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Dalla sospensione della professoressa di Palermo all’abolizione della storia alla maturità.

Dialoghetto sul valore e sull’ insegnamento della storia tra Guido Baldi e Gigi Livio.

GIGI LIVIO- Mi pare che si potrebbe cominciare partendo dal problema del fare o non fare politica a scuola. Io non sono un giurista e immagino nemmeno tu…

GUIDO BALDI- Ah, no di sicuro…

LIVIO- … e, dunque la libertà di insegnamento non so fino a che punto copra anche eventualmente chi volesse fare politica nel senso di “propaganda”, questo non lo so. Ma se adesso veniamo al problema che invece qui ci interessa e cioè lo studio della storia, ma anche della storia della letteratura italiana, come nel caso tuo, o del teatro come nel caso mio, noi dobbiamo partire dal presupposto aristotelico che l’uomo è un animale politico. Cosa vuol dire? Sembra una formuletta e invece non lo è affatto e significa che ogni nostra espressione è in qualche modo intrisa di politica.

Facciamo un esempio: adesso siamo qui tu ed io, vecchi amici, al bar, stiamo prendendo un tè. Una cosa bella, piacevole, gradevole… Ma poi ci viene in mente che i due terzi della popolazione mondiale non può fare quello che facciamo noi ora perché le persone che costituiscono questi due terzi o lavorano in miniera o raccolgono pomodori e via elencando e, di conseguenza, vengono più o meno schiavizzati ma comunque sempre costretti a lavori che a volte sono duri, difficili e pesanti. Dicendo questo stiamo già facendo politica. Ogni pensiero dell’uomo è colorato di politica. Perché se io penso per esempio — come non può non pensare un umano — ad un’umanità futura, io la penso pacificata: e questa è una posizione politica. Qualcun altro preferisce invece immaginarsi una situazione in cui l’uomo è sempre più lupo per un altro uomo, allo scopo di poter affermare meglio la propria personalità e questa è una posizione politica. E qui mi fermerei e sentirei il tuo parere… poi eventualmente possiamo andare avanti.

BALDI- Io sono assolutamente d’accordo, è un concetto sul quale ho sempre insistito nei lunghi anni in cui ho insegnato a scuola e all’università. Anche perché l’opinione comune, l’opinione volgare, attribuisce alla parola “politica” una connotazione negativa, come se indicasse qualche cosa di sporco, da tener lontano. Mentre, appunto, è politica la dimensione in cui ogni uomo è inserito, anche l’eremita che vive solitario: è anche lui un “essere vivente politico”, per usare l’espressione di Aristotele, perché anche lui è legato da infiniti fili alla collettività, per quanto la rifiuti. Tutto ciò che interessa a una collettività, a maglie larghe o a maglie strette, è politico. Qualunque azione che noi compiamo, qualunque lavoro che noi facciamo, l’insegnante, l’impiegato, l’operaio, ha una dimensione politica perché entriamo in contatto con altre persone e istituiamo rapporti sociali all’interno di una pólis, di una comunità. Quindi sarebbe una bella cosa se nell’opinione comune la parola “politica” perdesse questa connotazione così negativa, spregiativa. Ricordo che da parte dei genitori degli studenti dire: “quel professore fa politica in classe” era come dire, non so, “stupra le allieve sulla cattedra”, o “ruba il portafoglio ai colleghi in sala professori”, o qualcosa del genere… una nefandezza proprio innominabile. Quando ero un “supplentino”, poco più che ventenne, all’inizio dell’anno successivo non vidi più un collega, anch’egli supplente, più o meno mio coetaneo. Chiesi in segreteria e la segretaria, con fare da cospiratore e con un’espressione tra indignata e scandalizzata, rispose: “sa, faceva politica in classe…”: e quindi non gli fu più rinnovato l’incarico da parte del preside. In realtà il collega nelle sue lezioni toccava solo argomenti che riguardavano la vita civile, quella che oggi si direbbe “educazione alla cittadinanza” (io che facevo le stesse cose, evidentemente avevo trovato genitori meno incarogniti). È questa mentalità che bisognerebbe cercare in tutti i modi di modificare, con la parola, con gli scritti.

