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Alcune note sullo studio di Marco Maggi, Benjamin e Dante

di Gigi Livio

Mi pare sia il caso di iniziare dal fondo e cioè proprio dalle ultime righe del libro di Maggi, Walter Benjamin e Dante [Roma, Donzelli, 2017], là dove spesso si condensa il significato profondo del lavoro e qualche volta, e questa è una di quelle, anche il motivo che ha spinto lo studioso a intraprenderlo. Ecco, dunque:

Benjamin ci invita ad abbandonare senza nostalgia “l’immagine umana tradizionale, solenne, nobile, fregiata di tutte le offerte sacrificali del passato, per rivolgersi al nudo uomo del nostro tempo” [W. B., Esperienza e povertà]. Per farlo, gli studi letterari — spogliati delle vesti paludate del “patrimonio culturale” e dei canoni immutabili — devono a loro volta riconoscere la radicale nudità della propria condizione attuale. Dobbiamo reimparare a leggere i testi del passato. Leggere con Walter Benjamin, “our common ancestor”, è un modo per iniziare [p.168].

E, infatti, l’ultimo capitolo del libro ha un titolo molto chiaro: Conclusione. Leggere Dante con Walter Benjamin [pp.161–168] e che non lascia dubbi sulle intenzioni dello studioso il quale, per altro, ulteriormente chiarisce:

“Tra gli scopi che questo libro si prefigge, vi è anche quello di suscitare nuove letture della Commedia, delle quali le pagine che restano intendono fornire un saggio” [pp.162–163].

Ma se si pongono a confronto queste righe con quelle finali citate più sopra ci si accorge che non si tratta soltanto di “fornire un saggio” ma di indicare una strada che, usando un metodo nuovo e diverso, nuovo in quanto desunto in modo nuovo dall’appassionata meditazione benjaminiana e diverso perché quella meditazione apre strade non ancora esplorate fino in fondo, gli studi letterari -aggiungerei: non solo- riconoscendosi nudi nella “condizione attuale” sappiano spogliarsi di quei paludamenti adatti al “patrimonio culturale” che vengono congelati in “canoni immutabili” e pertanto sappiano spingersi a mettere in crisi quei canoni proprio perché consci della “radicale nudità della propria condizione attuale”. Inoltre questa nudità, se accettata e riconosciuta, risulta certo utile a denunciare questo stato di fragilità per chi si oppone alla consuetudine, al già dato e al sempre uguale.

Non ultimo motivo di interesse del libro è quello costituito dalla sua struttura a indagine investigativa, per così dire, tesa a scoprire una citazione di Dante, da Benjamin predisposta ma non riportata se non “a senso” nell’autotraduzione in francese delle tesi Sul concetto di storia, che l’autore intraprende tra gli ultimi mesi del 1939 e i primi di quel 1940 che per lui terminerà, il 27 settembre, col suicidio a Portbou, alla frontiera con la Spagna, quando era convinto di stare per cadere nelle mani dei nazisti. La quinta tesi, quella in cui appare il concetto di “immagine dialettica”, si chiude, nel testo in francese, con una citazione dantesca che nel manoscritto riportato in fotografia [p.6] compare vuota dopo due punti:

“Il s’appuie bien plutôt sur le vers de Dante qui dit:”

mentre nella stesura definitiva il rimando è completato a senso:

L’immagine autentica del passato appare esclusivamente in un fulgore. Immagine che sorge soltanto per eclissarsi per sempre a partire dall’istante seguente. La verità immobile che non fa che attendere il ricercatore non corrisponde in alcun modo a questo concetto di verità in materia di storia. Il quale si fonda piuttosto sul verso di Dante che dice: è un’immagine unica, insostituibile del passato, che svanisce a ogni presente che non ha saputo riconoscersi inteso in essa. [p.5.]

