Non con Martino, o meglio non soltanto con lui. Era arrabbiata soprattutto con sè stessa. Offesa dalla sua stessa superficialità. Era partita e si era lasciata tutto alle spalle. Famiglia, amici, lavori, abitudini. Stolta e anche un po’ idiota nella sua sventata ricerca di una nuova forma di felicità, come un’anguilla che nuota fiduciosa nel delta del Po poco prima di finire su un bancone del mercato di Chioggia a boccheggiare, con il corpo già staccato dalla testa.

Il lavoro fuori lo aveva trovato lui, ma la scelta di andare via da casa la aveva fatta lei per entrambi. Era merito (anzi: colpa) sua, se adesso erano lì, in quella città che le sembrava terribile e maledetta. Pensava che il cambiamento li avrebbe fatti crescere, immaginava un mondo di esperienze e di avventure, era sicura che quello sarebbe stato un posto magari ruvido e complicato (ovvio: non era Parigi), ma anche incantevole. E invece.

“Noi ce ne andiamo, che tanto qui non c’è mica niente da fare”. Le ultime parole famose. Quante cazzate che ti fa fare e ti fa dire l’amore, pensava Elsa. Se ami pensi che quello basti a tutto. Ti senti invincibile, ti lanci sicuro di cadere in piedi e poi ti prendi delle belle e sonore sportellate in faccia. L’amore a lei era restato, forte e chiaro. Ma anche i lividi e le contusioni, forti e chiari anche quelli, non se ne erano più andati. In fondo poi, mica si vive d’amore soltanto.

Anche se era cresciuta negli anni ’90, consumando storie in cui la gente fugge dagli obblighi, dalle responsabilità e dalla routine, a Elsa l’idea di “scegliere di non scegliere” e di fuggire e basta, non piaceva poi mica tanto. Le serviva anzi avere una vita razionale e concreta, con tutte le sue suppellettili e i suoi strati, per dare contesto all’amore. Aveva bisogno di struttura, di canoni, di parametri. Anche in questo si ritrovava a essere molto “Piemontese piccolo borghese”, come la aveva definita un ragazzo suo compagno del corso di Lingua e Cultura Italiana all’università a Bologna, facendola diventare livida di rabbia. Ci aveva preso, quel tipo. Non era adatta a fare la hippy, a vivere alla giornata, a improvvisare. E infatti ora, lì, in mezzo al nulla e senza i suoi sistemi di riferimento soliti, si sentiva smarrita e sola. Perché la sua vita non la aveva più. Aveva, in compenso, una cosa che non aveva mai posseduto: del tempo da perdere. E non le piaceva per niente.

Non era da lei demordere, questo no. Ma la sua testa faticava a distaccarsi dall’imminenza. In quel contesto nuovo e alieno, tutto le pareva lento, ostile e complicato, e anche la sua proverbiale tenacia - quella che alla seconda uscita insieme la aveva fatta tribolare 15 minuti sotto al lavandino di Martino per sistemargli la lavastoviglie - si era presto incrinata.

Lei che aveva sempre pianificato e pensato al futuro, ora si ritrovava a concentrarsi ossessivamente sull’adesso. Incapace di andare oltre al delirio di un atterraggio complicato in un luogo nuovo e sconosciuto. Impaziente di fare e di dimostrare (a sè stessa, a Martino, ai suoi genitori, agli ex colleghi, agli amici, al mondo). Feroce nelle reazioni come un leone chiuso in gabbia. Ostinata nel suo vedere tutto grigio sempre.

Da due settimane erano finalmente entrati in casa: un piccolo appartamento di due camere e cucina in uno stabile semplice e azzurro. I vicini di casa erano quasi tutti venezuelani e friggevano pesce tutto il giorno. Martino chiamava il piano sotto al loro Little Caracas, e il loro Little Italy.

Quel bilocale spartano per Elsa era un po’ una prigione, con tanto di sbarre alle finestre peraltro. Era lo spazio in cui passava le sue giornate, cercando di dare un senso a loro e a sè stessa. Per caso e per non sentirsi troppo inutile, un giorno aveva aperto il frigo da un lato e un sito di ricette sull’iPad dall’altro, e aveva iniziato a cimentarsi in un’attività per lei semi sconosciuta: preparare da mangiare.