L- Sono perfettamente d’accordo, ovviamente, e non ovviamente perché siamo amici, ma perché siamo in sintonia su questo piano e non solo. Ma c’è ancora un’altra cosa: tu sai che io quando posso ho l’abitudine di citare Benjamin, Adorno, e comunque rifarmi a quelli che ritengo siano i miei maestri. Ce ne sono anche altri però qui viene a taglio Benjamin. Ora Benjamin, nelle sue tesi di filosofia della storia, dice che la storia — e qui arriviamo al fatto di Palermo, a quei giovani che hanno fatto quel video di diciannove minuti mettendo in rapporto la storia di ieri e la storia di oggi — non può essere ricostruita come veramente è stata, che era, afferma sempre Benjamin, l’ideologia fondante dello storicismo.

B- Positivistico…

L- Positivistico, certamente. Storicismo positivistico. I tedeschi hanno il termine “historismus” che vuol dire probabilmente “storicismo positivistico”, come tu giustamente sottolinei. E invece la storia diventa viva nel momento in cui balena improvvisamente, alla mente di una persona umana, nel momento del pericolo, scrive più o meno testualmente così Benjamin.

Ora, se veniamo al fatto di Palermo, noi vediamo che è esattamente questo, vediamo che quei giovani e la professoressa, certamente avrà insegnato loro la metodologia della storia ( e questo dovrebbe farle avere una ventina di medaglie d’oro dal ministero della pubblica istruzione) dicevo questi giovani evidentemente si sentono in pericolo e dando ragione all’impostazione filosofica della storia di Benjamin, richiamano immediatamente la storia per essere aiutati a superare il momento del pericolo. E nel momento in cui paragonano le leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, non fanno un paragone come tutti dicono; infatti non di un paragone si tratta, ma di una presa di coscienza del fatto che quel decreto sicurezza li mette in difficoltà e provoca in loro la sensazione di non trovarsi bene nel concetto di umano che oggi sembra imperare in Italia. E’ in quel momento che loro si appropriano della storia e si accorgono che il razzismo, in Italia, si manifesta attraverso le leggi razziali del 1938, in pieno fascismo, dovuto a tutti i fascisti e da Mussolini in prima persona.

Penso che la storia possa essere insegnata solo in questo modo. Inoltre è certo non come ultima cosa, questo metodo è importante per ottenere l’attenzione degli studenti in modo che gli studenti possano imparare ma anche formarsi una coscienza, perché oggi tutti pensano soltanto all’informazione e dimenticano la formazione.

B- La «competenza» è la parola d’ordine…

L- Sì sì, certo. Professionalità, tutte queste robe qui, saper fare…

B- Certo. Non saper pensare…

L- No, ma fare, meglio senza pensare. Soprattutto quando si vota, questo vorrebbe il potere attuale, ma anche altri poteri, ed ecco la storia. E’ la storia che immediatamente mi fa pensare a Tambroni, mi fa pensare ovviamente a Mussolini, ma poi si può tornare anche a Crispi e molto più indietro. Ecco, per avere l’attenzione degli studenti, per poterli formare, attraverso l’informazione io ho bisogno di interessarli. Allora se io parlo loro delle imprese guerresche di Napoleone, non importa molto agli studenti, sì Napoleone è ancora in qualche modo un mito, ci sono i film più o meno ben fatti, più o meno malfatti, non è questo. Ma se io spiego loro l’idea imperialistica di Napoleone, spiego loro che classe sociale Napoleone rappresenta, in quale momento storico, in quale momento dell’evoluzione dell’economia e cioè quello della rivoluzione industriale, per essere adesso molto schematizzanti, allora forse magari riesco a interessarli. Non alla figura di Napoleone, a cui sono capaci tutti perché è un mito, ma invece a ciò che realmente Napoleone ha fatto e a perché ha fatto queste cose. Questa è formazione. Ma questa è politica…

B- Sì, qualunque settore disciplinare si affronti, per lo meno nel campo umanistico, quindi la storia (vale a dire la storia politica, sociale, economica), ma anche la storia letteraria, la storia dell’arte, della musica, del teatro, del cinema, occorre sempre cercare l’aggancio vivo al vissuto attuale di chi deve imparare. La conoscenza non deve essere qualcosa di cacciato a forza dall’alto nella mente del giovane. Deve invece essere fatta nascere maieuticamente dall’interno del discente stesso, facendo leva sulle esperienze che sta vivendo in questo momento. Per cui l’episodio di Palermo è molto significativo anche da questo punto di vista didattico. Se questi ragazzi avessero dovuto studiare un capitolo di un manuale di storia, anche fatto molto bene, magari sarebbero rimasti o indifferenti o blandamente interessati. Essi invece hanno compiuto una ricerca personale, hanno messo insieme dei dati, hanno ragionato criticamente su di essi, hanno elaborato una propria visione. La conoscenza così non si è ridotta a un fatto introdotto dall’esterno, ma e divenuta il frutto di un’elaborazione personale: e in tal modo c’è da credere che resterà un patrimonio fondamentale della loro formazione. Occorre anche tener conto del fatto che quegli eventi del 1938 per loro sono molto lontani, mentre per noi il ’38 è un anno vicino alle nostre date di nascita…

