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La guerra della Turchia in Siria non si è mai fermata

Di Davide Grasso

Lo scorso 9 ottobre la Turchia ha iniziato l’invasione militare della Siria del nord-est, da anni regione di fatto autonoma sotto il controllo dell’unico attore positivo emerso dal conflitto siriano, le Forze siriane democratiche (Sdf). Si tratta di un esercito rivoluzionario composto da curdi e arabi nato dall’unione delle Ypg-Ypj, le Unità di protezione del popolo e delle donne curde, e migliaia di combattenti arabi anti-Assad che si sono alleati con i curdi nel 2015 per sconfiggere l’Isis, missione compiuta nel marzo 2019. La Turchia è da sempre stata nemica delle forze democratiche siriane perché ha appoggiato, dal 2011, un altro tipo di forze anti-Assad: gruppi fondamentalisti come Ahrar al-Sham, Jabhat al-Nusra (la sezione siriana di Al-Qaeda) e Ahrar al-Sharqiya, che si sono macchiate durante la guerra di massacri, rapimenti, stupri, conversioni forzate e lapidazioni pubbliche.

Questa politica è legata all’uomo forte della Turchia, Recep Tayyp Erdogan, leader della svolta islamista della Turchia dal 2002, e non è apprezzata da tutti all’interno del suo paese. Oggi, secondo i sondaggi, soltanto il 46% dei turchi approva la linea politica del presidente, e dal 2015 ad oggi decine di migliaia di persone sono state arrestate, molte delle quali torturate, in Turchia, o licenziate per motivi politici; senza contare le migliaia di combattenti del Pkk (Partito del lavoratori del Kurdistan) o di dissidenti comunisti uccisi. L’invasione turca della Siria del nord iniziata ad ottobre è espressione del timore turco di fronte al progetto politico della regione autonoma difesa dalle Sdf proprio oltre confine (dove si trova tra l’altro il Rojava, il Kurdistan siriano):

una vera e propria rivoluzione d’ispirazione femminista, socialista ed ecologista che ha visto in sette anni la nascita di cinquemila comuni popolari, centinaia di cooperative egualitarie e assemblee delle donne.

L’ostilità turca nei confronti di questo esperimento, che non ha mancato di ispirare i rivoluzionari e dissidenti anche in Turchia (e nel resto del mondo), è sempre stata forte, ma l’intesa militare che le Sdf hanno costruito negli anni passati con Russia e Stati Uniti nella comune lotta contro il jihadismo, ha per un certo periodo scongiurato l’aggressione turca. Tra il 2018 e il 2019 entrambe le superpotenze hanno voltato le spalle alle forze democratiche, ed Erdogan ha potuto entrare in azione. Non volendo rischiare le vite dei soldati turchi, anche per ragioni di consenso interno, il presidente turco ha riunito la maggior parte dei jihadisti sconfitti da Assad o dalle Sdf durante la guerra civile (riparati in Turchia con le loro famiglie, dove sono stati addestrati, o nella provincia siriana di Idlib) in un “Esercito nazionale siriano” di ideologia fondamentalista che dipende direttamente dalla catena di comando turca. Con esso, e con artiglieria turca e mezzi blindati in appoggio, ha ordinato l’invasione di Tell Abyad e Ras al-Ayn (detta in curdo Serekaniye), grazie all’appoggio di Trump.

Le forze jihadiste di Erdogan, tuttavia, poco potrebbero con le meno armate, ma più numerose e più motivate Sdf, se non fosse per la superiorità aerea.

Non solo le Sdf non hanno aerei o droni, ma neanche una contraerea. Per questo da ottobre i combattenti Sdf caduti, donne e uomini, sono migliaia, e spesso muoiono senza neanche poter combattere. La campagna di bombardamenti a tappeto della Turchia ha indotto oltre duecentomila civili a fuggire nelle prime ore dell’offensiva, causando la terza crisi umanitaria nella Siria del nord, dopo quelle dovute all’Isis e dalla prima invasione turca, nella città occidentale di Afrin, nel 2018 (allora a ritirarsi per fare spazio ad Erdogan furono i russi, e se ne parlò di meno). Già nella seconda metà di ottobre l’invasione è stata ufficialmente accettata da Stati Uniti e Russia attraverso incontri bilaterali. I militari statunitensi si sono cinicamente rintanati nelle zone più ricche di petrolio, dove ancora Ankara non è arrivata, mentre quelli russi collaborano con la Turchia nel pattugliare parte delle zone occupate. Alcuni reparti del regime siriano si sono schierati ai bordi delle zone colpite.

