Brand new me (o forse no)

Ricominciare è difficile. Io sono bravissima a smettere, a soprassedere, a mettere in pausa, a procrastinare per poi far cadere nel vuoto. Sono brava anche a finire. Molto meno a ricominciare. Perché ricominciare sembra implicare delle spiegazioni. Se nessuno spiega lo smettere, e ancora meno il concludere, il ricominciare sembra dover essere giustificato.

Avevo un blog una volta, una di quelle cose che guardo con la tenerezza con cui si guardano le versioni di se stesse più giovani, ingenue, incantate e inesperte. Lo rileggo con lo sguardo con cui giudico i miei disegni delle elementari. “Davvero c’è stato un tempo in cui questa cosa la consideravo bella?”. Ci scrivevo molto, stavo molto esposta, a un certo punto l’ho chiuso. Smettere, appunto, bravissima io. 
L’ho chiuso con un post che parlava del vivere le cose in virtù del fatto di doverne poi scrivere, di quanto questa cosa mi avesse fatto perdere lo sguardo reale, di quanto non riuscissi più a distinguere la bellezza delle cose fine a se stessa, ma solo in virtù della condivisione che ne sarebbe derivata. “Il problema non è internet, è l’uso che se ne fa”, dicevo. Era un post molto bello secondo me, considerato il momento era anche parecchio sensato. Erano arrivati i primi detrattori e io non avevo retto. Erano arrivate le prime incursioni nella privacy, oltre una linea che io non avevo intenzione di oltrepassare online e io mi ero chiusa e protetta.

Una pioggia di saluti di commiato e poi Simone S., una persona che ho conosciuto in una situazione che a raccontarla non ci si crede (esattamente sul confine tra online e offline) che mi aveva scritto “che cazzo fai, smettila di dire stronzate e torna a scrivere”. Cosa che non avevo fatto perché figuriamoci, dovevo fare la purista dell’offline, con quel minimo di melò che metto un po’ su tutto, salvo poi inventarmi duemila versioni diverse che surrogassero il fatto che non scrivessi più sul blog. 
Avevo twitter, facebook, una newsletter personale, alcune testate che mi davano degli articoli da scrivere riguardanti tutt’altro ma che io riuscivo comunque a ridurre a me, due newsletter aziendali, profili facebook lavorativi, il mio mestiere di copy, briciole di qualcosa che disperdevo anziché compattare in un progetto preciso come invece era stato il blog. E tutto per non espormi, per non farmi vedere, come se la vetrina fosse un posto di cui vergognarsi in quanto vetrina, a prescindere dall’uso, che esposta non andava bene, non così, non alla mia età, e i miei figli cosa avrebbero detto, e lui era contento di quella mia sovraesposizione (mia, appunto, mica sua), di come ne uscivo, di cosa la gente avrebbe interpretato di me, di lui, di noi, no chiudo tutto e tanti saluti, chi mi conosce sa, chi non sa non deve sapere altro.

E ci ho pensato tanto, scalpitando di non trovare una mia dimensione, in una costante forma di inquietudine da incoerenza — che più amavo scrivere, più gli toglievo spazio— che mi ha appannato e mi ha smarrito, prima di riuscire ad ammettere che la platea mi piace, che la vetrina mi piace se posso fare in modo che sia bella, che in vetrina non ci devo stare per forza io, che si può scrivere anche di qualcosa di lontano dall’ombelico, che raccontare mi piace, che non devo dare spiegazioni a nessuno, che stabilisco io il limite della mia privacy e non è sindacabile.

E soprattutto ho capito che dal momento che non ho più dovuto raccontare ho smesso anche di guardare con attenzione. A differenza di quello che pensavo, cioè che a togliere il racconto sarebbe rimasto lo sguardo, è successo il contrario, cioè che a togliere il racconto lo sguardo l’ho perso del tutto.

Perché ho vissuto tre quarti della mia vita in cui “condivisione” era qualcosa di analogico che succedeva vis-à-vis con le persone che volevo intorno. E questa cosa resta. Ma l’ultimo quarto ha aggiunto una condivisione che raggiunge altri numeri, sicuramente un diverso livello di contatto e di profondità ma che nello stesso tempo mi restituisce molti specchi di ciò che sono, piccoli frammenti di immagine che ricompongono un aspetto di me a cui comunque non so rinunciare. Perché fa parte del nuovo modo di stare al mondo e di socializzare. Si può decidere quale spazio attribuirgli e quanta parte di se stessi dargli, ma non si può negare del tutto, a meno che non si voglia finire come gli Amish, e io non ci penso neanche. Che non ci si mette a fare le cose solo per poterle raccontare, ma il modo in cui poi le racconteremo è diventato parte integrante del nostro modo di viverle e questa cosa non si può negare, non nel 2017. 
Se le vivo così con quell’intensità lì di chi vuole una platea ma poi non le guardo, non le analizzo, e soprattutto non le racconto in qualche modo implodo. Non che reputi di avere necessariamente qualcosa di interessante da dire. Ma se ce l’ho e non ho uno spazio per farlo come si fa.

Hai presente il rumore del palloncino quando si sgonfia? Così, costantemente. Finisco per sentirmi sempre in quel modo lì, mentre nella mia testa tengo comizi in una Sansiro gremita.

Quindi ok, magari a Sansiro non ci arrivo ma nemmeno finisco Amish.
Questo è il motivo per cui sono su Medium.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Lara’s story.