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Chi sa, fa, chi non sa fare, insegna.

Così dicono, e chissà che io non sia tra quelli che non sanno fare?

La musica è stata la prima passione della mia vita, quasi dieci anni di lezioni di pianoforte, quasi altrettanti di lezioni di canto.

Qualche concertino, una serata voce e chitarra nell'unico bar del paese, ed emozioni forti tuttora, credimi, quando mi siedo al piano e cerco sul telefono gli accordi di quella canzone che ho in testa da due giorni.

Ma non sono mai stata una brava musicista, non sono una cantante straordinaria. Extra-ordinaria, fuori dal comune. Non ho “quel non so che” ( un complimento bellissimo da fare, se ci pensi, dire a qualcuno che ha un “non so che”: possiedi qualcosa talmente particolare che non riesco a definire, nonostante la mia lingua sia composta da qualche centinaia di migliaia di parole!). Non ce l’ho il nonsoche, è inutile: sono intonata, ho un timbro carino, ma niente di più.

E per questo ho smesso di suonare e di cantare in pubblico: se non fai la differenza, a che serve?

A vedere negli occhi di chi ti guarda e ascolta il riflesso della tua mediocrità (nel senso latino del termine, senza la sfumatura negativa che la nostra lingua gli ha dato. Se Orazio era arrivato a definirla aurea, la mediocritas, tutto poteva essere tranne che negativa)?

Mi ricordo poi degli infiniti e presto bui pomeriggi invernali passati ad andare avanti e indietro senza meta sulla pista di pattinaggio.

Cavolo se faceva freddo, mi ricordo molto di più i mal di testa nello spogliatoio che le acrobazie. A dieci anni ho partecipato ad una competizione nazionale, e sono arrivata terza.

Sul podio quindi, nel paiettato olimpo delle più talentuose pattinatrici d’ Italia.

Nella foto che ho ancora da qualche parte in camera mi si vede timida e incredula stringere la coppa di bronzo, quasi nascondendola sotto l’ascella per l’ imbarazzo. Imbarazzo di che poi, andrebbe chiesto a quella bambina magrissima di dodici anni fa.

A spostare lo sguardo più a sinistra viene da ridere: la seconda e la prima classificata sono due bambine lievemente sovrappeso e rese decisamente tronfie dal successo. Hanno i capelli raccolti in deliziosi chignon e sembrano stare lì molto più legittimamente di me, col mio taglio lesbo coronato da meches rosse (mia mamma è sempre stata troppo permissiva e accomodante quanto a desideri infantili.)

Non lo so, ci credevo molto nel pattinaggio artistico, e dopo quel successo mi sentii per davvero, per qualche mese, un piccolo talento.

La mia maestra doveva essere dello stesso avviso, visto che mi faceva allenare due ore e mezza al giorno sette giorni su sette e con urla qualche decibel sopra quelle riservate alle altre. Lo capivo anche allora, bambina, che non era una punizione ma una predilezione, che si aspettava da me grandi cose.

Anche io mi aspettavo da me grandi cose.

E poco tempo dopo ero a Rimini, o in qualche posto triste da quelle parti, e la sera prima dell’ennesima gara ero in un ristorante, con la mia migliore amica del tempo, anche compagna di pattinaggio. Mentre i grandi- genitori e maestre e qualche accompagnatore della società sportiva, forse- finivano di mangiare noi ci eravamo già allontanate e in un angolo del locale giuravamo fedeltà eterna a quello sport.

Le parole erano queste, a grandi linee:

“Carlotta, adesso facciamo la promessa che non lasceremo mai il pattinaggio, va bene?”

“Va bene.”

“Anzi, giuriamo. Giuriamo su Dio.” ( Il giuramento su Dio era quanto di più sacro e al contempo sacrilego la mia mente di bambina cresciuta con educazione rigidamente cattolica potesse partorire.)

“Okay. Giuro su Dio che non lascerò mai il pattinaggio.”

“Brava. Giuro su Dio che non lascerò mai il pattinaggio.”

Il giorno dopo ci classificammo cinquantaseiesima e cinquantottesima- e non scommetterei che fossi io la cinquantasei. Ah, su sessanta, o giù di lì.

Non era propriamente la nostra categoria quella, va detto, anche se ora non ricordo i dettagli, però insomma, fu un insuccesso di quelli pesanti. Carlotta pochi mesi dopo rincorreva palline gialle sulla terra bruciata del campo da tennis accanto alla pista di pattinaggio. Io l’avrei raggiunta di lì a qualche anno (con risultati davvero, davvero, imbarazzanti, peraltro. Ma questa della racchetta è un’altra storia.)

