Possono essere utili al presente due grandi del passato? Pound recensisce Joyce.

Pubblichiamo parte della recensione di Ezra Pound ai Dubliners di Joyce; l’articolo è del 1914, lo stesso anno in cui è uscito il libro. L’occasione è propizia perché in questi ultimi tempi sembra che l’interesse per Joyce si sia accentuato come se l’industria culturale, avendo a propria disposizione ormai pochi scrittori di valore, intendesse rifarsi ai grandi del recente passato.

Da poco, infatti, sono usciti almeno due libri joysiani: Lettere e saggi, a cura di Enrico Terrinoni (2016), dove si trovano cose già tradotte ma anche scritti non ancora pubblicati nella traduzione italiana con un ampio, e assai godibile, apparato di note e la traduzione del primo e secondo capitolo del terzo libro di Finnegans Wake, a cura di Enrico Terrinoni e Fabio Pedoni (2017), con ricca introduzione, note e postfazione.

Ma Joyce è anche uno dei più eminenti scrittori di avanguardia, come ben si sa,e certamente il più grande tra i prosatori: e pertanto, al di là degli intenti dell’industria editoriale, queste pubblicazioni possono servire a richiamare l’attenzione-in un momento di stagnazione totale nei confronti di questo problema e di accettazione supina e passiva dell’uso del linguaggio ‘normale’- su strumenti stilistici che quei grandi, lo scritto che segue è appunto di Ezra Pound, hanno elaborato anche, e forse soprattutto, per cercare di rendere fino in fondo la realtà dell’uomo contemporaneo.

Pound, infatti, parla espressamente in questo articolo di “realismo” il cui concetto base sintetizza in modo eccezionale quando scrive che Joyce è

“assolutamente in grado di affrontare le cose che gli stanno attorno e di affrontarle in maniera diretta”, ma “questi particolari non lo assorbono” perché “egli riesce a cogliere l’elemento universale che in essi si cela”.

Già, ma chi oggi, non solo nell’elaborazione artistica ma anche in quella critica, è ancora capace di approfondire questo discorso?

Chiudiamo questa breve nota con un atto di ottimismo (della volontà, è chiaro, e solo della volontà) che consta, appunto, nel pubblicare questo scritto.

La redazione


Ezra Pound, “i Dubliners e James Joyce” *

[…] Joyce scrive una prosa chiara e dura. Affronta argomenti soggettivi, ma li presenta con una tale chiarezza di linee che potrebbe benissimo star parlando di locomotive o delle descrizioni dettagliate degli architetti. Per questo motivo si può leggere Joyce senza aver l’impressione di star facendo un favore. Bisogna che imposti la cosa a modo mio. Io conosco circa 168 autori. […]

Posso metter da parte un buon brano scritto in francese e prendere un brano di Joyce, senza aver l’impressione di essere soffocato da un cuscino. Ci sono ancora degli impressionisti in circolazione e credo che reclamino Joyce. Io ammiro gli scrittori impressionisti. I prosatori inglesi che non sono ancora arrivati all’impressionismo (vale a dire il 95 per cento degli scrittori inglesi in prosa e in versi) sono una noia.

L’impressionismo, però, ha due significati; o forse farei meglio a dire che la parola «impressionismo» suscita due differenti «impressioni». 
Vi è una scuola di scrittori in prosa, e di scrittori in versi quanto a questo, il cui precursore fu Stendhal e il cui fondatore fu Flaubert. I seguaci di Flaubert si occupano della presentazione esatta. Spesso sono così preoccupati dalla presentazione esatta da trascurare l’intensità, la selezione e la concentrazione. Essi sono forse la forza più chiarificatrice e sono stati forse la forza più benefica della letteratura moderna.

Vi è poi un altro gruppo, formato per la maggior parte da scrittori in versi, che si è basato non sugli scritti di qualcuno, ma sui quadri di Monet. Ogni movimento in campo pittorico attira qualche scrittore che cerca di imitare in parole ciò che qualcuno ha fatto in pittura. Così uno scrittore vide un quadro di Monet e parlò di «porcellini rosa fiorenti sul pendio di un colle» e uno scrittore più recente parlò di capelli «blu-ardesia» e di «fianchi color lampone».
Codesti «impressionisti» che scrivono imitando la delicatezza di Monet anziché scrivere imitando la precisione di Flaubert, sono una noia, una sporca, o forse dovrei dire, una rosea e floribonda noia.

