“Il giovane favoloso”:

meno male che non ci sono i pidocchi

L’articolo mette in rilievo, dal punto di vista della storia letteraria, come il film di Martone sia lontano dal rendere la straordinaria ricchezza dell’avventura intellettuale leopardiana e al contrario si riduca a una bassa aneddotica biografica. Siccome il film, che ha ottenuto un largo successo di pubblico ed è accompagnato da una martellante campagna di recensioni e interviste, si presenta come un’operazione di mercato di vasta portata (e una brutta operazione), insistere su una analisi critica risulta un dovere non solo culturale ma civile.

di Guido Baldi

Lascia sbalorditi il coro quasi unanime di lodi e celebrazioni che ha accolto il film di Mario Martone su Leopardi, Il giovane favoloso, anche da parte di persone colte e di specialisti di letteratura, oltre che di critici cinematografici. Lodi e celebrazioni che insistono sul fatto che il film restituirebbe un ritratto fedele e illuminante del poeta e finalmente ne darebbe un’immagine viva e innovatrice, liberandolo dalle viete incrostazioni di cui è stato vittima da parte della tradizione scolastica. Si rimane sbalorditi perché nessuna delle due affermazioni può trovare il minimo appiglio nella pellicola, e ciò a chiunque avesse conoscenza del poeta e buon gusto dovrebbe risultare palese.

Ora, che cosa di Leopardi conta oggi per noi? È ovvio, il percorso tracciato dal suo pensiero e dalla sua poesia, che sono tutt’uno, percorso complesso e ricco di sviluppi, di approfondimenti, di svolte anche radicali: la conversione giovanile «dall’erudizione al bello», l’elaborazione della teoria filosofica del piacere e della poetica del vago e indefinito come suggestione di un infinito irraggiungibile, che alimentano la prima stagione degli idilli, il titanismo generoso delle canzoni politiche, l’approdo dal sensismo al materialismo assoluto, al distacco ironico, lucidissimo e corrosivo delle Operette, il periodo di inaridimento sentimentale e poetico, il miracoloso «risorgimento» del 1828 che origina i grandi idilli pisano-recanatesi, la nuova poesia del ciclo di Aspasia, ispirata non più dal «caro immaginar» ma dal «vero» e dall’«infinita vanità del tutto», profondamente diversa da quella idillica, l’aspra polemica della Palinodia, ricca di spunti profetici sul destino dell’Occidente moderno, e infine la grande utopia della Ginestra, la sua critica spietata a un’idea falsa e mistificatrice di progresso, e la proposta alternativa di un progresso autentico, basato sul «vero» dell’«aspra sorte e del depresso loco/ che natura ci diè», e si apre alla rifondazione della «social catena», saldata da un «vero amor» per gli uomini, da cui nascono «l’onesto e retto conversar cittadino/ e giustizia e pietade». Ecco, è questo percorso di poesia e di idee (tracciato qui per linee necessariamente molto sommarie) che ci importa di Leopardi.

Di tutta questa straordinaria, affascinante avventura intellettuale poco o nulla risulta dal film di Martone. Il problema è: poteva mai un film, con le sue immagini, restituirla davvero? Ma se è così, perché allora fare il film? Certo, ogni tanto Elio Germano declama con aria assorta alcuni versi del poeta, magari male, come avviene per l’Infinito, rovinato da una dizione smozzicata: ma questi lacerti poetici risultano del tutto avulsi dal percorso che si è delineato (anzi, che Leopardi delinea con estrema autoconsapevolezza in tante pagine di riflessione sulla sua opera), non riescono veramente a dare una sia pur pallida idea di quella complessità e di quella ricchezza, di quella fervida vita intellettuale.

Vi è qualche accenno ai rapporti, spesso conflittuali, con la cultura del tempo, rappresentata dal padre Monaldo, dagli intellettuali toscani, da quelli napoletani: ma anche qui tutto a livello sporadico, frettoloso e superficiale. Non emergono le ragioni profonde del dissenso dal gruppo dell’«Antologia», una discussione, da parte di Leopardi, che riesce a portare alla luce i limiti del moderatismo di quei liberali e trova espressione nel velenoso sarcasmo di grandi testi come la già citata Palinodia al marchese Gino Capponi, un componimento purtroppo poco frequentato, e il Dialogo di Tristano e d’un amico.