Dopo l’incredibile risultato del podio italiano, infatti, il possente patrimonio genetico di mio padre e dei suoi antenati decise di esplodere in me in un tempo record, e crebbi di quindici centimetri di altezza in sei mesi. La mia maestra continuava a ripetere, più a se stessa che a me, che mi si era spostato il baricentro (forse è l’ora di googlare cosa significhi) quando mi vedeva cadere senza speranza in salti che prima eseguivo con l’agilità di un grillo e la grazia di una libellula.

Il rumore del mio coccige sulle mattonelle bianche e rosa della pista ancora riecheggia nelle tempestose e buie notti maremmane, amen.

Miseramente si concluse anche questo sogno pre-adolescenziale, e sbarravo con un’altra ics la lista dei miei talenti o presunti tali.

Ho ancora nel comodino, e saprei dirti esattamente in quale punto, e circondato e sovrastato da quali altri inutili ma allora vitali oggetti della mia infanzia, un quadernino viola di Harry Potter. La prima pagina è datata 2001, ed è il mio primo (e unico) libro di poesie.

Bando alle ciance, microfoni e pattini, ora la storia si fa seria.

Un giorno all'asilo decisi che non volevo più giocare. Non saprei dire con precisione cosa avvenne nel mio cervello, o se ci fu un particolare evento. Ricordo che un giorno presi uno di quei libri di animali che stavano impilati in un angolo di quella che allora mi sembrava una stanza enorme, e invece che continuare a sfogliarlo osservando con attenzione le varie bestie raffigurate e riproducendone i versi, me lo portai sotto braccio fino a un tavolino, mi sedetti e cominciai a ricopiare con solerzia le poche parole che vi erano contenute. Giraffa, cane, elefante. Forse qualche frase di senso compiuto (“I pinguini vivono al Polo Sud”), ma che comunque per me, completamente analfabeta, un senso non lo aveva. Ricordo solo che quelle strane combinazioni di stanghe, pance, lineette, mi affascinava, e volevo saperla riprodurre anche io. Così, mentre i miei amici di allora giocavano al dottore e al malato (per fortuna non ho memoria delle modalità di gioco, ma boh, che Freud in qualcosa c’avesse beccato?), trascorsi un intero pomeriggio seduta, da sola, a ricopiare lettere su un foglio.

Che sfigata.

E dico davvero, non è falsa modestia o ostentazione della mia precocità. Che tristezza davvero, quel giorno è stato l’inizio di tutto quanto, l’inizio dei problemi, o perlomeno di alcuni.

Sarebbe stato perfetto, ideale, che in quel pomeriggio le maestre che mi avevano osservata all'opera, mi avessero presa per i capelli, sollevata, e gettata in pasto all'orda di bambini che giocava al dottore, o alle costruzioni, urlandomi: “Gioca con loro, idiota saccente!”

Invece no, quei fenomeni pensarono bene-quando videro che la storia del “io copio lettere di cui non conosco il significato tutto il giorno mentre gli altri vivono spensierati i loro cinque anni” andava avanti- di convocare mia mamma e dirle che forse l’asilo non era più il posto per me. Che insomma, va bene che ancora le mancherebbe un anno, però si annoia, non vuole più giocare, ha voglia di scrivere, di leggere, perché non le facciamo saltare a piè pari un anno di vita condannandola per l’eternità sotto l’etichetta di genietto precoce? Ma sì, dai, facciamole fare la primina.

La primina.

La rovina della mia vita.

Non la pensavo così fino a poco tempo fa, diciamo fino all’anno scorso, quando mi sono laureata con un anno di anticipo rispetto a tutti gli altri, e questo mi dava una sorta di legittimità a perdere tempo nel post laurea.

Ultimamente però mi sono trovata a rifletterci, e credo di aver cambiato idea.

Mi ricordo i miei ultimi mesi di asilo, era una primavera caldissima e soleggiata e mamma veniva a prendermi prima dell’orario normale per portarmi a casa, dove in salotto mi aspettava una maestra che in due mesi, quattro pomeriggi a settimana, mi avrebbe insegnato la prima elementare. Bello, eh? Io la prima elementare l’ho fatta a casa mia con una signora dal caschetto grigio, pure abbastanza severa, tra le altre cose.

A giugno sostenni un piccolo esamino che sembrò confermare la lungimiranza di madre e maestre: ero talmente preparata e a tal punto volevo dimostrarlo che quando la commissione di insegnanti tutti sorrisi e occhi scintillanti esaurì le domande io me ne uscii con: “Ah! Voglio dire un’altra cosa! La matita che sto usando ora per scrivere è un’HB2!”

Fui promossa, ça va sans dire, e dopo l’estate entrai dritta dritta in seconda elementare.

Ora, io capisco che al tempo, si parla ormai di più di quindici anni fa, la formazione dei maestri fosse ben diversa, e in generale l’attenzione alla dimensione psicologica del bambino non avesse la finezza che ha, o dovrebbe avere, adesso, ma io dico, io mi chiedo, perché nessuno pensò a prendermi a calci in culo e a rimettermi dove dovevo stare- all'asilo?