Il viaggio di Orlando Gais

L’eco dei passi nel sottopassaggio è desolante. Il pavimento è umido e viscido, una manciata di foglie secche si aggroviglia in un vortice. Non ci sono molti pensieri che mi passano per la mente a quest’ora del mattino o forse non me ne curo, non ora. Affondo le mani nelle tasche del giaccone e mi stringo nelle spalle. Detesto l’inverno e non solo quello.
Orlando Gais è già lì, sul ciglio del binario, ha una ventiquattrore appesa alla mano destra, così pesante da spostargli il baricentro. A guardarlo bene sembra che debba cadere da un momento all'altro. Cosa ci tenga dentro è sempre stato un mistero per tutti, anche se non sono in molti a chiederselo.
Le sue ginocchia valghe lo rendono, se possibile, ancora più instabile e annunciano in pompa magna un addome eccessivamente voluminoso, che lo costringe a comprare camicie di almeno due taglie più grandi, nonostante il collo non sia largo a sufficienza per riempire la circonferenza della goletta.

A Orlando Gais la barba cresce mal volentieri e il suo mento è completamente glabro. Lo tiene sempre nascosto dietro il bavero di un cappotto deforme e quando qualcosa attira la sua attenzione, solleva solo lo sguardo: occhi liquidi e cadenti, incapaci di ridere.
Alcuni lo chiamano “il pazzo”, altri “il demente”. Qualche signora di mezza età si limita a sospirare un “povero diavolo”, mentre per i macchinisti è solo un numero, il 6. L’edicolante dice che aspetta, ogni santa mattina. Aspetta di farsi ammazzare. Poi ci ripensa e sul treno ci sale davvero, anche se non c’è anima viva che possa giurare di averlo mai visto scendere, alla fine.
“Quel che è certo è che ritorna”, mi dico a bassa voce, rincuorata.
È l’ultimo pensiero che mi sfiora, mentre prendo posto accanto a Orlando Gais e scelgo la sua destinazione.