L- Eh beh, certo…

B- Noi quelle cose lì le abbiamo vissute, anche abbastanza da vicino, io almeno attraverso la memoria immediata dei miei genitori. Per loro sono passati… dunque, quanti anni? Ne sono passati 81. Sarebbero come per noi, poniamo nel 1957, eventi del 1876, l’avvento al governo della Sinistra di Depretis. Sono eventi davvero remoti! Se tu non riesci ad agganciare questa materia a qualcosa di vivo, che i ragazzi stanno vivendo in questo momento, non riesci a coinvolgerli. Sì, al massimo studieranno a memoria la lezioncina del capitolo del manuale, te la ripeteranno per benino e due giorni dopo l’avranno già dimenticata. Invece rivivendoli in questo modo quei fatti lontani diventano sostanza della loro formazione, della loro cultura. I ragazzi della scuola di Palermo hanno fatto proprio questo tipo di lavoro.

Io ho sentito per tv commenti che erano anche favorevoli a questa iniziativa, però sottolineavano come gli studenti esagerassero, perché la chiusura di questi c.a.r.a., di questi centri per i i rifugiati, non poteva essere paragonata alla razzia degli ebrei nel ghetto di Roma, alla deportazione e allo sterminio. Mi sembrano posizioni che non colgono il punto essenziale del problema. Certamente non bisogna valutare la ricerca su quel piano. Cosa hanno fatto questi ragazzi? hanno colto nel presente delle tendenze e le tendenze in atto indicano molto chiaramente quale potrebbe essere il punto terminale. Certo che chiudere un centro di accoglienza e sbattere sulla strada dei poveri immigrati è una cosa orrenda ma non è come mandarli nelle camere a gas di Auschwitz, però la linea che indica il cosiddetto “decreto sicurezza” è quella. Il suo fondo è razzista, e il razzismo tutto sommato prima o poi sfocia lì. E difatti il clima di odio razzista che è fomentato dalle iniziative del governo e dai discorsi dei politici già ora spinge ad atti di violenza, aggressioni, pestaggi, o addirittura il tiro al bersaglio contro persone di colore (tutti dovrebbero ricordare i fatti di Macerata). Come ha scritto perfettamente Primo Levi:

«A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”.

Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e in coordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager». Quindi questi ragazzi sono stati molto acuti nel cogliere nel presente questa tendenza di fondo.

Forse, volendo essere proprio pignoli, uno potrebbe dire: mah, effettivamente invece di impostare il discorso così schematicamente, solo accostando il decreto e le leggi razziste del ’38,, avrebbero potuto dialettizzare, spiegare le affinità e le differenze… sì, ma sono ragazzi di sedici anni,di biennio. Perché se fossero di una quinta superiore a quest’epoca dell’anno avrebbero per lo meno dietro di sé un minimo di competenza della storia dell’ottocento e del novecento, in cui collocare questi eventi. Invece così ci sono arrivati tramite una ricerca davvero loro personale, per cui sono comunque ammirevoli, sono da encomiare. L’idea di punire l’insegnante perché non ha vigilato, non ha esercitato il controllo su un’iniziativa che in realtà è lodevolissima dal punto di vista didattico e formativo, è una cosa spaventosa e dimostra veramente il livello a cui siamo arrivati. Affrontare questi argomenti, che dovrebbero essere la base della formazione di un giovane, che dovrebbero fornirgli gli strumenti per collocarsi in maniera consapevole, critica, nella vita sociale di oggi — in cui prima o poi dovranno inserirsi, e anche nella vita lavorativa — dovrebbe essere fatto segno di riconoscimenti da parte dell’istituzione scolastica. Invece il lavoro compiuto viene visto come una specie di attentato alla sacralità della scuola, della cultura, che deve essere sgombra da ogni riferimento alla realtà, che potrebbe contaminarla. A scuola allora si dovrebbe soltanto studiare la letteratura depurata da ogni contatto contaminante con la realtà, presa nella sua assoluta purezza estetica, oppure commuoversi davanti ai capolavori dell’arte; o se si fa storia la si dovrebbe fare in maniera asettica, tecnica, lasciando questi eventi del passato in tutta la loro remota lontananza, in modo da renderli il meno coinvolgenti possibile.