Non bisogna dimenticare che la rivoluzione del Rojava e le Sdf hanno perso 11.000 combattenti in cinque anni di lotta contro lo Stato islamico, e tra queste persone c’è anche l’italiano Lorenzo Orsetti, caduto il 18 marzo 2019 durante gli assalti finali a Baghuz, nell’est del paese. Il voltafaccia di Stati Uniti e Russia ha offerto una lezione drammatica al mondo musulmano: se ancora qualcuno pensava che con gli stati di area culturale cristiana fosse possibile una collaborazione (e dopo secoli di imperialismi erano già in pochi a crederlo) ora un messaggio chiaro è stato inviato al mondo; e quel che è grave è che, nella percezione popolare, questo tende a rendere anche i popoli occidentali o russo oggetto di disprezzo. C’è di più.

Oltre all’invasione militare è in corso qualcosa, se possibile, di ancora peggiore: un’incredibile manovra di sostituzione etnico-politica.

Il 7 ottobre Erdogan aveva illustrato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il suo progetto di creare quella che lui chiama una “zona cuscinetto” profonda 30 km (esattamente l’estensione del Rojava) nella Siria del nord, ripulendola dai “terroristi” (che nel suo linguaggio sono le Sdf) e installandovi almeno un milione di siriani che durante la guerra erano emigrati in Turchia. Si tratta di un piano agghiacciante: non solo siriani provenienti da tutt’altre aree della Siria si approprierebbero di case e territori non loro, ma far entrare così tanta gente in un territorio così piccolo (l’area al momento occupata tra Tell Abyad e Serekaniye) non può che significare espellere prima i residenti, ciò che è avvenuto puntualmente tra il 9 e il 12 ottobre con i bombardamenti e l’ondata di profughi. Al mondo non è sfuggito che gli ex profughi in Turchia, trasformati in coloni nella loro stessa Siria, sono arabi, mentre la maggior parte dei nuovi profughi, sfollati dalle loro città e dai loro villaggi, sono curdi.

Questo ha a che fare indubbiamente con la guerra storica che lo stato turco combatte contro la popolazione curda dentro e fuori i suoi confini, ma anche con una “pulizia politica” che si affianca alla sostituzione etnica. La deportazione di massa del popolo del Rojava coincide con l’annichilimento delle istituzioni e dell’esperienza rivoluzionaria che in quelle terre ha avuto luogo in questi anni. Siamo di fronte a uno stato che non si limita a occupare una terra e sottomettere un popolo, ma lo sostituisce: non a caso gli ex profughi siriani “rimpatriati” da Erdogan sono i familiari dei miliziani, o famiglie vicine al movimento fondamentalista della Fratellanza musulmana siriana, persone selezionate politicamente in base alla loro fedeltà al partito di Erdogan e al tipo di società che vorranno impiantare al posto di quella secolare e radicalmente democratica costruita in questi anni in quei territori. Senza contare che i diecimila miliziani dell’Isis prigionieri delle Sdf (settantamila persone con i familiari che rivendicano l’appartenenza al “califfato”) potrebbero rivoltarsi approfittando della situazione, e riuscire a fuggire.

Di fronte a tutto questo, è necessario agire. Le Nazioni Unite, il cui consiglio di sicurezza è governato dagli alleati della Turchia (Stati Uniti e Russia in testa), ha avviato un dialogo con Erdogan e, in sordina, sta dando un avallo ufficioso, attraverso Ocha e Unhcr, alla drammatica opera di deportazione-importazione di esseri umani dalla e nella Siria del nord. I jihadisti scatenati dalla Turchia nel territorio attaccano quotidianamente le aree di Ain Issa, Tell Tamir e Manbij, puntando su Kobane, sempre sostenutei dall’aviazione turca, cui la Nato offre lo spazio aereo che aveva occupato per combattere l’Isis. Ciononostante il mondo dell’informazione tace, accreditando la menzogna russo-americana che l’aggressione sia finita. Occorre invece accompagnare la resistenza partigiana e la guerriglia delle Sdf con un’opera di informazione autonoma costante su ogni canale, e creare comitati locali in Italia, che creino discussione e mobilitazione su quanto accade, associandovi iniziative di amicizia con i movimenti democratici in Libano e in Iraq.

Soprattutto, in questo momento, è necessario donare. I profughi sono centinaia di migliaia, e migliaia sono i civili e i combattenti feriti. Nei campi profughi improvvisati di Tell Rifaat, Tell Tamir e Raqqa mancano spesso medicinali e generi di prima necessità. Molti sono già stati i decessi, soprattutto di minori, e il rischio di epidemie è continuo.

Per offrire solidarietà è sufficiente donare all’unica organizzazione affidabile in quel delicato contesto,

con una semplice donazione potrete alleviare le sofferenze dei civili sfollati, ma anche delle ragazze e dei ragazzi che li proteggono dall’avanzata di jihadisti che, purtroppo, sono coperti dalle armi, dalle tecnologie e dalle relazioni internazionali di un paese alleato dell’Italia e membro della Nato.

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scritti molesti sullo spettacolo e la cultura nel tempo dell'emergenza

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