Guerra e lotta di classe
di Gigi Livio

Dopo il 13 novembre in tanti ci chiediamo quali siano le cause di ciò che sta accadendo. Prima, quando le stragi avevano obiettivi ben precisi — il vilipendio della religione musulmana, gli ebrei visti (in una prospettiva razzista) come corresponsabili dell’oppressione israeliana dei palestinesi, eccetera — , e dunque la diagnosi era di terrorismo, sembrava in fondo più facile capire i motivi di questi fatti di sangue poiché potevano essere letti come risposte, se pure paradossali, a attacchi a punti nevralgici della cultura religiosa e della politica di coloro che si riconoscono nell’ideologia dell’Isis. Ma ora, dopo ciò che è avvenuto a Parigi, dove gli obiettivi colpiti sono certamente anche questi simboli del benessere occidentale (uno stadio, una sala da ballo, due ristoranti) ma in senso molto più lato, le stragi si configurano come un’aggressione a tutta la città “capitale dell’Europa” e quindi a tutto il vecchio continente: è la guerra. (Lascio ora stare la faccenda della “guerra asimmetrica” su cui vorrei tornare prima o poi; come metto da parte la discussione su come venga sfruttato il termine “guerra” a scopi industriali e commerciali che nulla hanno a che fare con una, spero, analisi corretta).
Apparentemente da molte parti, ma in realtà da una sola, vengono accampate spiegazioni nettamente ideologiche — o, se vogliamo usare un termine altrettanto concreto in quanto legato all’economia, sovrastrutturali — che si condensano in due formulazioni, subito rivoltate in slogan da slide, che sono: “guerra di civiltà” e “guerra di religione”.

Ma chi guarda le cose del mondo e della società con occhio limpidamente critico sa bene che queste sono superfetazioni ideologiche, appunto, assai utili al potere per nascondere la realtà delle cose anche da parte delle classi dominanti che menano il gioco all’interno dell’Isis, di Al Qaeda eccetera, per spingere i soggetti dell’indottrinamento ideologico a azioni estreme quali sono quelle dei cosiddetti kamikaze — di cui non bisogna dimenticare l’etimo risalente al 1944, quando i nazi-fascisti (per usare un termine non strettamente storico ma indicativo dell’ideologia perseguita) giapponesi stavano già perdendo la guerra contro le truppe statunitensi e alcuni piloti si scagliavano con il loro aereo contro le navi del nemico — che è quello, e non sarà certo un caso, di “vento (o tempesta) divino/a”. La realtà delle cose, invece, consiste come sempre nella lotta di classe particolarmente aspra in questo periodo in cui i capitalisti vogliono sempre più arricchirsi e come sempre e, come non può non essere, a spese di chi lavora.
Žižek, come per altro è solito fare, condensa la sua analisi in un breve articolo dove non si dimentica, come è certamente giusto anche se l’argomentazione richiederebbe maggior spazio, il problema della “violenza contro le donne”. La conclusione del suo scritto non può non arrivare là dove tutto diviene chiaro:
Quindi torniamo alla lotta di classe e l’unico modo per farlo è ribadire la solidarietà globale degli sfruttati e degli oppressi.
“Certo, gli attentati terroristici di venerdì 13 a Parigi vanno condannati senza riserve, ma… bando alle scuse, vanno condannati davvero, quindi non basta il patetico spettacolo di solidarietà di tutti noi (persone libere, democratiche, civili) contro il Mostro musulmano assassino. Nella prima metà del 2015, a preoccupare l’Europa erano i movimenti radicali di emancipazione (Syriza, Podemos) mentre nella seconda l’attenzione si è spostata sulla questione “umanitaria” dei profughi
— la lotta di classe è stata letteralmente repressa e rimpiazzata dalla tolleranza e dalla solidarietà tipiche del liberalismo culturale. Ora, dopo le stragi del 13 novembre, questi concetti sono stati eclissati dalla semplice opposizione di tutte le forze democratiche, impegnate in una guerra spietata contro le forze del terrore —
ed è facile immaginarne gli esiti: ricerca paranoica di agenti Is tra i rifugiati. I più colpiti dagli attentati di Parigi saranno i rifugiati stessi e i veri vincitori, al di là degli slogan stile je suis Paris, saranno proprio i sostenitori della guerra totale da entrambe le parti. Ecco come condannare davvero le stragi di Parigi: non limitiamoci alle patetiche dimostrazioni di solidarietà, ma continuiamo a chiederci a chi giova.
I terroristi dell’Is non vanno ‘capiti’, vanno considerati per quello che sono, islamofascisti, in antitesi ai razzisti europei anti-immigrati, due facce della stessa medaglia.
