Un particolarissimo montaggio autobiografico di

Paolo Poli


Paolo Poli, a 86 anni, lascia il teatro, come ha dichiarato recentemente in una intervista a “La Repubblica”. Prendiamo spunto da questa notizia per riproporre un invito alla lettura di Alfabeto Poli (Einaudi, 2013).

di Ariela Stingi

Einaudi ha pubblicato nel 2013 un libro di Paolo Poli, curato da Luca Scarlini, intitolato Alfabeto Poli. L’opera, strutturata come un vocabolario, è una raccolta di estrapolazioni di interviste rilasciate durante il corso della lunga e intensa carriera dell’artista; non possiamo parlare di autobiografia perché Poli non se ne è mai interessato, come dichiara in un’intervista rilasciata ad Anna Bandettini per “La Repubblica” (20 aprile 2015):

A.B.: Mai pensato di scrivere della sua vita?
P.P.: Se avessi scritto avrei voluto essere Flaubert e avrei scritto la signora Bovary. No, odio la scrittura, a me piace il contatto con il pubblico. Per questo il cinema non mi è mai piaciuto, è il regista che fa il film, e infatti in Torna a casa Lessie, Lessie era bravo come Liz Taylor.

Nel libro, di tutte le voci presenti, mi ha interessata soprattutto la frase riportata alla “A” di “Attore”:

“questa è la grande forza italiana. Non abbiamo avuto Shakespeare, Molière, Calderòn de la Barca. Ma abbiamo i comici: la nostra tradizione sono Petrolini, Mussolini, Fellini, sappiamo vendere il niente, siamo sempre andati in giro a raccontare Arlecchino e Pulcinella. Siamo come i preti, viviamo sulle chiacchiere. Ho conosciuto Carmelo Bene: anche quando era ubriaco entrava e ti strappava il cuore […]”.
Paolo Poli nello spettacolo Il Mare, del 2010. Poli è stato, come egli stesso scrive, uno tra i primi a recitare tutto uno spettacolo vestito da donna, una scelta stilistica che ha mantenuto in molti dei suoi lavori facendone così un segno distintivo di ogni spettacolo.

Paolo Poli, con questa frase, ha voluto sottolineare la scarsità di grandi drammaturghi italiani, scarsità che è stata sopperita dalla genialità degli attori nostrani, e nell’esprimere il concetto cita Carmelo Bene. Questo pensiero mi ha dato lo spunto per accostare i due artisti perché entrambi, pur avendo intrapreso la loro carriera nello stesso anno, hanno dato vita a un modo completamente diverso di fare teatro.

1959. Carmelo Bene debutta in Caligola di Camus, per la regia di Alberto Ruggiero;
1959. Paolo Poli debutta, con la regia di Aldo Trionfo, nel Fin de partie di Beckett.

Bene, con un approfondito e personalissimo lavoro di reinterpretazione e rivisitazione di testi classici, quali ad esempio Amleto, Salomè, Pinocchio eccetera, segna profondamente il teatro italiano iniziando un periodo di sperimentazione e innovazione teatrale che fa parte dell’avanguardia teatrale di quegli anni. Paolo Poli, invece, ha le sue radici nel teatro da camera, un teatro essenziale dove gli attori recitano, senza l’ausilio di strumenti scenici, brevi scenette comiche sull’attualità senza rinunciare a una intelligente ironia. In seguito, le sue esigenze lo portano a recuperare e a smembrare testi minori della drammaturgia italiana e francese, inserendoli in una struttura che richiama il teatro borghese ottocentesco e al contempo l’avanspettacolo del Novecento, rinunciando progressivamente alla semplicità delle scenografie e alla complessità dei testi. Poli ricerca una comicità pungente e immediata, culturalmente mai banale ma frivola. La leggerezza dei testi viene compensata dai costumi sfarzosi e sopra le righe e dalle scenografie volutamente d’antan.

Paolo Poli, al centro, e la sua compagnia nello spettacolo Aquiloni. Qui, scenografie e i costumi sono tutt’altro che sobri e minimalisti. Scrive l’attore: “[…] del teatro mi piace che non sia realistico ma convenzionale: il cartone dipinto sventolante è il suo emblema. Meglio un fondalino dipinto di qualunque paesaggio delle Alpi. Questa bella polvere, questa benefica aria fetida. E chi mi ha mai visto in montagna? Io adoro l’aria dei paesaggi finti capaci di allargare l’occhio, oltre che i polmoni.”

Apparentemente, dunque, non vi è nessun punto di incontro tra i due artisti, ma se si ragiona sulla loro unicità di attori ci possiamo render conto che le loro opere e il loro lavoro sono indissolubilmente legati alle loro figure. Senza la presenza attoriale di Bene o Poli gli spettacoli perdono il loro significato; per quanto il primo abbia creato opere dense di significato e intrise di citazioni culturalmente elevate e il secondo spettacoli leggeri e magari sotto alcuni aspetti banali, entrambi hanno reso unici e irripetibili i testi che hanno concepito.

Ed è con questa riflessione che posso collegarmi a un’altra voce del libro di Poli, “Drammaturgia”, che così recita:

“Certo in biblioteca si trovano molti testi teatrali, più o meno autentici, e molti dati, più o meno veri. Ma poi la pagina vive sulla scena quando se ne riappropria e la recita l’attore. Per questo non ha nessuna importanza se il testo sia autentico o no, se tutta quanta la tradizione che si ricostruisce sia o non sia finta. […] tutte le opere che si recitano a teatro sono dei falsi in atto pubblico, perché vivono solo nella riappropriazione dell’attore.”

© L’asino vola

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