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Il nuovo orale alla maturità,

fra “Lascia o raddoppia” e il lettino di Freud

di Guido Baldi

1. Preminenza degli scritti e ridimensionamento dell’orale

Da anni ormai si osserva la tendenza a togliere importanza alla prova orale negli esami di maturità per dare preminenza agli scritti. Lo aveva prospettato esplicitamente già ai suoi tempi la ministra Moratti, e lo testimoniano in modo incontrovertibile i punteggi sempre più ridotti assegnati al colloquio: ora siamo a 20 punti, contro i 40 (20 più 20) degli scritti, esattamente la metà. In una simile tendenza è da scorgere presumibilmente l’intenzione, più o meno chiara, di scimmiottare la scuola anglosassone, dove le prove d’esame sono rigorosamente scritte; e naturalmente attraverso i ben noti test a risposta multipla, o quiz a crocette: che ognuno vede quanto siano idonei ad accertare la maturità intellettuale, l’originalità di visione e lo spirito critico di un giovane, visto che consistono nello sbarrare risposte già preconfezionate, senza possibilità di introdurre prospettive diverse e alternative, e dove si presuppone che esista un’unica risposta giusta. Cosa risibile, quando si tratta di idee e concetti, come avviene in particolare nelle discipline umanistiche, il cui studio notoriamente si fonda sul conflitto delle interpretazioni critiche; anzi, più che risibile, preoccupante e pericolosa, perché rivela un autoritarismo dogmatico che esclude ogni possibilità di pensare altrimenti. Se invece i quesiti vertano su puri dati, allora dal dogmatismo si passa al più squallido nozionismo, che è quanto di più lontano si possa immaginare dal pensiero critico.

Nei nostri esami finali del ciclo superiore non si è ancora arrivati a scimmiottare proprio sino a questo punto gli Stati Uniti. Anzi, è stata abolita la terza prova, che poteva assumere anche la forma del quiz a crocette, e il colloquio orale, sia pur nettamente ridimensionato nella sua importanza, resiste ancora. Ma la tendenza è quella, ed è evidente: e non si può mai essere sicuri del futuro, pensando ai nostri governanti. Tutti conosciamo la pessima qualità della high school statunitense e la scadente preparazione che fornisce ai suoi studenti. E visto che i ragazzi americani per tutto il loro corso di studi sono abituati alle prove con le crocette, è facile intuire quale sia il loro quoziente di spirito critico (si parla della media ovviamente: per fortuna ci saranno ragazzi particolarmente intelligenti che sanno pensare con la loro testa). Mi è avvenuto in altra occasione di fare una battuta: ho detto che l’opinione pubblica americana era in larga parte convinta che il responsabile dell’abbattimento delle Twin Towers fosse Saddam Hussein, e che avesse le famigerate “armi di distruzione di massa”, perché era composta da persone che a scuola aveva sostenuto solo prove con le crocette. Ma forse, a pensarci bene, non era del tutto una battuta.

Quindi è evidente quanto sia produttivo prendere a modello la scuola statunitense, togliendo importanza alla prova orale. Al contrario, a chi ha esperienza di insegnamento, dovrebbe risultare chiara la produttività di gran lunga maggiore del colloquio, che apre la strada alla verifica dei fondamentali aspetti della personalità e della preparazione dell’allievo. È certo importantissimo anche saggiare le capacità di scrittura attraverso varie forme di componimento, ma il dialogo diretto fra due persone, docente e discente, permette di cogliere immediatamente in atto tutta una serie di capacità: come il giovane, dinanzi alla proposta di un dato argomento, imposta il suo discorso, cioè se sa organizzarlo e ordinarlo secondo un disegno logico, se sa concentrarsi sui punti essenziali senza perdersi in dettagli poco pertinenti o smarrire del tutto il filo, se sa reagire prontamente a stimoli e sollecitazioni con risposte adeguate e motivate; permette di interagire, aiutandolo se si blocca, correggendolo e indirizzandolo se imbocca una strada sbagliata o senza via d’uscita, salvando così una prova che potrebbe essere destinata al fallimento. Inoltre dallo scambio dialogico possono nascere nuovi spunti e nuove idee, che consentono da parte dello studente di elaborare approfondimenti e giudizi personali e da parte dell’insegnante di constatare se il giovane è in grado di cogliere i punti deboli o l’insostenibilità di tesi altrui e di confutarle; si possono proporre problemi, per vedere quali soluzioni il giovane riesce a trovare col suo ragionamento, oppure si individuano elementi che permettono di istituire collegamenti con altri argomenti e problemi della disciplina o di discipline diverse; di conseguenza si può saggiare l’agilità mentale dello studente nel muoversi da un argomento all’altro e nell’istituire legami fra di essi. Infine si può valutare il dominio dei mezzi espressivi, l’ampiezza e la proprietà del lessico, la correttezza della sintassi, e verificare anche quale rapporto si instauri fra capacità di ragionamento logico e capacità espressiva. È questo che importa di sapere di un allievo: e non è certo possibile ottenerlo ponendogli semplicemente dinanzi la scelta fra risposte già preconfezionate in un quiz a crocette. Tutto ciò può essere valutato solo attraverso il dialogo interpersonale, lo scambio fecondo tra insegnante e allievo mediante la parola diretta. Anche la lettura di un componimento scritto, pur preziosa, non offre la possibilità di effettuare l’intera gamma di queste verifiche, che sono consentite dal colloquio orale. A patto, naturalmente, che il colloquio non si riduca alla ripetizione a pappagallo della lezione imparata a memoria da parte dello studente: ma sta appunto alla bravura dell’insegnante evitarlo.

