Breve discorso alle anime belle sulla libertà di “pensiero” in regime capitalistico

di Gigi Livio

“Il capitale può crescere fino a diventare una massa potente in una sola mano, perché viene sottratto a molte mani individuali. In un dato ramo la centralizzazione raggiungerebbe l’estremo limite solo se tutti i capitali ivi investiti si fondessero in un capitale singolo.”

Così Marx nel primo libro del Capitale, pubblicato la prima volta nel settembre del 1867. Engels, dopo la morte dell’amico avvenuta nel 1883, cura una terza e quarta edizione del libro ed è proprio in quest’ultima che appone una nota al brano appena citato:

“I più moderni trust inglesi e americani tendono già a questa meta cercando di unire in una grande società per azioni, avente praticamente il monopolio, per lo meno tutte le grandi aziende di un ramo d’affari.”

Risulta dunque evidente che già dalla fine dell’ottocento tutti i monopoli che si realizzeranno da allora in poi, e la fusione Mondadori/Rcs è soltanto l’ultimo, erano stati molto precisamente previsti. Di cosa ci lamentiamo allora? Che il capitalismo sia il capitalismo è una cosa piuttosto lampante ed è sotto gli occhi di tutti, basta saperlo e volerlo vedere; e che il capitalismo porti naturalmente alla concentrazione monopolistica anche.

Ma le anime belle si affannano a discutere se la concentrazione monopolistica in questione sia democratica, favorisca o no la diffusione della cultura, intacchi o no la libertà di espressione, eccetera. La risposta di chi sa in che mondo vive e da quali regole questo mondo è guidato non può non attaccare direttamente la base stessa della concezione ideologica — e cioè guidata dalla falsa coscienza e dalla menzogna programmata per nascondere la realtà del reale — del concetto di democrazia dove, in epoca borghese, questa, e cioè il “governo di popolo”, semplicemente non esiste perché non può esistere dal momento che le democrazie borghesi altro non sono che plutocrazie dove la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi permette a questi pochi di comprarsi il controllo di tutti i mezzi di diffusione di massa preposti alla formazione di un’opinione comune, di un senso comune, e grazie a questo avvelenare le menti e conquistare così i voti necessari a perpetuare questo potere.

Se la verità della nostra vita alienata e amministrata è questa, ed è questa, allora illudersi sulla cultura, e cioè che in questa società possa esistere veramente ancora una cultura “libera”, è proprio un esercizio da anime belle.

Un’altra citazione necessaria per constatare, a proposito della cultura, come ciò che succede oggi era stato lucidamente previsto. Horkheimer e Adorno, scrivono nella Dialettica dell’illuminismo terminata nel 1944:

“La barbarie estetica realizza oggi la minaccia che pesa sulle creazioni spirituali fin dal giorno in cui sono state raccolte e neutralizzate come cultura. Parlare di cultura è sempre stato contro la cultura. Il denominatore comune ‘cultura’ contiene già virtualmente la presa di possesso, l’incasellamento, la classificazione, che assume la cultura nel regno dell’amministrazione [l’epoca borghese, g. l.]. Solo la sussunzione industrializzata, radicale e conseguente, è pienamente adeguata a questo concetto di cultura. Subordinando allo stesso modo tutti i rami della produzione spirituale all’unico scopo di turare i sensi degli uomini — dall’uscita di fabbrica la sera fino all’arrivo, la mattina dopo, davanti all’orologio di controllo — coi sigilli del processo lavorativo che essi stessi devono alimentare durante la giornata, essa realizza sarcasticamente il concetto di cultura organica […].”

Intellettuali organici alla borghesia, dunque, quelli che ancora pensano che la cultura sia, in un modo o nell’altro, “libera” e che si possa ancora parlare di cultura nel vecchio senso e cioè in quello etimologico di “colere”, coltivare le menti e cioè, cito dal Battaglia per cui cultura dovrebbe essere “il complesso delle conoscenze intellettuali mediante le quali una persona, attraverso un’autonoma, organica e approfondita rielaborazione, si è venuta formando e affinando intellettualmente e spiritualmente, pervenendo alla formazione della propria personalità”: lasciamo ora da parte l’ombra idealistica che pervade questa definizione a cui hanno già risposto per tutti Marx e Engels un secolo abbondante prima con L’ideologia tedesca, rimane il fatto che quel definire la cultura come un insieme di conoscenze intellettuali grazie alle quali chi le rielabora personalmente struttura in questo modo una propria personalità affinata tanto, dal punto di vista intellettuale quanto da quello spirituale, è oggi una chimera. Una chimera perché il capitalismo onnivoro e onnicomprensivo ha in mano tutti gli strumenti non solo per bloccare il pervenire a un proprio modo di vedere le cose del mondo ma, anzi, per ottundere le coscienze e evitare proprio quel movimento spirituale che porta a avere una personalità non necessariamente conformata a tutte le altre.