È ben noto che questo risulta un punto fondante per la visione della storia di Benjamin, una visione che intende fare piazza pulita di ogni ipotesi storicistica, basata su una teoria per cui si pensa che la verità di ciò che è stato non possa sfuggirci perché grazie ai documenti noi saremmo in grado di ricostruire tutto del passato: “« La verità non ci scapperà» . Questa frase, che è di Gottfried Keller, segna, nell’mmagine di storia dello storicismo, il punto esatto in cui essa è infranta dal materialismo storico” [Sul concetto di storia, V tesi]. A questa concezione, Benjamin oppone una visione del passato che balugina nel momento del pericolo per aiutarci a conoscere questo pericolo e metterci in grado di opporvicisi.

E proprio su questa linea si attesta la metodologia di Maggi che, anche sulla scorta di Pike, scrive:

L’obiettivo è istituire una relazione viva con la tradizione, capace di superare limiti e unilateralità tanto del gioco postmoderno, che svuota i testi della loro storicità, quanto della critica ridotta a copia e ripetizione, che in quanto tale rimane soggiogata alle forze mitiche del passato. [P.14 e, per ciò che riguarda Pike, n.18].

Ed ecco, ancora nel capitolo introduttivo, già un’affermazione piuttosto netta a proposito dell’interpretazione e dell’uso -e questo termine sia sottratto al mercantilismo che oggi lo connota e inteso invece come un costante “rifarsi a”, e cioè a qualcosa in cui risieda quella verità del metodo di indagine storica, che Benjamin sta indicando- che l’autore delle tesi Sul concetto di storia fa di Dante:

Se il Novecento più influente ha letto la Commedia come un cammino “a l’etterno dal tempo” (Par. XXXI, 38), attraverso il prisma di Benjamin l’opera maggiore di Dante appare, all’opposto, come un itinerario dall’eterno al tempo: poiché proprio nel tempo consiste — è la tesi di un frammento giovanile di capitale importanza per la comprensione del pensiero benjaminiano — il significato del mondo morale. [P.16; curiosamente, perché mi pare sia l’unico caso in tutto il libro, qui Maggi non procede al rimando bibliografico.]

Se la prima parte del ragionamento a me pare discutibile, basata su un’affermazione che legge come così impostati Pound, Eliot, Mandel’s˘tam, Borges, Mann e Curtius -e Joyce, e Beckett?- certo però la seconda si svela come di grande interesse nel delineare il rapporto di Benjamin con Dante.

Nel libro di Maggi, prosegue intanto quell’indagine investigativa di cui dicevo, precisando però che intendo usare questa espressione senza alcuna pretesa né di etichettare e nemmeno di svelare alcunché, ma, al contrario, di cercare di mettere in luce quella che a me sembra la struttura di questo saggio, come del resto di molti altri, che qui però mi sembra essere perseguita con decisa chiarezza e forza, tendente a svelare qualcosa che non è ancora stato messo in luce precedentemente.

E in questo processo di approfondimento conoscitivo troviamo anche un confronto con Auerbach, citato da Benjamin come autore dell’ “eccellente Dante come poeta del mondo terreno” nel saggio Il surrealismo. L’ultima istantanea sugli intellettuali europei che è del 1929 e cioè nel periodo in cui l’autore vive la sua prima fase di adesione al marxismo. Maggi porta in luce un dissenso importante tra i due pensatori, chiarendo quelle “significative divergenze […] sul piano culturale e ideologico” che sono già annunciate in apertura di discorso [p.35], là dove indica questo dissenso nella questione metodologica che riguarda il rapporto con il passato. Per Auerbach

“l’immagine del ricordo […] è carica di tempo, poiché è la vita terrena a condensarsi in essa: ma, appunto, ciò che nella storia si distende in un processo, nei mondi ultraterreni si concentra in un’immagine” e cioè l’immagine, appunto, del ricordo che, sempre per Auerbach, “è stato fissato e consegnato dal giudizio divino all’eternità” [pp.48–49].

Ed ecco dunque qui la divergenza tra le posizioni dei due studiosi, che è certamente culturale, ma, soprattutto, ideologica:

In Benjamin, invece, la vera immagine del passato (si noti anche l’uso di Bild invece di Gestalt), «guizza via»: è tempo per la sua forma, oltre che per il contenuto, racchiude tempo e si dà nel tempo [p.49].

