
La casa di Gramsci “monumento nazionale”?
di Gigi Livio e Ariela Stingi.
Il valore del simbolico in politica è molto forte. È una cosa che i grillini sanno molto bene: perché, se no, intitolare il loro movimento-partito “Cinque stelle”; perché non due o tre o un altro nome ancora? L’opposizione alla proposta di legge della deputata Pd votata alla Camera di dichiarare la casa di Ghilarza in cui Gramsci visse a partire dai suoi sette anni, era nato poco discosto, a Ales, monumento nazionale non è quindi dovuto a sola ignoranza ma proprio a quelle “ragioni aprioristiche e ideologiche” che il capogruppo del M5s invoca a sua discolpa cadendo nella solita scusa non richiesta, che è come tutti ben sanno un’accusa manifesta: gli sarebbe bastato dire per quale motivo si erano opposti. Un motivo che si basa su “pretestuose argomentazioni burocratiche”, come puntualmente osservano Piras e Galli rivelando così la matrice di destra, qualunquistica di quel “movimento” (già definirsi così è un fatto ideologico, nel senso di falsa coscienza).
Non è certo però, al di là del fatto simbolico, che dichiarando la casa dove Gramsci visse la seconda infanzia e l’adolescenza si torni a ciò che veramente conta e cioè al pensiero del dirigente comunista e a ciò che di quel pensiero oggi è ancora vivo. Ovviamente, ma non è certo così ovvio per la maggioranza degli italiani, il problema è sempre quello costituito dalla scuola, il luogo dove si forma, o si dovrebbe formare, la cultura dei giovani soprattutto attraverso lo strumento del pensiero critico. Ma gli “strumenti” non sono astratti perché, al contrario, sono strettamente immersi nella storia; e quindi ci vuole lo studio di questa per poterli prima capire e poi utilizzare. Per chi lo conosce è ovvio che Gramsci abbia applicato tutta la vita il pensiero critico alla realtà, per comprenderla e, una volta compresa, modificarla e convince gli altri, da soli si è impotenti, a cambiarla in una certa direzione. Ma, appunto, per capire come egli ha applicato il pensiero critico bisogna conoscere tanto le sue opere quanto la realtà che attraverso quello strumento voleva indagare fino in fondo.
Dati questi presupposti spicca immediatamente l’importanza della scuola e per “scuola” intendo soprattutto delle medie inferiori e delle medie superiori
perché all’università non tutti frequenteranno Lettere e filosofia, dove di Gramsci (faccio questa affermazione pieno di dubbi dato lo svilimento che subisce il sapere oggi anche all’Università) si dovrebbe comunque parlare in una materia o in un’altra.Ma chi si iscrive in ingegneria o in legge o in medicina che possibilità può avere di apprendere ancora qualcosa su Gramsci (e, in genere, sul pensiero critico)?
L’importanza della scuola è dunque fondamentale. Non posso parlare dei libri di storia che non conosco; conosco al contrario qualche libro di letteratura italiana. Gramsci, che fu soprattutto un politico, si occupò anche, seguendo la sua ideologia che prevedeva una politica che si occupasse di tutto l’umano e non soltanto dello ‘specifico’, campo semmai dei “politicanti”, di filosofia, di letteratura e di teatro. Anche in queste discipline il suo pensiero è ancora oggi vivissimo, ma pochi lo sanno (qualcuno addirittura giudica “fallaci” certe sue straordinarie intuizioni). Ma le antologie scolastiche, con le dovute e lodevolissime eccezioni, tendono a ignorarlo.
Non solo. Alcuni dicono (non abbiamo statistiche in mano per affermarlo con certezza) che Gramsci è l’autore italiano del novecento tradotto in più lingue e probabilmente è vero.
È invece certo il fatto che gli scritti gramsciani siano studiati assai più all’estero che qui da noi.
Da queste affermazioni ciascuno tragga le conseguenze che ritiene più giuste, naturalmente. Vogliamo soltanto chiudere con l’osservazione che la latitanza della nostra scuola nei confronti di Gramsci, e in quello di tutto il pensiero critico, non è solo questione di ministri e sottosegretari vari, di stipendi dei professori (quest’ultima cosa è però fondamentale), di mancanza di fondi; non è tutto lì perché ciascun docente, di ogni ordine e grado, dovrebbe essere responsabile di come intende, attraverso l’informare, formare i propri studenti.

La bilancia politica e il peso ambivalente di vittime e carnefici
A Predappio, in Romagna, dove c’è un sindaco del Pd che si chiama Giorgio Frassineti, il Museo del fascismo, comunale, dovrebbe aprire i battenti nel 2019, per un costo complessivo di 5 milioni, di cui 4,5 sarebbero fondi pubblici, e con il sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, Luca Lotti, che appoggia il progetto e promette sostegno finanziario.
A Ghilarza, in Sardegna, la Casa museo Gramsci, di proprietà della Fondazione «Enrico Berlinguer» e gestita con fondi regionali, potrebbe diventare monumento nazionale. Per essere più esatti, è la casa in cui Gramsci, a partire dal 1898, visse gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, che potrebbe diventare monumento nazionale.
Questo è infatti ciò che stabilisce la proposta di legge presentata dalla deputata Pd Caterina Pes che ieri è stata approvata alla Camera e che ora dovrà passare in Senato. Così è fatto il Pd renziano. Da una parte appoggia il progetto di ristrutturazione della casa del Fascio di Predappio e dall’altra promuove e sostiene nelle aule parlamentari la trasformazione della Casa museo Gramsci a Ghilarza in luogo della memoria di rilievo nazionale. Insieme, Mussolini e una delle sue vittime, Antonio Gramsci. Alchimie e bilanciamenti della vecchia «ditta» bersaniana diventata con Renzi un patchwork dalle cui trame può spuntare di tutto.
«La Casa Gramsci – spiega Caterina Pes – è un luogo di memoria, nel quale le vicende personali di Antonio Gramsci si intrecciano, negli anni della sua formazione, con quelle della storia dell’Italia. È giusto che, a pochi giorni dal 25 aprile, il parlamento renda omaggio a Gramsci, deputato sardo che fu arrestato dal regime mussoliniano e che morì in un carcere fascista. Voglio ringraziare – dice ancora Pes – il Pd che ha creduto in questa legge, la commissione cultura che l’ha fortemente voluta e tutte le opposizioni che l’hanno sostenuta. Spiace che il M5S abbia votato contro e che la Lega si sia astenuta, perché Gramsci è di tutti».
«La decisione di esprimere voto contrario rispetto all’istituzione della casa di Antonio Gramsci quale monumento nazionale – replica il capo gruppo M5S alla Camere, Roberta Lombardi – non ha né ragioni aprioristiche né ideologiche, ma sostanziali. Nel nostro ordinamento non esiste alcuna definizione di monumento nazionale. Per cui ieri la Camera ha approvato una cosa che non esiste».
Dura con i grillini Sinistra italiana: «L’approvazione da parte della Camera della proposta di legge che dichiara Casa Gramsci monumento nazionale – dicono i deputati Michele Piras e Carlo Galli – è un atto dall’importante significato simbolico, che riconosce la grande valenza storica del pensiero e dell’azione politica di una delle figure più rilevanti del Novecento. M5S ha votato contro sulla base di pretestuose argomentazioni burocratiche. Un movimento, quello grillino, che, nato per rinnovare la politica, sempre di più, invece, si sta dimostrando l’erede diretto della destra qualunquista del secondo dopoguerra».