L- Io ovviamente sono d’accordo; ma oltre a questo vorrei dire che anche poesia ed arte sono ineluttabilmente politica.

B- Eh, come no.

L- Poi questo sei tu che lo insegni a me, se io mi metto li a, non so, a declamare La Cavallina Storna di Pascoli mi trovo di fronte al problema del mito, della famiglia chiusa e del mondo che crolla perché un membro di questa famiglia è morto. Per cui, in questo caso, è per esempio esclusa — adesso io faccio, intendiamoci, una critica molto grossolana ed esclusivamente contenutistica — completamente la dimensione sociale del singolo, se non all’interno della famiglia. E’ una cosa che può andar bene per quelli del convegno di Verona, tutto sommato. Parlo sempre del contenuto bruto eh, non voglio assolutamente fare qui un discorso sulla poesia di Pascoli perché sarebbe ben diverso, molto più articolato e dialettico.

B- Poi noi tutti e due sappiamo bene quanto Pascoli sia un grande poeta… tutti e due lo amiamo molto.

L- Certo, anche se amiamo non La Cavallina Storna…

B- Non quella, no

L- Non quello. Però adesso potremmo anche chiudere questa chiacchierata che è già abbastanza lunga non fosse che c’è un punto nuovo importantissimo e fondamentale di cui parlare che è quello dell’abolizione del tema di storia all’esame di maturità. E la commissione ministeriale ha agito esattamente come un ufficio marketing, che so, di salumi, no? Si vende di più la coppa che il culatello, allora abbandoniamo il culatello e puntiamo tutto sulla coppa. Ma un ufficio marketing un po’ più avveduto avrebbe invece potuto dire: ma non sarà perché il culatello è propagandato o poco o male o poco e male? In questo caso il secondo ufficio marketing fa più o meno quello che avrebbero dovuto fare il ministro e le sue varie commissioni. La storia è scelta solo dal tre per cento degli studenti, terribile: potenziamo l’insegnamento della storia.

B- E insegniamola meglio!

L- Insegniamola meglio appunto, come… non come ma nella linea di cui abbiamo parlato prima, in cui c’è la professoressa di Palermo. Non solo, ma i temi di storia in parte erano diserti anche perché erano formulati male. Pretendiamo dagli uffici competenti del ministero che li formulino meglio. A proposito di formulazioni ministeriali, tu ed io, data la nostra venerabile età, siamo stati “posti in quiescenza”…

B- Dobbiamo starcene quieti…

L- Ecco, dovremmo, dovremmo starcene quieti. Questa è la formula ministeriale che è di un ridicolo, di una stupidità, di un cattivo gusto perché “quiescere”, fa pensare a qualcosa che…

B- Fa toccare ferro…

L- Sì, toccare ferro, ma lasciamo perdere e riprendiamo il discorso. Quindi si tratterebbe di migliorare e potenziare l’insegnamento della storia e, per ciò che riguarda l’esame di maturità, di conseguenza, può formulare meglio gli enunciati. Ma non si può abolire, come farebbe un salumificio poco accorto, nel caso che facevo prima un po’ per scherzare ma molto sul serio, del culatello e della coppa.

B- Sì, dietro c’è certamente superficialità, stupidità, però io ci vedo qualcosa di molto peggiore. E cioè ci vedo un sospetto nei confronti della storia. La storia può essere pericolosa, proprio per le ragioni a cui accennavamo prima. Perché la storia, se studiata bene, crea una coscienza critica, ti dà gli strumenti che ti consentono di capire l’oggi, le sue tendenze profonde: e questo può essere pericoloso, se si vuole invece un elettorato che sia un gregge, un po’ stupido e docile, pronto a bere qualunque panzana che la propaganda gli propina. Quindi, abolire il tema di storia alla maturità vuol dire depotenziare l’insegnamento della storia, è inevitabile, vuol dire indebolirlo. Mentre invece ad essere sensati, per chi vuole avere a cuore le sorti delle giovani generazioni e della loro maturazione e formazione, la storia andrebbe potenziata e approfondita. Dovrebbe essere la materia centrale di ogni curriculum di studi. Invece si tende a depotenziarla proprio perché è una materia che rischia di creare dei cittadini pensanti e i cittadini pensanti, appunto, non fanno comodo a chi vuole il gregge docile e un po’ beota. Quindi direi che questa mossa apparentemente così neutra, ispirata a ragioni di banalissimo buon senso, in realtà rientra in un clima, in una tendenza generale, in questa ventata di destra che percorre tutta l’Europa. È un indizio direi molto inquietante, molto pericoloso.