E, per concludere il suo ragionamento sulle divergenze Auerbach-Benjamin, Maggi si rifà a una cartolina, inviata dal secondo al primo nel novembre del 1935, in cui Benjamin

“Sembra voler suggellare un lungo confronto a distanza sull’opera di Dante, con l’evocazione dei versi in cui nel modo più struggente è stato espresso il dramma dello sforzo di richiamare alla memoria un’immagine desiderata e sfuggente”:

Un punto solo m’è maggior letargo

che venticinque secoli a la ’mpresa,

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. (Paradiso, XXXIII, vv. 94–96) [p.50].

Proseguendo il suo percorso esegetico Maggi non può non incontrare l’appassionato lavoro di Benjamin sulla poesia di Baudelaire che costituisce il maggior interesse del critico nell’ultima parte della sua vita. E Maggi indaga il rapporto dell’autore delle Fleurs du mal con Dante per altro già esplorato dalla critica baudelairiana precedente e coeva da cui

“Benjamin trae l’immagine di Dante come precursore o doppio di Baudelaire” [p.57]

introducendo però un nuovo concetto e cioè quello di “esistenza creativa” (“Un’affinità nascosta delle Fleurs du mal con Dante consiste nell’esistenza creativa”; cit. a p.57) che gli consente di stabilire un’Affinità con Dante nell’eroico, è il titolo di un appunto, proprio nel fatto che per lui “non esiste un libro di poesie in cui il poeta come tale appaia al contempo più libero da ogni futile vanità e più energico di quello di Baudelaire” concludendo:

“Va ricercata qui una delle ragioni del frequente paragone con Dante” [cit. a p.58].

Ora, però, è giunto il momento, per l’autore del libro di cui stiamo parlando, di tornare alla quinta tesi di Sul concetto di storia nell’autotraduzione in francese e, dunque, alla criptica citazione dantesca. E qui già si affaccia la soluzione dell’enigma quando Maggi, dopo aver citato le ipotesi di Didi-Huberman e di Andrew Benjamin, propone come

“[p]iù persuasiva […] la proposta di Sigrid Weigel” che “individua nel testo originale tedesco un sottotesto dantesco” [p.69]: “Weigel accosta il lampo in cui l’immagine dialettica balena (aufblitz) nelle tesi Sul concetto di storia e in numerosi altri testi di Benjamin, al fulgore che negli ultimi versi del Paradiso compie e contemporaneamente annichila la visione (Par. XXXIII, 133–141)” [p.70]:

segue una citazione dalla Commedia i cui ultimi due versi così suonano:

se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne (vv.140–141).

Ed ecco la conclusione di Maggi:

la “proposta della studiosa è […] persuasiva, soprattutto alla luce di alcuni ulteriori riscontri” [pp.70–71].

L’indagine continua serrata e, dopo un approfondimento su poesia e fotografia compiuto grazie a un’attenta lettura degli scritti di Yves Bonnefoy e un intenso capitolo dedicato all’analisi della riscrittura del Paradiso, in funzione teatrale, da parte di Giovanni Giudici, giunge a quella Conclusione. Leggere Dante con Walter Benjamin, da cui ho preso le mosse. Come abbiamo già letto Maggi, con il suo lavoro si propone di “suscitare nuove letture della Commedia” oltre a, aggiungiamo noi, aprire nuove prospettive interpretative dei testi benjaminiani.

Nel saggio sulle Affinità elettive di Goethe, scritto nel 1922, Dante compare per la prima volta negli scritti di Benjamin: nel romanzo goethiano, infatti, si manifesta la scia di una stella cadente:

“[a]nche nella Commedia appare, un’unica volta, una stella cadente, esattamente a metà del Paradiso, nei canti in cui Dante riceve dal trisavolo Cacciaguida la profezia dell’esilio e la rivelazione della missione salvifica affidata al poema” [p.163].

