La fame.

Agata, ottantun anni, si chinò a versare crusca nella mangiatoia. “Devo chiuderle, le galline, qui vengono le volpi.”

“Vengono spesso?”

“… Vengono.

La giovane donna a pochi passi da lei, che era la figlia di una sua parente, osservava i piumaggi, le creste rosse e dritte, già ringalluzzite dal calore di marzo. Scrutando le dolci colline in lontananza, indorate dal sole, rifletteva sull’animale furtivo e nottambulo che insidiava i pollai. Non aveva mai conosciuto un contadino tenero, perché i contadini non sono teneri. E lei, nonostante le fantasie di paesologi e poeti, lo credeva fermamente. Era cresciuta in campagna, e aveva bene in mente il contadino: creatura primitiva, arroccata, per cui la terra è possesso e non nostalgia, e gli animali sono cose in reciproca esclusione — proprietà oppure insidia. Lei, Livia, la ragazza che in quel pomeriggio osservava i polli beccare la crusca, sceglieva nella vita di stare dalla parte più sospetta: quella amara degli insidiosi. Di una volpe aveva il sentimento profondo di essere sola. Braccata. Vulnerabile. E, va detto, affamata. Che tipo di fame fosse, la sua, non le era ben chiaro. Eppure ne sentiva i morsi, feroci, a tratti. Trentuno anni, un mondo che le vortica intorno, bisogno di incontrare, di essere riconosciuta, di essere blandita e nutrita. Un virgulto in crescita vorace, in una foresta sociale fitta di concorrenza e di ombre. Alti fusti, inamovibili, e impermanente sottobosco: lì in mezzo lei, una piccola volpe nel chiaro delle lune. Poca roba selvatica da cacciare, perciò ogni volpe deve rischiare, andare in cerca di pollai incustoditi. Lo fa a notte fonda, oppure all’alba. E deve farlo con circospezione, se non vuole finire sbranata dai cani o presa a fucilate. Così nei secoli, nei lunghi inverni di chiacchiere intorno al fuoco, ne hanno fatto un feticcio: è lei, l’immagine perfetta della ladra furba, piena di malizia. A Livia quell’odio cieco che l’uomo di campagna riserva ad animali così minuti e graziosi, era sempre parso esagerato. Così come le era parso esagerato il giudizio che Giacomo le aveva sputato addosso, quel giorno in cui discussero ferocemente. “Perché non parli, eh?”

Lei l’aveva fissato per un istante soltanto, improvvisamente cosciente di avergli espresso, proprio con il silenzio, qualcosa di preciso. Collera triste, smarrimento, la coscienza di essere stata pesata con una misura ingiusta e violenta. Di quel veloce sguardo di resa, se ne pentiva nelle viscere più segrete. Un fremito nervoso le arricciava il naso.“Se non parlo, è perché non ho niente da dire.”

La conversazione riguardava la fine della loro relazione. Se Livia non parlava, ma questo Giacomo non lo sapeva, non era perché fosse sciocca o superba: era perché provava qualcosa di triste e selvaggio, di arcaico e inspiegabile. La paura. Perché, da quel punto in cui cominciava a sentirsi fragile, voleva sempre farsi invisibile e sparire. Così comprendeva — vivendola nella propria pelle — la natura sfuggente delle volpi, ombre incarnate e perseguitate. Ne coglieva la prudenza, cioè la paura, e la furia, che è resistenza e disperazione. Giacomo era invece contadino nell’anima. Disciplinato e razionale, assunto come ingegnere. Sanguinario, infantile, come tutti i contadini. Il senso pratico, il bisogno di recintare proprietà, la violenza ottusa di chi invece di mettersi la stilografica nel taschino, vanga le zolle. Ma è la stessa cosa: una stupidità truce, ostinatissima, che le ripugnava. Delle volpi Livia seguiva le piste invisibili, allontanandosi da lui e dal disagio. Il bisogno di preservarsi infilandosi nel buio della vita, dove gli altri non ti vedono. L’abitudine di perlustrare i sottoboschi. Quella di avvicinarsi alle case in inverno. Eludere i cani pezzati. Agire da punti vantaggiosi e insospettabili, e scivolare sul retro delle cascine. Strisciare tra le zampe delle vacche che masticano lente. Mai a muso scoperto, mai di fronte. Mai, mai alla luce del sole. Si sentiva debole, Livia. Debole, cosciente dei propri limiti, ma anche della fame segreta e senza nome. Debole e quindi doppia. Una natura ferina, ostile a se stessa prima che agli altri, a volte le trasluceva dai gesti. Si sottraeva all’azione diretta: era colei che immancabilmente elude.

Ma non orribile. Non orribile. Non come Giacomo le aveva detto, urlandole dietro una sera che si erano incontrati. Lei toccava con insistenza una corniola che sempre teneva nella tasca destra, quasi a cercare la forza in quel sassolino arancione. Non era orribile… Molto sola, però, e molto accorta; pronta a fare il necessario per autoconservarsi. Donna e volpe, aveva strappato il suo trofeo all’ombra di un pollaio qualsiasi, qualche giorno prima di quella lite. Aveva seguito le tracce, poi irretito, e portato con sé uno dei colleghi di Giacomo. L’aveva fatto per indefinibile fame, e per ferocia triste. Colta sul fatto, ancora nel retro della cascina, aveva taciuto. Giacomo poi aveva preteso una parola, definitiva, che potesse spiegare la faccenda, rimediarvi, e chiuderla seccamente. Qualcosa di risolutivo e banale: una supplica, un giustificarsi. Un percuotersi l’anima. E invece no. Nessuna contrizione. La volpe, riuscendo infine a fuggire dai ringhi e delle canne di fucile, con le piume ancora incastrate tra i denti e serrando gli occhi con una specie di sorriso, aveva offerto al mondo e a Giacomo soltanto un flebile guaito. Forse perplessità, forse trionfo. Zero ipocrisia. Ma significava, più o meno: AUTOASSOLUZIONE.

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