Il caso limite è la polemica con gli ambienti neocattolici napoletani, che si riduce a un litigio al caffè, mentre Giacomo si mangia il suo diletto gelato, e a qualche invettiva urlata: quella polemica che ha partorito I nuovi credenti e, scusate se è poco, appunto la Ginestra, si riduce a questo. Grottesco e risibile.

C’è da chiedersi che cosa il pubblico che non ha un’approfondita conoscenza di Leopardi abbia potuto capire della sua figura; e visto che qualche recensore ha invitato tutti gli studenti a vedere il film anziché studiare l’autore sui libri di testo, vengono i brividi (o si è indotti a dire col poeta: «Non so se il riso o la pietà prevale»).

Al posto del percorso intellettuale e poetico di Leopardi si ha (ed è tutto quanto un film poteva dare) un racconto biografico: ma non un racconto dignitoso e intelligente, bensì in prevalenza una bassa aneddotica, molto insistita e si direbbe quasi compiaciuta, che si concentra su particolari avvilenti e ci sciorina tutta la miseria umana del poeta, le difficoltà di minzione, l’incapacità di tagliare la carne a tavola, la deviazione della spina dorsale, messa a nudo (letteralmente) davanti allo specchio, la golosità di gelati e pasticcini, l’arrancare penoso del poveretto sempre più gobbo e storto, la frequentazione dei bassifondi napoletani a cioncare con la vil plebe, la visita fallimentare al bordello per ovviare, grazie ai buoni uffici dell’amico, a una troppo protratta verginità (il punto forse più basso di questa miserevole aneddotica), il fatto che il poeta non si lavava e non si cambiava la camicia (e meno male che Martone ci ha risparmiato i pidocchi, a cui fa cenno Ranieri nelle sue memorie, con una tardiva quanto ignobile profanazione della figura dell’amico, e meno male, come ha notato sapidamente Livio, che non si è affermato il cinema olfattivo).

È questa miseria umana che ci interessa di Leopardi? È questo che ne restituisce un’immagine finalmente viva e innovatrice?

Contraddittoriamente rispetto a quanto fa dire al poeta, il film sembra di fatto avvalorare l’idea che il suo pensiero e la sua poesia nascano dall’infelicità fisica: altrimenti perché insistervi tanto? Forse l’intento era: ecco, vedete, nonostante le sofferenze Leopardi ha saputo elevarsi alla sublimità della poesia, elaborare il suo sistema filosofico e condurre la sua battaglia intellettuale. Il guaio è che, come si è dimostrato, quella sublimità, quel sistema e quella battaglia non si riesce affatto a renderle, e restano solo gli squallidi particolari fisici.

Senza contare il romanzetto rosa del flirt tra il giovane poeta e Teresa Fattorini, con lo sbirciare dalla finestra la bella e prosperosa figliola, con tutto il gioco di sguardi timidi dell’episodio delle noccioline cadute a terra e con la visita poi alla cara salma che — miracolo della “soggettiva” — apre gli occhi e sorride: si riduce a questo la sublime rarefazione di una lirica come A Silvia, tutta giocata sul «vago» e l’«indefinito», in cui Leopardi non parla affatto di un legame amoroso con la fanciulla del popolo (si rilegga con attenzione il testo), ma solo di una comunanza di sorti e di stati d’animo fra i due giovani, che a distanza, senza che fra di loro vi sia alcun contatto personale, si abbandonano entrambi ai «felici errori» delle loro speranze e delle loro illusioni, poi tradite dall’«apparir del vero».

Inoltre in A Silvia l’io lirico non vede affatto la fanciulla, ma ode solo il suo «perpetuo canto» che risuona nelle «quiete stanze» e per le «vie d’intorno»: non è un particolare trascurabile, anzi è un dato fondamentale per capire la poesia leopardiana, perché rimanda proprio alla poetica del vago e indefinito che è alla base della produzione idillica. Nello Zibaldone Leopardi enuncia tutta una teoria dei suoni, e tra gli altri esempi sottolinea quanto sia suggestivo un canto che provenga dall’interno di una stanza e si propaghi intorno, senza che si veda la fonte, poiché l’indefinitezza suscita vaste immaginazioni ed evoca l’idea dell’infinito. È l’equivalente della siepe dell’Infinito che esclude lo sguardo, per cui «l’immaginario sottentra al reale», ed effettivamente nello Zibaldone si legge anche una teoria della visione che è parallela a quella del suono e rimanda all’idillio del 1819. Presentare Leopardi che occhieggia Teresa alla finestra di fronte è proprio la negazione di questo aspetto essenziale del rapporto del poeta con la realtà, aspetto che è la fonte della sua poesia, è un tradimento radicale che dimostra la sostanziale incomprensione di tale poesia da parte del film.

