Accidenti alla notte

Ho guardato la radiosveglia ed erano le quattro e qualcosa. Ero in quel momento in cui non dormi più, ma non sei neppure vigile, e nell’ordine ho avvertito: respiri affannosi, cuore accellerato, e ovunque bagnato, umido, freddo. Pigiama e lenzuola fradici e zuppi, capelli attaccati alla nuca e alla fronte. Non c’era parte del mio corpo asciutta, ma non è stato questo a svegliare Marco, è stato il mio fiato caldo e agitato sulla sua fronte. Mi ha toccata, ha sentito la paura materializzata in sudore sul suo pigiama bianco blu che io indossavo, sulle sue lenzuola verdi ikea. Mi ha stretta forte, ha infilato le mani sulla mia schiena, sulle mie gambe, come se sperasse, ancora mezzo addormentato, che le sue dita fossero scottex. Poi si è alzato, ha preso un suo secondo pigiama e mi ha aiutata a infilarlo. Mi sono rotta il menisco qualche giorno fa, perciò lo ha fatto. O forse l’avrebbe fatto anche col mio menisco integro. Coi vestiti asciutti addosso, le sue mani sul mio cuore, sono tornata a suonare il campanello del mio mondo onirico.

La seconda volta che ho alzato la testa erano le sei e qualcosa, ma mi pareva passata una frazione di secondo. Quella frazione di secondo sufficiente a sognare qualcosa, qualcuno che mi facesse aprire gli occhi per i miei stessi singhiozzi, sommessi e strozzati; qualcosa, qualcuno che facesse aprire gli occhi di Marco e sentire che il suo secondo pigiama era fradicio, zuppo, le sue lenzuola verdi ikea da cambiare. Mi ha calmata con poche parole e tanto corpo, facendosi sentire fisicamente lì, vicino a me. Poi si è alzato a prendere un terzo pigiama, e mi sono alzata anche io, per andare in bagno. Le mie mutande violetta erano bagnate più del pigiama. Me le sono tolte senza prenderne di pulite e sono tornate a letto, dove Marco mi aspettava con un mezzo sorriso: “Ho finito i pigiami puliti”, mi ha detto infilandomi il sopra che aveva addosso lui e un paio di pantaloni sportivi con cui lavora, 30% poliestere e 60% carta vetrata, o perlomeno così li ho percepiti, essendo senza mutande. Le lenzuola erano bagnate, ma volevo solo riaddormentarmi, concludere la notte meglio di così.

La terza volta non avevo il respiro corto e non piangevo, ero solo bagnata, di nuovo, di sudore e ansia. Il mio odore era troppo forte per poter sperare in una fine diversa. Sono rimasta sveglia, finché non si è svegliato anche Marco, trovandomi a pancia in su e occhi al soffitto, bestemmiando la notte, Gesù. Scusa mamma, digli che non l’ho fatto apposta.

Guardandomi allo specchio nuda aspettando che l’acqua della doccia divenisse bollente, ho visto il riflesso di quest’ ennesima notte accidentata: il viso gonfio, gli occhi lucidi e stretti, i capelli sporchi. Mi sono guardata allo specchio, ho pianto e fatto un po’ la vittima con me stessa, con i voi-che-mi-amate immaginari che vivono nella mia testa. Davanti a voi mi sono inginocchiata a capo chino e ho urlato

Non lasciatemi sola, non ancora, ho paura, non è ancora il lieto fine, non lasciatemi sola

Dopo la doccia mi sono cosparsa di borotalco, come per chiudere tutti i pori, come per cancellare gli incubi, come se fossi sul lettone dei miei genitori e avessi sei mesi, e a cospargermi di borotalco fossi tu, mamma, arrivando con le tue mani grandi e nobili in ogni piega della mia pelle neonata. Puoi farlo ancora?

Accidenti alla notte.

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