Risposta a Guido Baldi sulle “anime belle”

Caro Guido. 
Debbo ringraziarti, e anche molto, per la lettera che mi hai scritto a proposito delle mie considerazioni sulla concentrazione Mondadori/Rizzoli e sull’atteggiamento di quelle che ho definito “le anime belle” a proposito di questa naturalissima, in regime capitalistico oggi più che mai ruggente (e più che mai “regime”), concentrazione di poteri economici prevista da Marx e confermata, ormai tanto tempo fa, dall’osservazione di Engels scritta dopo la morte dell’amico. Ma si sa oggi, in pieno trionfo del pensiero postmoderno o post qualche altra cosa ma sempre post anche se viene definito iper, la storia non è più di moda, bisogna dimenticarla e attenersi al presente perché solo questo è quello che conta e così cancellare le colpe del passato di chi veramente ha la responsabilità di aver creata una certa situazione per cui avvengono determinati fatti. Faccio un solo macroscopico esempio: l’Isis non è nato certo per germinazione spontanea, anche se i giornalisti della carta stampata e televisivi premettono sempre un “autoproclamato” a “califfato” per intorbidare le acque come se, attraverso il disprezzo e la diminutio, venissero cancellati i misfatti di chi con i suoi errori dettati dalla brama di profitto ne ha favorito la nascita e l’affermazione.

I motivi per cui ti ringrazio sono due. Il primo perché tu ti curi delle mie bagatelle e il secondo per il tuo invito a chiarire il mio pensiero cosa che, sempre che ci riesca, faccio molto volentieri. Il punto del mio argomentare su cui credo si incentri la tua critica mi sembra essere quello in cui affermo, via Horkheimer e Adorno, che la cultura, oggi, non esiste più nell’accezione che quelli della nostra generazione le hanno sempre attribuito e quindi che la cultura, e per di più “libera”, non solo non c’è più ma che il termine e il conseguente concetto ha subito una trasformazione radicale al punto che è ormai impossibile parlare di “cultura” se non a patto di risultare appiattiti, come sono le “anime belle”, sulle idee elaborate dall’industria culturale. Questa argomentazione, me ne rendo conto, potrebbe in effetti far pensare a un pessimismo totale, diciamo così, che non prevede più, oggi, alcuna possibilità di sfuggire alla “barbarie estetica” e anche forse, non lo dico per te ma per l’eventuale lettrice/lettore di queste tue note e mie noterelle, potrebbe sembrare una questione da storico della lingua o, peggio, di un problema puramente terminologico. Per rispondere a quest’ultima obiezione, non certo tua ma che io immagino possibile da parte di quell’eventuale lettrice/lettore, mi sembra basti la citazione da me riportata dei due filosofi tedeschi — non a caso il capitolo del libro da cui ho tratto il brano in questione s’intitola L’industria culturale— dove si vede che, attraverso proprio la barbarie estetica, la neutralizzazione delle “creazioni spirituali” dell’uomo, tra cui ovviamente l’arte, proprio in quanto inglobate dal potere capitalistico nel grande calderone che, sempre oggi, definiamo “cultura”, è ormai realtà consolidata. (Tra parentesi, appunto: che cosa significa per Renzi destinare i famosi 500 euro alla “cultura”? nient’altro, come è detto esplicitamente, che a rilanciare i “consumi culturali”: è evidente a chiunque eserciti il pensiero critico che “consumo” e “cultura” non dovrebbero stare insieme perché antitetici ma, ancora oggi, ci stanno, eccome, perché questo e solo questo è il concetto di “cultura” dell’epoca capitalistica in cui ogni cosa è sottoposta alla tirannia dell’utile, inteso come redditività, dai sentimenti all’arte e a tutto il resto.)

Ma, come certamente non t’è sfuggito perché ti so lettore attentissimo, mi è venuto alla penna, e pour cause, un concetto che certamente riteniamo tutti e due fondamentale, quello del “pensiero critico”.
Infatti tu scrivi: “[…] anche se gli spazi di intervento alternativo sono esigui, anche se i mezzi per comunicare sono pochi e indirizzati a pochi, chi conserva lo spirito critico ha comunque il dovere di opporsi, denunciare, «dire la verità» […]” (mio il corsivo).
E allora, forse, sta tutto lì: abbandonare ai fondachi maleodoranti della storia fatta dagli attuali vincitori — che sono gli eredi dei vincitori di ieri che non hanno smesso di vincere e dalla cui vittoria nemmeno i morti sono al sicuro, ci ammonisce Benjamin —

il termine e il concetto di cultura, che non può essere che quella cultura e elevare a unico baluardo di ciò che un tempo designavamo con questa parola il pensiero critico perché quest’ultimo non ha niente a che fare con la cultura amministrata; al contrario prospetta liberamente, criticando quello in cui viviamo, un mondo diverso che preveda appunto una cultura liberata dalla funzionalità dettata dalla falsa coscienza, dalla menzogna programmata per rendere incoscienti le coscienze.

Qui, però, interviene un altro problema, un nodo cruciale che purtroppo, e sottolineo purtroppo, mi dà ragione là dove scrivo che siamo liberi di dire e scrivere ciò che ci piace pur che non lo diffondiamo. E, naturalmente, a non lasciarcelo diffondere non ci pensano le spie dell’Ovra, come al tempo del fascismo quando la censura era esplicita; oggi, invece, siamo 
in democrazia
, democrazia borghese e cioè quasi una contraddizione in termini, la censura è di altro tipo.