Ma esiste un ulteriore aspetto che dovrebbe farci riflettere — la forma stessa degli attentati: un estemporaneo, brutale, sconvolgimento della normale quotidianità. Questa forma di terrorismo, una turbativa momentanea, è caratteristica soprattutto degli attentati nei paesi occidentali sviluppati, in contrasto con paesi del Terzo Mondo in cui la violenza è realtà permanente. Pensiamo alla quotidianità in Congo, Afghanistan, Siria, Iraq, Libano… quando mai si manifesta solidarietà internazionale di fronte a qualche centinaio di morti in questi paesi? Dovremmo ricordarci ora che noi viviamo in una “sfera” in cui la violenza terrorista esplode di quando in quando, mentre altrove (con la complicità occidentale) la quotidianità è terrore e brutalità. I recenti attentati terroristici a Parigi al pari del flusso dei profughi, sono per noi un momentaneo promemoria del mondo violento al di fuori della nostra sfera, un mondo che in genere vediamo in televisione, remoto, distante, non come parte della nostra realtà.
È per questo che è nostro dovere acquisire piena consapevolezza della violenza brutale che impera fuori dalla nostra sfera, non solo violenza religiosa, etnica e politica, ma anche violenza sessuale.
Nella sua straordinaria analisi del processo Pistorius, Jacqueline Rose indica che l’omicidio della fidanzata va interpretato nel complesso contesto della paura che i bianchi nutrono nei confronti della violenza dei neri nonché della terribile e diffusa realtà della violenza contro le donne: «Ogni quattro minuti in Sudafrica una donna o una ragazza, spesso adolescente, talvolta bambina — è vittima di stupri denunciati e ogni otto ore una donna viene uccisa dal compagno». In Sudafrica questo fenomeno ha un nome: ‘femminicidio seriale’.

È un aspetto che non deve essere assolutamente considerato marginale: da Boko Haram e Mugabe fino a Putin, la critica anticolonialista dell’Occidente si configura sempre più come rifiuto della confusione ‘sessuale’ occidentale e richiesta di tornare alla tradizionale gerarchia sessuale. Sono ben consapevole che l’esportazione non mediata del femminismo occidentale e dei diritti umani individuali può fare il gioco del neocolonialismo ideologico e economico (ricordiamo tutti che alcune femministe americane hanno appoggiato l’intervento statunitense in Iraq come mezzo per liberare le donne locali, con il risultato esattamente opposto).
Ma in ogni caso assolutamente rifiutare di trarne la conclusione che gli occidentali di sinistra dovrebbero scendere a un “compromesso strategico” tollerando in silenzio “il costume” di umiliare le donne e gli omosessuali a beneficio della lotta anti-imperialista.
Quindi torniamo alla lotta di classe e l’unico modo per farlo è ribadire la solidarietà globale degli sfruttati e degli oppressi. Senza questa visione globale la patetica solidarietà alle vittime di Parigi è un’oscenità pseudo-etica.”
Slavoj Žižek, Ma i migranti sono vittime due volte, “La Repubblica”, 19/11/2015
Fulvio Lorefice inquadra, invece, storicamente il problema, per chiarire il ruolo svolto dalla religione nella situazione attuale, e la sua analisi è decisamente dialettica e la dialettica, se correttamente applicata, è la metodologia principe per comprendere le cose del mondo:
“La fede islamica […] rappresenta una espressione della protesta delle masse contro [lo stato in cui sono costrette a vivere], ma è anche lo strumento attraverso cui le locali classi dominanti tentano di affrancarsi dal dominio economico occidentale per affermare il proprio primato sociale”. Siamo (e saremo) sempre lì: tutte le strade conducono a Roma come tutte le analisi serie di problemi sociali portano allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e al fatto che l’unico modo di reagire a questa violazione brutale di ciò che definiamo l’‘umano’ è la lotta di classe che può anche, in epoche di grandi crisi (economiche, sociali e morali), portare a esiti paradossali (o solo apparentemente tali):
In assenza di un’opzione politica coerentemente progressista e laica per migliaia di subalterni europei, asiatici ed africani, il radicalismo islamico, in ultima istanza, rappresenta un modello politico, sociale e ideologico, alternativo a quello in cui vivono.
I recenti attentati di Parigi si inseriscono in una fase di transizione verso un nuovo ordine egemonico internazionale. Ai mutamenti dei rapporti economico-sociali e statuali in atto si accompagna la crescente rilevanza della variabile religiosa. A dispetto della modernizzazione e dei processi di secolarizzazione che avevano segnato il Novecento, la religione è un fattore di influenza politica nei paesi del cosiddetto Occidente e di mobilitazione in quelli in via di sviluppo. Una tendenza precorsa dall’Iran, la cui rivoluzione nel 1979 fu essenzialmente estranea alle logiche della guerra fredda.
Sulla scorta di questo evento i movimenti religiosi dell’area mediorientale, orientatisi nel frattempo in senso insurrezionale, divennero progressivamente una forza politica influente, raccogliendo consensi fra le classi medie e gli intellettuali. Gli sciiti, in minoranza rispetto ai sunniti in quasi tutta la regione, iniziarono a mobilitarsi per affermare i propri diritti politici e sociali. Sul versante sunnita all’islamizzazione dal basso, promossa dai Fratelli Musulmani, si contrapponevano già da alcuni anni formazioni radicali che propugnavano un’islamizzazione dall’alto attraverso la lotta armata. Nel panorama progressista arabo non mancavano, inoltre, i movimenti politici che già in precedenza avevano indicato alle masse degli oppressi il socialismo quale «mezzo per l’attuazione dei valori morali progressisti dell’Islam» (Hadj, 1964).