Un lato positivo in effetti forse Motown stava iniziando a mostrarlo. Come le aveva detto suo fratello Piero quando aveva condiviso la prima foto a tema food sulla chat Whatsapp di famiglia, “Dopo anni di ceci in scatola e insalate, ora finalmente hai imparato a cucinare”. Elsa e Piero avevano vissuto insieme per due anni e, per quanto si adorassero, in cucina non erano mai andati d’accordo. Lui ci passava le ore, lei massimo due minuti. Sapeva cucinare. (Certo che sapeva cucinare). Ma la sua vita quando era in Italia era frenetica e il tempo per mangiare era assai poco. Mica come adesso.

Adesso tutto era diverso e ribaltato, oltre lo specchio di Alice -o quasi. E in questa sorta di allegoria in cui si sentiva costretta a ritagliarsi un ruolo, Elsa aveva finalmente preso possesso della cucina, e aveva iniziato a preparare uno dopo l’altro alcuni grandi classici della cucina Made in Italy. Pizza, parmigiana, pasta al forno, torte, pane. Una novità assoluta e sovversiva rispetto al suo personaggio.

Quando era in Italia, anche dopo essere andata a vivere con Martino, la voglia di cucinare non le era mica venuta mai. Il re dei fornelli era lui, e Elsa si era accontentata di svolgere, peraltro saltuariamente, il ruolo di semplice assistente. Mentre Martino impanava, friggeva, saltava il pesce, preparava sughi deliziosi, lei lavava l’insalata, sbucciava le patate, condiva le verdure. Lui era bravo e lei molto furba: aveva subito capito che lasciargli il passo era la cosa più saggia da fare. Arrivava la sera stanca da Milano o da Roma e trovava ad aspettarla piatti fumanti e deliziosi. Meglio di così.

Ma ora, visto che lì non aveva proprio un cazzo di tubo da fare, si era decisa a riprendersi quel ruolo così da femmina e quello spazio così da femmina. E la cucina era diventata sua.

Dopotutto gli anni di lotta, di femminismo e di empowerment li aveva -come aveva osato dirle sua zia prima della partenza verso Motown - “Buttati nel cesso con questa bella idea di seguire tuo marito dall’altro capo del mondo”. E certo, perchè essere innamorati di qualcuno e decidere di accettare una sfida più grossa di te vuole proprio dire arrendersi al patriarcato, e gettare all’ortiche tutti i propri valori. Certo.

E invece no. Quello di cui Elsa si stava poco a poco accorgendo era che compiere un’azione apparentemente semplice come fare la pizza, vuole in realtà dire creare, dare forma a qualcosa, mettere fatica e forza dentro a un progetto e poi regalare il proprio lavoro a qualcuno, regalando un attimo di gioia sublime. Nella pancia e nello spirito.

In fondo, sono le cose semplici le uniche capaci di salvarci e a ridarci un senso, anche quando nella nostra testa regna il caos e la nostra vita è momentaneamente messa in stand by.

“Non è vero che non c’è nulla di incantevole qui” si ritrovò così a pensare mentre, alla fine della solita giornata di caldo e noia, impastava i soliti 3 bicchieri di farina bianca e 1 bicchiere di farina integrale con acqua, lievito e olio, ascoltando il Notturno opera 9 n.2 in Mi Bemolle di Chopin a tutto volume.

“La musica è incantevole. E la pizza pure.”

Si era fermata, le mani ancora immerse nella pasta calda e morbida. E finalmente aveva sorriso, soddisfatta della sua constatazione e forte di un sentimento di serenità momentaneo, ma potente.

La farina e il pianoforte le avevano regalato un attimo quasi proustiano. Le avevano ricordato sua mamma e sua nonna. E la avevano fatta sentire a casa, anche se a casa non era.

“C’è poco da fare. A noi italiani il cibo ci fa questo effetto qui” si disse pulendosi con nonchalance le mani sul grembiule. Intellettuale fino in fondo e dunque orgogliosa della sua capacità di interpretazione e astrazione culturale dei piccoli gesti, ma anche e soprattutto contenta di sentirsi parte di qualcosa di più grande di lei.

Erano già le 7 però, e doveva spicciarsi. Martino stava per arrivare a casa, inconsapevole di trovare ad aspettarlo un’Elsa diversa quanto bastava da come l’aveva lasciata la mattina. Realista e scettica come sempre, ma anche finalmente resiliente e pronta a scoprire dettagli e momenti incantevoli, pure se nascosti benissimo.

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