Coppi

Lo stile, l’etica e l’estetica

di Gigi Livio

Bambino, ebbi la ventura di passare una sera con Fausto e Serse Coppi. Ora i ricordi sono appannati, il tempo è trascorso. Ma la mia memoria ha impresso, in modo vivacissimo, alcune cose che sono successe quel giorno. Ricordo che giocai con Serse, simpatico, vivace e estroverso tanto quanto il fratello era dolce, timido e riservato. Serse di lì a poco sarebbe caduto in piazza Gustavo Modena, alla periferia di Torino, e morto nella notte. Fausto non era ancora all’apice della sua gloria sportiva, ma già costituiva un mito dell’Italia del secondo dopoguerra: io lo amavo moltissimo, seguivo le sue imprese alla radio e sui giornali, avevo avuto la fortuna di vederlo l’anno precedente staccare Bartali sui tornanti della dura salita che da Torino porta a Superga: si era sbarazzato del rivale, “l’eterno rivale”, alzandosi con estrema eleganza sul sellino, in pochi colpi di pedale: al tornante successivo Bartali era già a venti metri o giù di lì, Coppi volava leggero e elegante, distanziando sempre più il compagno che, da quel grande campione che era, non mollava, faticava scomposto ma mordeva la strada con rabbia e determinazione.

Dunque, il ricordo che ora ho alla mente molto netto e chiaro: terminato di giocare con Serse mi ero trovato vicino a Fausto che, seduto in poltrona, parlava con i suoi ospiti. Chissà cosa gli dissi, chissà cosa mi rispose: ma ecco il ricordo vivo, vivissimo. A un certo punto, vincendo la naturale timidezza, dissi: “Dev’essere proprio bello andare in salita come fa lei senza nessuna fatica”.

Mi guardò divertito, sorridente e indulgente: “Io faccio tanta fatica, tanta”.

Tornai a casa e mentre mi addormentavo ero inquieto: qualcosa non quadrava; avevo visto Coppi sbarazzarsi con tanta eleganza e facilità di Bartali, di Bartali!, e ora lui mi diceva che quell’eleganza e quella facilità erano solo apparenti.


Passò il tempo. Coppi trionfava su tutte le strade d’Europa, ma non vinceva sempre. Bartali, con la sua tenacia, gli contendeva il primato; e non lui solo ma anche Koblet, Kubler, Bobet… Ma Coppi era Coppi, le sue vittorie, quando vinceva, erano epiche. Poi venne la Dama Bianca, lo scandalo nell’Italia democristiana e clericale che fece vacillare la sua popolarità; ma si riprese ciò che era suo; i tifosi, dopo una parentesi di bieco conformismo, tornarono a impazzire per lui. Io continuavo ad amarlo, ma lo sentivo lontano; giunto all’adolescenza, mi occupavo d’altro.

Un giorno, tra le mie disordinate e furibonde letture di quattordicenne, mi capitarono sotto mano le Frasi e filosofie ad uso dei giovani di Oscar Wilde. Quella d’apertura suona così:

“Il primo dovere nella vita è di essere il più artificiali possibile.”

Era evidente l’antinaturalismo che aveva ispirato questa massima, ma c’era dell’altro. Nei giorni successivi, nel cercare di comprendere ciò che di quelle parole mi sfuggiva, mi vennero in mente le parole di Coppi in quella sera lontana. Un nesso univa il dire di Coppi a quello di Wilde. Poco per volta si fece la luce e capii che Coppi, quella sera del nostro incontro, mi aveva impartito un grande insegnamento che ora potevo riassumere così:
lo stile consiste nel nascondere lo sforzo, la fatica; lo stile consiste nell’andare contro natura dal momento che la natura costringe il corpo dell’uomo a scomporsi in posizioni ineleganti e ridicole che nulla hanno a che fare con quell’estetica che proprio l’uomo ha inventato per cercare di differenziarsi e di allontanarsi il più possibile dalla sua bestialità.

In questo senso, e solo in questo senso, va interpretato ciò che scrive Beckett: “non c’è nulla di più ridicolo della sofferenza”; e ancora in questo senso ciò che dice Wilde: “bisogna essere il più artificiali possibile”.
Coppi e Wilde, ciascuno nel proprio modo d’essere, dicevano la stessa cosa; e questa cosa riguardava la sfera dell’etica prima ancora che quella dell’estetica. Perché, infatti, prendere le distanze dal proprio fondo naturale, là dove l’uomo è simile agli animali, vuol dire rifiutare questa animalità che implica un’asocialità propria del mondo dei bruti: attraverso lo stile, che è un fatto estetico, Coppi e Wilde (e Beckett) rivelano il sostrato dell’agire del primo e del dire del secondo profondamente etici.


Ma l’insegnamento di Coppi non era destinato a fermarsi qui. Assistei in quegli anni a un’intervista giornalistica fatta al campionissimo durante una tappa di riposo al Giro d’Italia. Coppi era ormai in declino; faticava a vincere o non vinceva più affatto. L’intervista si svolgeva sul terrazzo di un albergo in una località alpina: Coppi era seduto su una sedia a sdraio, elegante come sempre nella sua mise sportiva, e rispondeva alle domande con un tono che conosceva le note della rassegnazione. A un certo punto l’intervistatore gli dice: “Come mai non vince più, lo stile è sempre lo stesso…”.

Risponde Coppi: “Eh, sì, lo stile, ma è la forza che manca”.

Quando sentii queste parole ancora una volta associai Coppi a Wilde. Le Frasi e filosofie ad uso dei giovani erano state pubblicate su una rivista diretta da uno studente di Oxford nel dicembre del 1894; il 3 aprile del 1895 si svolse l’interrogatorio al processo che Wilde aveva intentato per diffamazione contro il marchese di Queensberry e che segna l’inizio della sua rovina; d’ora in poi gli mancherà la forza e il prematuramente invecchiato dandy non produrrà più nulla di significativo tranne, ovviamente, il De profundis e La ballata del carcere di Reading; dal canto suo anche Coppi, dopo quell’intervista, qualcosa vincerà ancora. Ma l’epoca d’oro era ormai finita poiché la forza è condizione sine qua non per poter esprimere lo stile: è il limite dell’uomo, là dove la brutalità corporale della natura (l’horrida senectus, la malattia, la morte) trionfa sulla mente umana.

Rimane soltanto lo stoicismo di Petrolini che, fedele al suo stile, quando gli imposero l’estrema unzione, pronunciò l’ultima battuta: “Ora sì che sono bello e fritto”, o quello di Wilde che, morente, disse: “Muoio al di sopra dei miei mezzi” quando si accorse di una bottiglia di champagne donatagli dal suo albergatore; o ancora, e infine, quello di Leopardi con la sua ginestra che “non renitente” piega il suo “capo innocente” di fronte alla lava che la natura malvagia (l’“utero tonante”) le scatena contro.

© L’asino di B. n° 10 / maggio 2005

A single golf clap? Or a long standing ovation?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.