Ai tempi del fascismo era ancora importante esserci, essere presenti: pensiamo a Gramsci, per fare l’esempio per me più alto, il cui cervello il Tribunale speciale fascista non riuscì, com’era esplicitamente detto nella finalità del processo cui fu sottoposto, a far tacere “per trent’anni”

e che, al contrario, nel carcere elaborò una visione del marxismo, della storia e persino della letteratura che ancora adesso, e forse ora più che mai, viene studiata e approfondita. Ma so che chiunque può aggiungere all’ultima parola del periodo precedente “soprattutto all’estero”; infatti su Gramsci e sul suo pensiero qui da noi è calata la censura ‘democratica’ dell’industria culturale tardocapitalistica e lo leggono ormai pochissimi anche se gli studi su di lui sono abbastanza numerosi e alcuni eccellenti.

Ma permettimi, sempre a proposito di libertà di pensiero, e quindi anche di essere informati correttamente per poter elaborare un pensiero critico sull’esistente, di proporti un altro esempio che riguarda proprio il nostro presente. In America latina, da quando Chavez è stato eletto per la prima volta presidente del Venezuela, è nato quello che lo stesso Chavez ha definito il “Socialismo del XXI secolo” o “Socialismo bolivariano” una linea di condotta, sostanziata da una robusta base socioideologica, che non si è prospettata più fin dall’inizio come una delle tante dottrine derivate dal marxismo più o meno utopiche, più o meno elaborate da minoranze per le minoranze (noi italiani siamo certamente adusi a cose del genere), ma, al contrario, come indirizzo ideologico di uno Stato che viene applicato alla realtà sociale, economica e culturale di quello Stato stesso. L’esperimento chavista funziona ma non solo per il paese dove il suo ‘inventore’ è stato eletto e rieletto per molte volte presidente: infatti Bolivia e Ecuador si dichiarano anch’essi stati socialisti bolivariani. Altri presidenti dell’America latina guardano con simpatia a quei paesi, al Venezuela soprattutto, e l’esperimento diviene una realtà continentale anche attraverso varie intese economiche.

Non voglio farla lunga ma arrivare al punto: cosa sappiamo noi in Italia del socialismo del XXI secolo? In prima approssimazione potremmo dire: “niente” tranne poi accorgerci che le cose non stanno proprio così.

Infatti i giornali a grande tiratura ogni tanto si occupano dell’America latina e del Venezuela soltanto per diffondere menzogne che si accodano e ripetono servilmente le veline propagandistiche della Cia. Ma ho appena scritto che non voglio allungare già troppo questa risposta alle tue obiezioni e, pertanto, rimando a altra volta questo discorso.

Concludo cercando di commentare l’ultima osservazione che tu fai a proposito di questa rivista:

anche la rete, pur in mezzo a una massa di ciarpame e di chiacchiere idiote, offre un canale di espressione critica, e lo dimostra proprio l’esistenza dell’«Asino vola». Quindi la possibilità di combattere la manipolazione e di opporre a quella del capitale una cultura alternativa, sollecitando le coscienze, non è «una chimera»”.

Infatti hai ragione perché la chimera non riguarda il fatto di scrivere cose fortemente critiche nei confronti del sistema ma quella di pensare che ci possa leggere un numero sufficiente di persone non dico per cambiare le sorti del mondo — è mia, e certamente non soltanto mia, convinzione che nessuno scritto, tranne forse quelli dei grandi pensatori politici, possa cambiare alcunché, se non in modo molto mediato, della base degli eventi e cioè della struttura socioeconomica — ma soltanto per poter stimolare qualche pensiero critico nei confronti dell’esistente e cioè della cultura esistente: ecco la libertà che è totale illibertà: quella di poter scrivere ciò che vuoi ma di non poterlo diffondere se vai contro le idee (o pseudo idee) correnti.

In conclusione, e per rispondere al miglior complimento che tu potessi farmi e cioè quello di definirmi “‘militante’ da sempre”, cito qui Horkheimer che, in un appunto sui suoi taccuini risalente al 1961-1962, scrive:

“È vero, un individuo non può cambiare il corso del mondo. Ma se tutta la sua vita non si identifica con la selvaggia disperazione che si ribella a questo stato di cose, egli non potrà fare neanche quel briciolo di bene – infinitamente piccolo, irrilevante, vano, nullo – di cui è capace in quanto singolo individuo.”

In questa formulazione trovo, nel pessimismo del fondatore della Scuola di Francoforte, che si apre, attraverso la solidarietà, uno spiraglio di speranza utilissimo a spingermi a persistere nella ‘militanza’ se pure con la coscienza di quell’ “infintamente piccolo, irrilevante, vano, nullo”.

Ancora grazie e un abbraccio.

Tuo Gigi Livio


P.S. Permettimi, caro Guido, ancora una citazione, anche se apparentemente estemporanea, di un poeta a te e a me caro:

“[…] Breve è la vita e lunga è l’arte;/ A chi altamente oprar non è concesso/ Fama tentino almen libere carte”:

dagli albori dell’Ottocento a questi cupi barbagli del secondo millennio molta acqua è passata sotto tutti i ponti di tutti i fiumi, torrenti e ruscelli del mondo; e la grande infelicità che Foscolo esprime in questi versi sembra così lontana, pur costituendone il preludio, dall’infelicità (quasi) senza speranza dell’uomo dei nostri tempi.

G.L.

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