A questo punto Maggi, dopo aver citato i versi 13–21 del XV canto del Paradiso dove Dante istituisce un paragone tra una stella cadente e il distacco di Cacciaguida, suo trisavolo, dalla croce che gli appare nel cielo di Marte, segue la traccia della stella cadente, “sùbito foco” (XV, v.14), che “[u]na serie di spie testuali induce ad accostare […] a quella del «fulgore» che, nell’ultimo canto del Paradiso, nello stesso istante in cui esaudisce il più alto desiderio di Dante, pone fine alla sua visione; quel lampo nel quale l’estremo Benjamin individua la matrice dell’immagine dialettica, della «vera immagine del passato»:

ma non eran da ciò le proprie penne:

se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne. (Paradiso, XXXIII, 139–141; corsivi di Maggi).

Il lessico dei canti di Cacciaguida anticipa in alcune parole-chiave […] il vocabolario della visione dell’ultimo canto del Paradiso […]. Ma è la sproporzione tra desiderio e possibilità di comprensione […] a rinviare a quanto Dante aveva già sperimentato, nella «disagguaglianza» tra «voglia e argomento», al cospetto dell’antenato:

Ma voglia e argomento ne’ mortali,

per la cagion ch’a voi è manifesta,

diversamente son pennuti in ali. (Paradiso. XV, 79–81; corsivi sempre di Maggi).

Come stella cadente — come «fulgore» — Dante traccia nel cielo dei canti centrali del Paradiso la traiettoria esistenziale dell’antenato Cacciaguida; ma nella stessa immagine egli racchiude anche la propria vicenda di esule” [pp.164–165]. Siamo, dunque, alla conclusione dell’indagine investigativa di cui dicevo e di cui ho cercato di seguire, anche se schematicamente, le tracce:

“Come Dante, nel tempo dell’esilio ha saputo riconoscersi in Cacciaguida, così Walter Benjamin, nel momento dell’estremo pericolo, ha saputo riconoscersi in un verso di Dante” [p.166].

Questa affermazione, ripresa in quarta di copertina a corredo di un’immagine di Giovanni di Paolo che illustra lo spirito di Cacciaguida che va incontro a Dante e Beatrice, immagine che replica la stessa già comparsa nella copertina, è certamente suggestiva anche se un po’ forse viziata da un leggero eccesso retorico.

L’ultimo momento del libro di cui stiamo parlando è costituito da un’incursione in una poesia di Harry Clifton dove compare Cacciaguida “our common ancestor” e in cui l’

“antenato di Dante si mostra […] nella nudità di tante vittime del primo conflitto mondiale” [p.167].

Maggi si rifà, a questo punto, a Esperienza e povertà, che è del 1933, dove Benjamin coglie il punto nodale della povertà di comunicazione dell’esperienza nel mondo moderno. È lì che nasce,

“secondo Benjamin, l’inizio del tempo di povertà di esperienza comunicabile nel quale viviamo” [p.168].

Infatti, è sempre Benjamin che nel medesimo saggio nota come questa povertà di esperienza si manifesti proprio durante e dopo la prima guerra mondiale dal momento che

“si poteva già allora constatare che la gente se ne tornava muta dai campi di battaglia […] [p]oiché mai esperienze sono state smentite più a fondo di quelle strategiche attraverso la guerra di posizione, di quelle economiche attraverso l’inflazione, di quelle fisiche attraverso la fame, di quelle morali attraverso i potenti”

e gli appartenenti a quella generazione stavano ora

“sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui niente era rimasto immutato tranne le nuvole, e nel centro — in un campo di forza di esplosioni e di correnti distruttrici — il minuto e fragile corpo umano”.

Appoggiandosi a questa, per altro splendida, citazione Maggi può concludere il suo ragionamento affermando che

È la conclusione dell’opera. Le ultime righe le ho già citate e commentate in apertura di queste note.

Rimarrebbe ancora un argomento da affrontare e cioè quello costituito dal modo in cui Brecht compare nel libro di Maggi. Ma, di questo, forse, altra volta.

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scritti molesti sullo spettacolo e la cultura nel tempo dell'emergenza

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