Matteo Renzi ed il tono che non t’aspetti

Al contrario di Sergio Staino io non ho da dirigere l’Unità, per cui la scomparsa mediatica di Matteo Renzi non ha scatenato in me ansie particolari o dubbi politici, almeno non tali da farmi formulare collerici giudizi sulla qualità umana del Segretario del PD. Nonostante questo il percorso comunicativo di Renzi nel post referendum merita una riflessione.
Una premessa è doverosa. Ammettere la sconfitta non è mai facile, ammettere la disfatta anche meno; sicuramente non è proprio della cultura politica italiana. Renzi lo ha fatto, con assunzione di responsabilità e conseguenti dimissioni. Questo non è poco.

Matteo Renzi ha personalizzato il referendum, almeno in parte ritengo che fosse inevitabile e necessario (magari poi scrivo un post sul perché, ma ora no) e facendo ciò il Segretario PD ha indubbiamente intasato, nella doppia veste di premier e front man del “SI”, la scena mediatica per mesi. Questo era voluto, è da sempre il suo stile politico e comunicativo. Una strategia comunicativa spinta al limite che - unitamente al ruolo istituzionale - lo ha portato letteralmente a saturare della sua presenza i mass media ed i social network. 
Non so misurare quanto tale strategia abbia pesato in termini di consenso - in senso negativo - sull’esito del referendum, ma è chiaro che, indipendentemente dal risultato del voto, non era una modalità sostenibile nel medio e lungo periodo. La sconfitta referendaria ha probabilmente accelerato i tempi di una necessaria decompressione mediatica, ma non credo che ne sia stata la ragione. Anzi direi che la decompressione mediatica è stata piuttosto una risposta tattica alla sconfitta politica.

SPARIRE! Carinamente, ringraziando e salutando, blandamente, ma in definitiva sparire rapidamente. Proprio come suggerisce il Melandri (Adolfo Celi) in un’epica scena di Amici miei. L’imperativo è stato: sparire! L’elettorato non poteva essere sottoposto ad ulteriore stress mediatico. Non è stato remunerativo per il referendum, sarebbe stato un suicidio in termini di consenso per il futuro, sia esso rappresentato dal congresso PD, da eventuali primarie o dalle elezioni politiche vere e proprie.
La rivincita, il rilancio, il ritorno che molti agognano per ridarsi un senso politico insieme al Segretario PD, arriverà probabilmente con altro stile: un beige, forse un pastello…per il momento non certo un fucsia. L’intervista rilasciata a Repubblica, in parte, ha confermato questa nuova tendenza.
Fin qui le ragioni di questo nuovo stile comunicativo minimale, quasi parco (pochi post, interviste ed interventi centellinati, ecc). Quello che però non riesco ad interpretare sono i toni di questa comunicazione. Insomma, siamo passati da una tigre che affonda sulle opposizioni, sulle correnti di partito o sull’UE, ad un micino che ci racconta che va a parlare coi professori dei figli. Da post al vetriolo a twit francescani. Abbiamo lasciato il must del “fare” per passare a: contenuti, riflessione, elaborazione. Insomma una tonalità stridente rispetto al recente passato in cui l’ex premier era, su ogni argomento, se non iperattivo addirittura frenetico.
Capisco la batosta, il “mea culpa” ed apprezzo l’assunzione di responsabilità e le dimissioni. Comprendo la necessaria decompressione mediatica e la spersonalizzazione della scena politica. Ma sui toni credo che il potenziale passo falso possa essere fatale.
Una buona parte del consenso creatosi introno a Matteo Renzi (ed a lui solo) deriva innegabilmente da uno stile comunicativo curato ed accattivante, da toni perentori se non audaci, propri di un giovane ambizioso e apparentemente decisionista. Su questo ha costruito molto, ha affermato un modo di fare politica che per taglio mediatico è stato spesso equiparato a quello berlusconiano. Non a caso Renzi è stato l’unico altro grande fenomeno “unipersonale” della recente politica italiana.
Renzi si è sempre rappresentato agli elettori ed ha sempre parlato loro da Renzi. I suoi elettori, quelli del PD, quelli che non lo votano, gli indecisi, tutti lo conoscono così. Lo vogliono così. E riconoscono al suo stile più autorevolezza di quanta, spesso, ne riconoscano ai suoi contenuti. 
Mi domando allora - ammesso e non concesso che debba esserci il ritorno del grande sconfitto - se sia opportuno un ritorno con questa tonalità. Per quanto sia necessaria una complessiva rivisitazione del piano comunicativo (peraltro già in atto), mi chiedo quanto possa essere remunerativo ritornare sulle note di Nino Bonocore, piuttosto che su quelle degli ACDC.

La prego Segretario si ravveda. Ok sentirla un po’meno, ma si faccia sentire da Matteo Renzi.