Fabrice Luchini e Sidse Babett Knudsen in una scena del film La Corte

Riflessioni sul cinema francese contemporaneo

di Ariela Stingi

Da qualche tempo ho l’impressione che succeda qualcosa di leggermente anomalo e contemporaneamente interessante nei programmi televisivi di narrazione e in certi film francesi. Una sera mi è capitato di vedere un’episodio del telefilm francese Accusé. Si tratta di una breve serie, basata, come è di norma, su fatti delittuosi per cui chi li ha compiuti viene processato: continui flashback costituiscono il nucleo della vicenda. Nel caso di quella sera si trattava di eutanasia strettamente connessa a una vicenda basata sulla gerontofilia dove un uomo sui cinquant’anni si innamora, ricambiato, di una vecchia signora di quasi ottanta che alla fine si ammala e chieda all’amato, proprio perché la ama, di aiutarla a morire. E così avviene non senza che la donna abbia prima scritto una lettera/dichiarazione in cui si assume tutta la responsabilità della decisione scagionando quindi in modo netto l’uomo.

La vicenda era trattata con grazia e con garbo, la relazione sessuale tra i due protagonisti più allusa che mostrata.

Nel finale, quando l’uomo, condannato a una pena non pesantissima, ma che comunque prevede cinque anni di carcere, rinuncia a rendere pubblica la lettera dell’amata per rispetto dei propri sentimenti e di quelli della morta.

Segue immediatamente un episodio di Bones, e dopo tanto garbo, mi compare dinnanzi agli occhi

un cadavere squartato con tutto ciò che ne consegue.

E li tocco con mano la diversità tra due industrie, quella francese e quella statunitense. Fatta questa constatazione — e spenta la televisione — la cosa finisce lì. Se non che pochi giorni dopo vado al cinema a vedere La corte, altra produzione francese, spinta dalla curiosità per il premio per il miglior attore attribuito a Fabrice Luchini dalla giuria veneziana. Di nuovo mi trovo davanti a un film pieno di garbo, notevolmente ben recitato non solo da Luchini, per altro veramente eccezionale, ma anche dalla coprotagonista Sidse Babett Knudsen. Una storia d’amore tra un non più giovane giudice di corte d’assise, ricco di poliedriche nevrosi, e una donna ancora giovane e bella: il titolo del film allude alla corte d’assise e, contemporaneamente, alla corte che giudice e partner si fanno a vicenda. Il film mi piace sia nel suo complesso che per la recitazione dei due protagonisti, recitazione naturalisticamente garbata

— i termini “garbo”e quello di “grazia”, con i loro derivati, li uso qui a esprimere qualcosa di ben preciso e non come banali ripetizioni.

A questo punto mi viene da pensare che ciò che mi è capitato non sia casuale e che, in questo momento, l’industria cinematografica francese attraversi una fase interessante. Ne parlo nei nostri incontri redazionali e ciò che scrivo tiene anche conto di questi confronti.

Contemporaneamente a tutto ciò esce nelle sale Nel nome di mia figlia, altro film francese, con protagonista assoluto Daniel Auteuil. La visione di questo film mi conferma nell’idea che ho sopra esposta: si tratta di una pellicola, ispirata a un fatto vero, in cui un padre, convinto a ragione che la figlia sia stata assassinata, trova mille ostacoli per avere giustizia. Auteuil recita la parte del padre in modo decisamente eccezionale. Il regista indulge al primo piano non solo per preparare le proiezioni televisive ma certamente anche perché i primi piano dell’attore sono molto significativi e riescono a esprimere

un anelito di giustizia che determina le sue azioni, un anelito dettato da un sentimento che così si può schematizzare: ho allevato con grande cura una bambina, lei è diventata un’adolescente non solo bella ma soprattutto cara e intelligente e ora un immondo pedofilo, che nessuno vuole riconoscere come tale, e che, per di più, è divenuto il suo patrigno, stronca quella vita ancora sul nascere: il pedofilo va punito, non per me, padre, ma per mia figlia e perché non commetta altri crimini come già sta facendo. Questo sentimento, così evidentemente “umano”, è espresso dall’attore con grande misura in modo da evitare qualsiasi caduta nel sentimentalismo: è questo un dato fondamentale per questo breve discorso che sto cercando di fare perché il sentimentalismo, inteso come degenerazione e volgarizzazione del sentimento, non ha nulla a che fare con la grazia e il garbo risultando come un pugno nello stomaco per le persone che sanno cos’è il vero sentimento.