Lo spirito di un decennio investe in maniera adeguata tutte le arti. Vi sono «movimenti paralleli». Le loro cause e il loro effetti, visti superficialmente, possono anche non sembrare simili. 
Lo scimmiottare la pittura a dieci o venti anni di distanza non è affatto la stessa cosa di un «movimento letterario» parallelo al movimento pittorico imitato.La forza che induce un poeta a omettere una riflessione morale può indurre un pittore a lasciar perdere la rappresentazione. Può darsi che la poesia che ne risulta non faccia pensare al quadro che ne risulta.

Il merito di Joyce — non dirò il suo merito principale, ma il suo merito più avvincente — è che evita con cura di dire un mucchio di cose che non occorre sapere. Egli presenta le sue persone in maniera rapida e viva, non si perde in sentimentalismi su di loro, non intesse circonvoluzioni. È un realista. Non crede che la vita andrebbe bene se la smettessimo con la vivisezione o istituissimo un nuovo tipo di «scienze economiche». Offre le cose come sono. Non è legato alla noiosa convenzione che una qualche parte della vita, per essere interessante, debba essere plasmata nella forma convenzionale di una «storia». Dall’epoca di Maupassant, abbiamo avuto tanta gente che cercava di scrivere «storie» e così poche persone che presentassero la vita. La vita, nella maggior parte dei casi, non si svolge in lindi piccoli diagrammi e nulla è più stancante della continua pretesa che così invece sia. […]

Ci presenta Dublino come presumibilmente è. Non cade nella farsa. Non fa affidamento sulla caricatura alla Dickens. Ci mostra le cose così come sono, non soltanto per Dublino, ma per qualsiasi città. Cancellate i nomi locali e alcune allusioni specificatamente locali e alcuni fatti storici del passato, e sostituiteli con pochi nomi, allusioni e fatti locali differenti, e questi racconti si potrebbero riferire a qualsiasi altra città.

L’autore, in altri termini, è assolutamente in grado di affrontare le cose che gli stanno attorno, e di affrontarle in maniera diretta, e tuttavia questi particolari non lo assorbono, egli riesce a cogliere l’elemento universale che in essi si cela.

Le situazioni principali di Madame Bovary o di Doña Perfecta non dipendono dal colore locale o dal particolare locale, e in ciò consiste la loro forza. Il bello scrivere, la buona presentazione può essere specificatamente locale, ma non deve dipendere dall’elemento locale. Joyce non presenta «tipi» ma individui. Egli cioè si occupa di emozioni comuni che si ritrovano in tutte le razze. […]È classico nel senso che si occupa di cose normali e di persone normali. La sala di un comitato, il piccolo Chandler, una cosa inesistente, una pensione piena di impiegati — questi sono i suoi argomenti ed egli li affronta tutti in maniera tale da farne degni argomenti di arte. […]

Ritengo che sia superiore alla maggior parte degli scrittori impressionisti, per la sua selezione più rigorosa, per la sua esclusione di tutti i particolari non necessari. Vi è una distinzione assai netta tra il particolare non necessario e il particolare irrilevante. Un mio amico impressionista non fa che parlarmi di «preparare gli effetti» e su tale base giustifica molti particolari non necessari, che non sono «irrilevanti», ma che finiscono per essere tediosi e per far restare insoddisfatti della sua narrazione.

La selezione più rigorosa dei particolari da lui presentati fa di Joyce, a parer mio, un appartenente alla mia generazione, vale a dire al secondo decennio del novecento e non al decennio compreso tra gli «anni novanta» e oggi.

Comunque sia, questi racconti e il romanzo che sta uscendo ora a puntate sono di tal valore da assegnare a Joyce un posto assai preciso tra i prosatori inglesi contemporanei e non soltanto un posto nella rubrica dei “Romanzi della settimana”, e i nostri scrittori di prosa buona e limpida sono così pochi che non possiamo permetterci di confonderli o di trascurarli.


*Questo articolo è apparso sulla rivista «The Egoist» il 14/15 luglio 1914. 
Un mese prima, la casa editrice Grand Richards aveva dato alle stampe
Dubliners, su sollecitazione di Ezra Pound, amico ed estimatore di Joyce. 
Lo scritto qui pubblicato è tratto dal volume
Ezra Pound. Joyce. Lettere e saggi, ES, Milano 1989, traduzione di Ruggero Bianchi.. Tutti i diritti riservati.