Le anime belle pensano invece di vivere in un paese libero e di essere “operatori culturali” altrettanto liberi mentre sappiamo benissimo che tutti noi siamo liberissimi di dire ciò che vogliamo pur che non lo diffondiamo, cosa che semplicemente non possiamo fare se il nostro pensiero va contro il pensiero comune, espressione a sua volta del senso comune, perché i grandi mezzi di diffusione del vigente, della cultura vigente, non ce lo permetteranno mai.

E non mi si dica che molti intellettuali dicono cose non necessariamente conformistiche perché allora la risposta è pronta: in che sede (il che vuol dire: con quale forza?)? e, poi, cosa vuol dire “non necessariamente conformistiche”? Certo, questo “è un paese libero” e, dunque, esiste un quotidiano veramente libero che critica il potere; peccato però che non lo legga “nessuno”, se si intende con nessuno, al solito, designare la maggioranza dei lettori che invece rimpinzano la proprio testa, nemmeno fosse la pancia di Gargantua, con l’ideologia del potere, e cioè con le menzogne diffuse dai quotidiani a grande tiratura che si autodefiniscono “indipendenti”, ideologia pura perché nessuno “dipende” come loro, “Il Corriere della Sera” dalla Confindustria, “La Stampa” dalla famiglia Agnelli e chi più ne ha più ne metta. Per non parlare ovviamente delle televisioni, delle radio, e del miracolistico web, dove chi ci scrive, illudendosi di essere libero, non fa che diffondere banalità amministrate: oppure cadiamo nell’idealismo più becero pensando che un’enciclopedia che possano scrivere tutti sia più libera di una le cui voci siano stese soltanto da specialisti della materia le cui menti, amministrate anch’esse fin che si vuole, si confida siano almeno colte nella materia di cui si occupano?

Moltissime cose ancora ci sarebbero da dire; ma, per limitarsi al gioco etimologico, troviamo un’accezione di “cultura”, in latino, che fa al caso nostro. Orazio, poeta dell’età di Augusto, nel diciottesimo componimento del primo libro delle Epistole usa il termine “cultura” nel senso di “coltivare il favore [dei potenti]”: il componimento è indirizzato al giovane amico Massimo Lollio cui il poeta impartisce consigli di vita e di comportamento.
Il termine compare al verso 86: “Agli inesperti è dolce ottenere il favore (‘cultura’) di un amico potente”.

“Cultura”, dunque, nel caso di Orazio vuol dire “ricercare il favore” ed è legato strettamente a “potenti”. Che sia questo il vero significato di cultura in un tempo illetterato e tanto più ostile ai classici e al latino che si vorrebbe abolire addirittura dall’insegnamento scolastico? Che gli intellettuali asserviti siano, a loro insaputa, dei classicisti poiché ormai quella spacciata per cultura altro non è che la ricerca del favore dei potenti?

E, poiché è ora di concludere, concludo con un’allocuzione alle anime belle, sicuro che nessuno starà a sentire e che la mia sarà ancora una volta una vox clamans in deserto: “O anime belle, non state a chiedervi se Mondazzoli, significante orrendo perfettamente corrispondente nella sua orrevolezza al significato di cui è portatore, limiterà o, al contrario, potenzierà la libertà degli intellettuali tanto, in regime capitalistico, la libertà è un puro flatus vocis: qualcosa che viene strombazzato a destra e a sinistra e che, come tutto ciò che è ideologico, semplicemente non esiste. Vivete tranquille, care anime belle, continuando a non sapere, o a fingere di non sapere, che siete e comunque sarete sempre anime schiave se non vi risveglierete da questo sonno della ragione che non partorisce nemmeno più mostri, ma filisteucci da quattro soldi.”

© L’asino vola / 10 novembre 2015