[Renzi e ] L’illusione della campagna elettorale infinita

L’avviso di garanzia recapitato a Virginia Raggi mi aveva inspirato un post sull'attitudine amministrativa del M5S, ma gli ultimi eventi mi hanno convinto a rimandare (tanto credo che l’argomento resterà caldo) e dedicare un po’di attenzione allo scenario politico che si sta delineando dopo il verdetto della Corte Costituzionale sull’Italicum (oddio quanto è brutto scrivere questa parola…ma come fanno i giornalisti a bearsene?).

Qualche giorno fa esortavo Matteo Renzi ad abbandonare i toni un po’dimessi della sua recente comunicazione per ritornare ai toni dinamici ed audaci che lo hanno sempre contraddistinto, sono stato accontentato! Il tono renziano c’è, magari senza uscite eclatanti, ma il tono c’è. Riattizzato anche da una sentenza della Consulta - a dire il vero ampiamente prevedibile - il Segretario PD lancia un nuovo blog, prepara una nuova segreteria e, difatti, apre una nuova campagna elettorale.
Anzi apre la campagna elettorale sulla campagna elettorale, manifestando a riguardo una smania che condivide con Lega e M5S, ma che non sembra appartenere ad una buona parte del suo stesso partito.
Dopo neanche due mesi di eremitico distacco dalla ribalta, dopo alcuni fugaci passaggi su concetti quali “elaborazione” e “riflessione”, Matteo Renzi torna a fare il Matteo Renzi. La sconfitta del referendum sembra già un ricordo, il miraggio di nuove elezioni diventa il nuovo orizzonte politico. 
Se rileggo la sua sparizione post referendum alla luce della reazione alla sentenza della Consulta, mi viene quasi da pensare che Renzi agognasse una nuova campagna elettorale in cui gettarsi. Non è una considerazione provocatoria, ma semplicemente leggo il dato elettorale del referendum e non capisco quale sia la ragione di questo orientamento del Segretario PD.

Io non credo che Renzi sia convinto che, di qui a giugno, gli elettori che lo hanno sonoramente bastonato sulla Costituzione vadano a votare accordando al PD il 40% dei consensi. Non credo che si illuda che l’onda lunga di un populismo, che comunque premierà M5S e Lega, sia finita. Non credo che speri di ricompattare in quattro mesi un partito di cui non è mai stato in grado di veicolare, positivamente, le varie correnti. 
L’esperienza del referendum ha parlato chiaro: il Governo ha proposto cambiamento, il paese vuole discontinuità, ma nulla più. Il paese non è culturalmente e politicamente maturo per una stagione riformista (il 70% dei giovani ha votato NO), bensì agogna una continua rottura col recente passato. Bisogna prenderne atto. È una constatazione amara è vero, ma è indubbio che lo stesso Matteo Renzi ha tratto in passato un vantaggio da tale contesto. 
Credo che l’ex premier abbia ben chiaro tutto questo. Anche il più sfrenato positivista è ormai convinto che l’elettorato italiano deve essere rieducato, altrimenti continuerà a votare con la pancia inseguendo il mito dell’antipolitica. Al di là dei valori e dello stile, oltre quei “[….] milioni di italiani, milioni, che hanno votato “sì” e che vogliono vedere tornare il futuro.” (cit. blog.matteorenzi.it), Renzi non può permettersi di leggere l’elettorato con una lente che ne distorce la reale consistenza.

Proprio perché sono convinto che Matteo Renzi abbia coscienza di tutto ciò, la smania elettorale del Segretario PD mi colpisce. Perché a mio avviso, in questo momento, gettarsi in una nuova campagna elettorale ha il solo fine di: rientrare in campagna elettorale. 
E se questo è il fine, mi sorge il dubbio che l’ex premier ritenga che il suo consenso politico debba essere costruito con un solo strumento: la legittimazione attraverso il voto. Questo sinceramente non credo che faccia bene al paese.

Confrontarsi con il partito è faticoso, nel PD non mancano i “crostini” e la linea tra autonomia di pensiero e slealtà spesso è difficile da distinguere. Ma è un passaggio necessario. Un partito europeo ed evoluto come è il PD non può - e non deve - fare a meno di elaborare pensiero condiviso. Un leader di partito deve sforzarsi di trarre da tale condivisione la sua autorevolezza.

Confrontarsi con le altre forze politiche, con le forze economiche e sociali - alleate e oppositrici - è complicato in Italia; soprattutto per la presenza di schieramenti antisistema e populisti che fanno del rifiuto del confronto la loro forza. Ma è un passaggio obbligato per non cadere in una proposta politica asfittica, autoreferenziale e priva di ampio respiro. È un dovere per marcare la differenza con chi ritiene di “far da se, contro tutto”, ed è l’incarnazione del concetto espresso da Don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri e uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia”.

Confrontarsi con quella parte di elettorato che sfugge alle canalizzazioni della così detta “società civile”, è rischioso, perché mette a confronto con il dissenso più crudo. Ma è essenziale se si vuole rompere la percezione, propria di molti cittadini, che votando non cambia nulla e che “son tutti uguali”, ed il segretario di un partito a vocazione maggioritaria come il PD non può pensare di sostituire questo scomodo confronto con i post su blog e social network.

L’illusione - un po’ bonapartista - di poter ridurre la politica ad una continua campagna elettorale, dove affermazione elettorale e consenso si fondono, porta con sé la seduzione di poter minimizzare i tre passaggi di cui sopra, o addirittura di saltarli, inseguendo piuttosto un consenso basato unicamente sulla relazione comunicativa candidato-elettore. Non è una via praticabile all’infinito, non educa il paese ad una “buona politica” e non educa la politica ad essere sé stessa.

Segretario, grazie comunque per essere tornato ad essere Matteo Renzi, io ho raccolto il suo invito, il mio contributo l’ho scritto qui, magari un giorno Le capiterà di leggerlo. 
Buon lavoro