L- Mi pare che a quello che hai detto si possa aggiungere ancora una cosa. Tu giustissimamente hai detto: per conoscere l’oggi bisogna conoscere la storia, cioè sviluppare un pensiero critico, di cui la conoscenza della storia fa parte, che ci permetta di capire il qui e ora. Io ci aggiungerei ancora un elemento che può far molta paura all’attuale potere, come tu hai detto giustamente, non solo italiano ma europeo, diciamo mondiale visto che di mezzo c’è anche mr. Trump, no?

B- Certo,

L- … con tutti i suoi seguaci, i suoi votanti, eccetera. Ed è il fatto che la conoscenza della storia è fondamentale per progettare il futuro…

B- Ah, d’accordissimo. Mi togli le parole di bocca.

L- Ecco. Perché solo, come dicevi tu, conoscendo a fondo in modo critico il presente tu puoi progettare il futuro. Ma è chiaro che il potere ha paura delle persone pensanti non solo perché possono svolgere la critica della nuova situazione esistente qui ed ora, ma perché pensando al futuro si accorgono che il potere — parlo del potere mondiale a questo punto, ma ovviamente anche di quello italiano — non dà futuro, non che non l’abbia esso lui, lui ce l’ha, ma non da futuro alla persona che ha ancora senso di umanità cioè che crede ancora, come chiarissimamente credono quei ragazzi e la loro professoressa, che l’uomo sia oltre che un animale politico anche un animale sociale.

B- Sì, direi che oltre a questa ventata di destra che percorre l’Europa è anche il clima culturale generale oggi imperante, quello del postmoderno, che tende ad annullare la dimensione e la profondità storica, ad appiattire tutto sul presente. Ora, negare il divenire storico vuol dire inculcare nelle coscienze l’idea che il presente sia l’unico mondo possibile, o addirittura il migliore dei mondi possibili. Cioè si cerca di convincere la gente che in questo presente ci si sta benissimo, non c’è nessun bisogno di progettare un futuro diverso. Mentre, se uno ha la coscienza della profondità storica, si rende conto che la storia è stata un continuo divenire, una continua trasformazione, quindi il cambiamento c’è sempre stato e il cambiamento è possibile, e questo autorizza appunto a progettare un futuro diverso.

L- Infatti. Aggiungiamo però ancora un altro elemento: la filosofia postmoderna fa credere che questo sia il migliore dei mondi possibili, ma molte molte persone — restiamo pure in Italia — sanno benissimo che questo non è il migliore dei mondi possibili, perché lo stipendio non basta per pagare l’affitto, mandare i figli a scuola eccetera; inoltre basta andare per le strade delle grandi città per constatare come molte persone, che un tempo lavoravano, sono ridotte oggi alla mendicità. Se questo è vero, come è vero, è altrettanto evidente che quello attuale non è affatto il migliore dei mondi possibili. Ma qui siamo in un caso in cui la sovrastruttura fa gioco sulla struttura e viene fuori l’ideologia, nel senso Marx/Engelsiano, e cioè un inganno perpetrato con mezzi così sottili per cui anche una persona che sta male crede di poter risolvere almeno un poco i propri problemi votando qualcuno che fa delle promesse che la persona stessa sa, perché vive la situazione sulla propria pelle, essere fanfaluche.

B- Certo. Piccola glossa: oppure appiattire tutto sul presente, anche se non convince sul fatto che sia il migliore dei mondi possibili, perlomeno istilla l’idea che la realtà è così, è data una volta per tutte e non ci sono alternative, quindi, caro mio, accontentati…

L- E godi il godibile magari…

B- Sì, o rassegnati. Allegria…

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scritti molesti sullo spettacolo e la cultura nel tempo dell'emergenza

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