Meritocrazia

e valutazione degli insegnanti

prima puntata*

di Guido Baldi

La meritocrazia era la bestia nera degli anni sessantottini, ed era esecrata in nome di un egualitarismo totale molto ideologico (nel senso marxiano di prodotto d’una falsa coscienza), che aveva le radici in un integralismo cripto-religioso affine al pauperismo. Un egualitarismo dagli effetti deleteri, come ogni integralismo, che appiattiva tutto, negava il giusto riconoscimento del valore (occorre il Bardo per ricordarci «the spurns / that patient merit of the unworthy takes»?), con l’effetto di frustrare fervori e spegnere energie.

Ma bisogna fare attenzione proprio alla parola “meritocrazia”, perché lì si annida l’equivoco (il diavolo, come si sa, si nasconde nei dettagli). In essa c’è la radice di krátos, forza, potere, dominio. E sarebbe questa la brutta cosa, il dominio assegnato ai migliori, i pochi dotati che impongono il loro potere sulla massa inferiore e assoggettata, in base a una rigida organizzazione gerarchica e classista della società. “Meritocrazia” diventerebbe allora il sinonimo di “aristocrazia” e il contrario di “democrazia”. È in questo senso che la meritocrazia va rifiutata e combattuta. Ma non vuol dire rifiutare il merito, buttando via, come ci insegna la metafora corrente, il povero infante con l’acqua sporca del suo bagnetto.

È giusto che chi merita vada riconosciuto e valorizzato, ma non per assicurargli il dominio sugli altri, bensì perché metta le sue doti al servizio degli altri, della collettività, con pari doveri e diritti ma con una responsabilità in più, quella di socializzare l’eccellenza. In una parola, merito sì, krátos no.

Questa dovrebbe essere la funzione del merito in una società
realmente democratica, proprio quella (ironia dei processi storici, a guardarli col senno di poi) che era vagheggiata dai sessantottini. Mentre invece in una società capitalistica, fondata sulla gerarchia delle classi e su rapporti antagonistici, è facile che valorizzare il merito significhi assicurargli potere, cioè portare alla “meritocrazia” nel senso precisato, in cui è determinante il krátos. Ma non è impossibile anche nella società capitalistica creare nuclei di resistenza, di opposizione, in cui il merito abbia la giusta funzione sociale. Un bell’esempio può essere una classe di studenti, in cui i bravi non si isolino per competere fra loro e per primeggiare, preparandosi così alla lotta per la vita nel futuro campo del lavoro, ma collaborino con tutti gli altri e li aiutino.


Posto questo chiarimento linguistico e di principio, si può passare al problema della valutazione degli insegnanti e della valorizzazione di quelli migliori, di cui molto si discute in conseguenza della legge renziana sulla cosiddetta “buona scuola”. Proviamo a vedere la cosa da un diverso punto di vista, quello dei fruitori del servizio, gli studenti (e, dietro di loro, delle famiglie). Essi hanno tutti il diritto a un servizio, cioè a un insegnamento, di alto livello: professori che conoscano a fondo la loro materia, siano aggiornati ai più recenti risultati della ricerca, sappiano trasmettere la conoscenza in modo chiaro e interessante, sappiano stimolare la curiosità, la partecipazione attiva e lo spirito critico degli allievi, innovando i metodi didattici, siano in grado di valutarli in modo preciso ed equo, e si impegnino a fondo nel loro lavoro, senza risparmiarsi.

Ora supponiamo che alcuni insegnanti possiedano questi requisiti e siano premiati come i migliori, con più alti stipendi: cosa diranno le classi a cui toccano gli altri, quelli che dalla valutazione istituzionale sono classificati come meno bravi? È legittimo che si chiedano: «Perché proprio a noi? Abbiamo meno diritti degli altri? Perché, poniamo, alla III B devono toccare gli insegnanti migliori e alla III A i mediocri o i fannulloni?». Tutti sanno che oggi nelle scuole ci sono molti insegnanti bravi e altri meno bravi o meno impegnati nel lavoro: ma un conto è prendere atto della realtà, con maggiore o minore rassegnazione, un conto è vederla sanzionata e istituzionalizzata da un riconoscimento ufficiale. Il fatto non appare più tollerabile.

Il vero problema allora si rivela a monte, come si dice. Se tutti gli studenti avrebbero diritto a un insegnamento di alto livello, ciò significa che ci dovrebbe essere una sostanziale omogeneità nel corpo docente, non ci dovrebbero essere i più bravi e i meno bravi, i più impegnati e i fannulloni, con nette differenze di livello, ma tutti gli insegnanti dovrebbero essere bravi, colti e impegnati, per rispondere adeguatamente alle esigenze legittime di chi fruisce del servizio della scuola.

Questo è il punto centrale del problema. E risalendo ancora più indietro, ciò implica in primo luogo il processo della formazione degli insegnanti, poi la selezione all’atto del reclutamento e infine la verifica di come venga svolto il loro lavoro e con quali risultati. L’inizio della “filiera” andrebbe individuato in tutto il percorso di studi di chi poi vorrà dedicarsi all’insegnamento, quindi partendo dalle elementari. E certamente, visti gli attuali risultati spesso sconfortanti di chi esce dalle superiori, andrebbe riqualificato ab imis tutto il curriculum dei tredici anni di studio (altro che ridurlo a dodici, come si sta ventilando!). Si dice abitualmente che le elementari sono eccellenti e che il “buco nero” della scuola sono le medie, ma è un mito da sfatare: chi è pratico di esami universitari verifica costantemente che i giovani mancano di conoscenze di base in ortografia, grammatica, storia, geografia (per restare nel campo umanistico), proprio quelle conoscenze che si dovrebbero acquisire sin dalla scuola primaria.

Ma sorvoliamo, perché il discorso si farebbe troppo lungo, e concentriamoci almeno sulla secondaria superiore. Qui davvero sarebbe indispensabile una vigorosa riqualificazione, che ridesse serietà e rigore agli studi.
Il livello di ciò che si esige si va sempre più abbassando, e, come diceva Leopardi, «dove tutti sanno poco, e’ si sa poco». Non mi pronuncio sul settore delle materie professionalizzanti negli istituti tecnici e professionali, di cui non sono competente, e mi limito al settore umanistico di questo tipo di scuole e al complesso più ampio di queste materie nei licei.

Ma perché questa dequalificazione? Che cosa è successo, e quando è cominciato il tutto?

Continua…


*L’articolo, che pubblichiamo in puntate, esamina le questioni legate alla formazione, al reclutamento e alla valutazione degli insegnanti, in rapporto alla legge sulla cosiddetta “buona scuola”, e traccia una diagnosi dell’attuale degrado della scuola e dell’università, tentando di proporre qualche rimedio.

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