Da questi spunti, ché sono soltanto questo, vorrei però trarre una conclusione provvisoria che avrà bisogno di altre conferme e cioè quella per cui l’industria cinematografica francese, in questo momento, stia cercando di contrapporsi a quella hollywoodiana puntando su un reupero dell’atmosfera culturale di quel cinema pre-nouvelle vague che i principali interpreti di quest’ultima, e per ragioni di pura “concorrenza”, definivano frettolosamente le cinema de papà, con sprezzo per i “papà”, ovviamente. Era la solita storia dei giovani contro i vecchi perchè i primi intendevano prendere il potere al posto dei secondi. Ovviamente quello che pongono gli artefici della nouvelle vague è un problema ben più complesso di ciò cui ho accennato, ma certamente si tratta di una impostazione industriale che si oppone a un altro programma industriale.

Ma qual era il programma industriale del cinema francese che, grosso modo, va dalla guerra al ’59, l’anno in cui esplode la nouvelle vague?

Anche qui si tratta di un problema complesso e articolato ma, schematizzando e fermandosi su un solo aspetto della questione, potremmo dire che, anche per ragioni cronologiche, quell’industria tentava di conciliare l’arte con la cassetta cosa che in quegli anni il cinema hollywoodiano aveva già decisamente risolto a favore della cassetta. Anche qui ci sono sfumature che andrebbero messe in luce in un discorso più ampio, ma ora stiamo parlando di una tendenza e non di casi isolati che pure esistono.

Ovviamente, arte e cassetta non sono conciliabili e spesso l’“arte”, di cui oggi si parla quasi sempre a sproposito, viene utilizzata per giustificare, gabellare e soprattutto rendere ulteriormente vendibile un “prodotto”, appunto, industriale nato soltanto per “produrre” utili; e l’arte, si sa, ha altra origine e scaturisce da tutt’altra fonte.

Ma quel tentativo di conciliazione degli opposti dette però dei risultati che oggi, totalmente dimenticati tranne che in Francia dove il senso della storia non è ancora del tutto stato spazzato via dalla bufera postmoderna (che pure, a proposito di contraddizioni di cui sono costellate sia la vita che la storia, nasce proprio lì), ancora brillano di luce non riflessa.

Gérard Philipe

E qui voglio dire, per quanto riguarda i registi, di René Clair, Jean Renoir, Henri-Georges Clouzot, e altri che forse ora dimentico; per gli attori ricorderò, per tutti, Gérard Philipe, morto a 37 anni proprio nel ’59, che certamente segna un punto altissimo dell’arte recitativa cinematografica francese, egli attore e regista di teatro, star di quell’esperimento teatrale eccezionale che fu il Théatre National Populaire o Louis Jouvet, anch’egli soprattutto teatrante, che fece pochi film ma assolutamente eccezionali dal nostro punto di vista o, ancora, Jean Louis Barrault e Pierre Brasseur che, come gli altri, si erano formati in teatro.

Insomma, per non farla troppo lunga, quello che cerco di dire è che a me sembra che l’industria cinematografica francese attuale tenti una concorrenza con le altre, tra tutte quella hollywoodiana, provando a frequentare una poetica analoga a quella di quel periodo storico, che, proprio perché attenta all’arte nel senso che ho detto, unisce questa tensione a un dato antico della cultura francese e sostanzia questa tendenza di grazia e di garbo.

Ovviamente, poiché si tratta pur sempre di prodotti industriali, la caduta nel sentimentalismo è sempre in agguato poiché tra il garbo e la grazia, espansioni del sentimento, e il sentimentalismo, degenerazione dello stesso, il passo è breve. Un esempio potrebbe essere Un’estate in Provenza, di Rose Bosch con Jean Reno, che non sfugge a questa legge inesorabile e al di là di un’ottima- ma scontatissima perché a differenza di quella di Luchini e Auteuil non ha certo richiesto sforzi di studio al di là dell’esibizione del talento- recitazione di Reno cui si può affiancare quella altrettanto efficace di Anna Galiena, finisce tutto lì. Ovviamente, essendo un film francese e per i motivi che ho detto prima, una certa grazia e un certo garbo sono presenti anche in questo film ma sono messi al servizio del sentimentalismo e finiscono con lo sconfinare nella grazia sdolcinata e nel garbo palesemente falso dove, appunto, grazia e garbo non sono più né autenticamente graziosi né veramente garbati.

La conclusione di questo abbozzo di ragionamento non c’è: si tratta di rimanere all’ erta perché se le cose stessero come mi sembra di avere intuito che stiano è il caso di prestare attenzione a ciò che sta succedendo; infatti un’alternativa, anche se parziale e con limiti, al cinema hollywoodiano e al suo predominio nel mondo, e in Italia segnatamente, è comunque auspicabile. In qualche sua parte Žižek ha recentemente scritto che il kitsch occidentale è il kitsch hollywoodiano: un po’ meno di kitsch sarebbe auspicabile non solo, certo, per motivi di gusto ma anche, e soprattutto, per motivi politici perché attraverso la degradazione del gusto –è questo proprio ciò che si ripromette l’industria culturale tutta e non solo quella statunitense- passano modelli di comportamento utili solo a chi da quell’ industria (e dalle altre) ricava profitti.