La religione, sullo sfondo della disfida ideologica della guerra fredda, rappresentò pertanto il teatro di uno scontro propriamente politico tra forze progressiste e forze conservatrici, tanto nel cosiddetto Occidente quanto nel cosiddetto Oriente.
La rivoluzione iraniana, in questo senso, sembra rappresentare il turning point dopo il quale a prevalere furono le fazioni conservatrici dell’Islam politico, a danno delle correnti modernizzatrici ispirate a un nazionalismo laico, anticoloniale e socialisteggiante. La vittoria dell’Ayatollah Khomeini, repentinamente sbarazzatosi dei comunisti del Tdeh, rappresentò un duro colpo non solo per gli Stati uniti, sostenitori del defenestrato Scià di Persia, ma anche per la stessa Unione sovietica: l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata rossa fu anche una risposta ai timori di contagio della rivoluzione islamica. Dal luglio 1979, cinque mesi prima dell’intervento sovietico, l’amministrazione Carter aiutava segretamente i movimenti politico-religiosi che si opponevano al regime filo-sovietico di Kabul: si trattava, secondo la celebre espressione di Zbigniew Brzezinski, di «dare ai sovietici il loro Vietnam». La riscossa delle nazionalità non russe e il fermento religioso, presagiva Hélène Carrère d’Encausse, furono non a caso tra i fattori che avrebbero portato alla disgregazione dell’Unione sovietica.
Con l’estinzione del campo socialista si assisté alla fine dell’ordine internazionale della guerra fredda. Nelle società occidentali, complice l’attentato alle Twin Towers, la questione religiosa fu al centro dei dibattiti sia a livello interno che a livello internazionale. La lettura dei fenomeni politici non di rado si caratterizzò, con particolare riguardo per il mondo arabo, per l’assoluta preminenza assegnata all’elemento religioso: la — presunta — predisposizione all’autoritarismo da parte delle società mediorientali, venne sostenuto, scaturiva infatti dalla presenza dell’Islam.
Da queste tesi al vaticinio del prossimo scontro di civiltà il passo fu breve. Si iniziò, quindi, a parlare, con riferimento al protagonismo della religione nelle relazioni internazionali, di «risveglio religioso», «ritorno del sacro» e «rivincita di Dio». Si tratta, e si trattava, in realtà di un fenomeno ambivalente, dal momento che su scala globale è in corso tanto un processo di «desecolarizzazione» quanto un processo di «secolarizzazione»: in termini quantitativi è, tuttavia, il primo a prevalere (Berger, 1999).
In questo quadro l’attenzione degli analisti di politica internazionale si è soprattutto focalizzata sulla relazione tra la crescente instabilità internazionale e il ruolo politico delle religioni. Il fenomeno religioso è stato pertanto esaminato in termini prettamente sovrastrutturali. Ogni religione, quale fenomeno che attiene al mondo delle idee, riflette in modo mediato ed imperfetto determinati caratteri ed esperienze sociali. È utile a questo proposito sottolineare che, risalendo alle origini, il tratto principale della presunta predicazione di Gesù era quello dell’avvento del regno di Dio che avrebbe portato alla punizione dei malvagi, identificati con i potenti ed i ceti dominanti del tempo. Le prime generazioni cristiane tradussero in fede e speranza religiosa il malcontento nei confronti di un’oppressione economica e sociale basata sulla schiavitù che li aveva sottomessi al predominio imperiale di Roma. Il cristianesimo era, dunque, un movimento di oppressi e tale rimase fino al IV secolo.
La religione, osservava Donini, «non offre soltanto un’immagine deformata di quel che gli uomini pensano o fantasticano sui loro rapporti con la natura e con la società, ma ci permette spesso di cogliere nel vivo la protesta contro stato di subordinazione, forme iniziali di insofferenza e di lotta che hanno segnato il passaggio ad aperti moti di rivolta».
L’indagine storica, sociologica ed etnologica contribuisce pertanto alla comprensione dei bisogni sociali e delle ragioni che determinano la massiccia adesione a credenze religiose. Se, quindi, sembra innegabile il ruolo che l’Islam ha avuto e ha nella fisionomia politico-culturale delle società medio orientali, è lo studio delle condizioni economiche e sociali di quell’area il terreno sul quale le ricerche su questi complessi fenomeni presentano oggi le maggiori lacune.
A non essere debitamente posta in luce, tanto nelle analisi quanto nelle interpretazioni degli eventi, è la condizione di oppressione sociale ed economica vissuta da questi popoli.
La fede islamica, non è pleonastico affermare nel clima pre-illuministico nel quale viviamo, rappresenta una espressione della protesta delle masse contro tale stato, ma è anche lo strumento attraverso cui le locali classi dominanti tentano di affrancarsi dal dominio economico occidentale per affermare il proprio primato sociale.”
Fulvio Lorefice, Alle radici del radicalismo, “il manifesto”, 19/11/2015