Si pensi poi al pasticcetto sentimentale del triangolo con la Fanny e Ranieri, che dà vita a un episodio da fiction televisiva come quello in cui il povero Giacomo, dopo essere stato respinto all’uscio della bella da un cameriere, scorge l’amico e la donna che si baciano alla finestra.

Ma quanto a espedienti romanzeschi da fiction di serie B non scherza nemmeno l’episodio della fuga fallita da Recanati nel ’19, quando salito in carrozza Giacomo vede che il cocchiere che si affaccia dalla cassetta è il padre. E poi l’episodio del bacio dal Consalvo (non si poteva tralasciare questo testo, di gran lunga il più infelice di Leopardi?), dove Giacomo e Fanny compaiono coperti dalle corazze guerriere: da sbellicarsi dalle risa. E ancora la scena in cui Giacomo contempla le terga statuarie di Ranieri che esce nudo dalla tinozza del bagno: un’allusione a segrete pulsioni omosessuali? La volontà di rendere l’ammirazione e insieme l’invidia del povero gobbetto per la prestanza fisica dell’amico tombeur de femmes?

Comunque un capolavoro di cattivo gusto. D’accordo, dalla vicenda dell’amore per Fanny sono nate le poesie del ciclo di Aspasia, ma ciò che ci importa sono quelle liriche straordinarie, con le loro novità tematiche e di linguaggio: liriche che inaugurano una nuova fase della poesia leopardiana, quella che Binni chiama la «nuova poetica», rivalutandola giustamente contro le ottuse incomprensioni di Croce e dei crociani. Dei bruti dati biografici in sé che stanno dietro a quei testi non ci importa nulla, specie se trattati in quel modo corrivo. Non basta certo qualche frase di A se stesso o di Amore e morte, isolata dal suo mirabile contesto, a riscattare la banalità aneddotica della sequenza di queste scene dedicate alla passione per la Targioni Tozzetti.

Quanto alla fisionomia finalmente viva di Leopardi restituita dal film, contro le immagini stantie proposte dalla scuola, ci si chiede quale mai scuola abbiano frequentato coloro che escono con tali affermazioni. Che Leopardi non sia il piagnucoloso poeta adolescenziale solo ripiegato a contemplare la propria infelicità, come pensa l’opinione volgare, ma un poeta che ha una gamma vastissima di interessi e di toni, nonché un pensatore dalla forte originalità e per di più un ribelle combattivo e coraggioso, impegnato in una polemica durissima contro la mentalità e la cultura della sua epoca, di cui pagava il prezzo con l’isolamento e l’avversione dei benpensanti, la critica lo ha messo in luce da tanto tempo: basti pensare a un libro del 1973 come La protesta di Leopardi sempre di Walter Binni (ma già De Sanctis…), o agli studi di Cesare Luporini e Sebastiano Timpanaro e, più vicini a noi, di Bruno Biral, di Umberto Carpi, di Liana Cellerino, di Anna Dolfi, di Mario Andrea Rigoni, di Antonio Prete, di Guido Guglielmi, di Luigi Blasucci, di Pier Vincenzo Mengaldo, di Emanuele Severino, e si potrebbe continuare per pagine. E tutta questa vasta produzione critica è poi confluita nei libri di testo, che necessariamente ne hanno tenuto conto.

Tutti quelli che azzardano quel tipo di critica all’insegnamento scolastico ignorano evidentemente le tendenze della manualistica attuale, per lo meno di quella di più alto livello che risale a studiosi universitari, Ceserani, Segre, Luperini, Ferroni, Bárberi Squarotti, Raimondi, Santagata, Bologna, Langella (e, non mi si tacci di immodestia, anche chi scrive queste righe). Leggano, costoro, i capitoli dedicati a Leopardi in tutti questi volumi. Viene da ricorrere alle ire del padre Dante: ««Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,/ per giudicar di lungi mille miglia/ con la veduta corta d’una spanna?».

© L’asino vola / dicembre 2014