2. Interdisciplinarità?

Nella nuova maturità la prova orale dovrebbe essere impostata in forma interdisciplinare. Allo studente viene proposta la scelta fra tre buste, contenenti gli spunti da cui il suo discorso deve partire: si può trattare di un’immagine o di un testo. E subito colpisce il rituale grottesco e ridicolo, che richiama irresistibilmente i quiz televisivi di mikebongiorniana memoria, come tutti hanno rilevato. Ma tant’è, il senso del ridicolo non è una dote spiccata in chi ha inventato la nuova modalità. Il candidato, prendendo le mosse da ciò che la sorte gli ha posto sotto gli occhi, deve disquisire delle varie discipline, cercando fra di esse dei collegamenti. Ora, dalle cronache riportate sui giornali, e da quanto ho potuto osservare assistendo personalmente a qualcuno di questi colloqui, i collegamenti proposti dagli allievi sono per lo più del tutto estrinseci, estemporanei, talora decisamente arbitrari e strampalati. Un ragazzo ad esempio, partendo dalla descrizione dei fiori in un episodio di Mrs Dalloway di Virginia Woolf, è passato a parlare della fotosintesi, attraverso Monet, Leopardi e d’Annunzio. Un altro ragazzo è partito dalle onde hertziane per passare alla luce lunare nella novella pirandelliana di Ciàula. Quando insegnavo, ed erano appena state istituite le famose “tesine interdisciplinari”, mi venne di fare tra i colleghi una battuta scherzosa, proponendo un collegamento fra Le onde della Woolf e le onde elettromagnetiche in fisica. Non bisogna mai scherzare su certi argomenti, perché poi il destino si incarica di trasformare lo scherzo in realtà. D’altronde, onestamente, trovare collegamenti reali e fondati tra una pluralità di argomenti contenuti in discipline diverse, e in particolare fra quelle umanistiche e quelle scientifiche, è oltremodo difficile, se non in certi casi decisamente impossibile. Ciò non toglie che studenti particolarmente bravi, e ben formati da insegnanti bravi, possano effettivamente trovare collegamenti fondati e intelligenti: ma è il meccanismo in sé che è sbagliato, al di là delle correzioni che può apportare l’intelligenza individuale, perché è l’occasione di arbitri e addirittura li incoraggia. Quindi lungi da noi voler proclamare un crucifige contro i poveri studenti, che sono le vittime di questo meccanismo insensato, e devono fare buon viso a cattivo gioco. I commissari, per parte loro, ammettono che spesso i collegamenti sono improbabili, ma si consolano dicendo che con questo esame è concesso ai ragazzi più spazio.

In realtà, come direbbe il prima evocato Pirandello, «non è una cosa seria». L’interdisciplinarità è tutt’altra faccenda, ben più seria, appunto: significa prendere un argomento e affrontarlo con gli strumenti offerti da varie discipline. Ad esempio un fenomeno come il dannunzianesimo si può studiare con rigore scientifico da un punto di vista letterario, storico, filosofico, psicologico e psicanalitico, sociologico, antropologico, economico. Oppure di un periodo storico si possono studiare, sempre con vari strumenti, i vari aspetti, la manifestazioni letterarie e artistiche, le idee, le dinamiche tra le forze politiche, la società, l’economia, gli sviluppi scientifici e tecnologici. Ma si tratta di un lavoro complesso, che esige una padronanza sicura di tutti quegli strumenti, quindi forse non si può proporre neppure a livello di tesi universitaria magistrale, ma più realisticamente in sede di tesi di dottorato, o meglio ancora di lavoro di ricerca in équipe. Volendo ancora fare una battuta, anziché collegamenti interdisciplinari gli accostamenti proposti dai maturandi sembrano piuttosto delle libere associazioni, proprio quelle della terapia psicanalitica, che si compiono sul lettino introdotto dal dottor Freud, abbandonando il controllo razionale e lasciando all’inconscio la facoltà di vagare a piacere.

Tornando seri, dovrebbe essere evidente l’effetto altamente diseducativo di una prova del genere, che invita all’improvvisazione, all’approssimazione, alla mancanza di rigore, all’arbitrio, persino alla furbizia spicciola di chi, solo al fine di cavarsela in qualche modo, accumula parole a vanvera cercando di frastornare la commissione. L’effetto sarà diseducativo e deleterio specie se, come è inevitabile, si rifletterà all’indietro sull’impostazione didattica degli anni precedenti, in cui lo studente dovrà essere giocoforza allenato ad affrontare l’esame in questa forma. La nuova maturità introduce un nuovo tassello nel quadro generale del degrado della scuola, già in atto da tempo. Una grave responsabilità del governo testé defunto, fra le molte altre.

scritti molesti sullo spettacolo e la cultura nel tempo dell'emergenza

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