Viva sempre Alì

di Gigi Livio, Ariela Stingi e Letizia Gatti

Muhammad Ali è morto. La sua grandezza di pugile, paragonabile nel secondo novecento forse soltanto a quella di Ray “Sugar” Robinson, non è discutibile: chi ha vissuto la sua splendida carriera incontro per incontro, vittoria per vittoria e sconfitta per sconfitta (queste ultime sempre riscattate con altre vittorie), conosce bene questa grandezza.

L’altra sua grandezza è quella di uomo. Seppe sfruttare la sua fama e il suo fascino di sportivo per combattere una battaglia assai più dura e difficile, quella del riscatto dei neri non solo nella società statunitense di cui fece parte. Ma ciò, che fu molto e che tutti gli riconoscono, seppe coniugare con una forma, tutta sua, di antimperialismo che non era affatto scontata perché non sempre la lotta per i diritti civili sa divenire lotta politica tout court; e su questo punto pochi, o pochissimi, richiamano l’attenzione perché è qualcosa di compromettente e di pericoloso per l’ordine mondiale costituito.

Ma è proprio per questo che intendiamo qui ricordarlo. Nel 1967, quando oppose la sua obiezione di coscienza all’andare a combattere in Vietnam, recitò queste parole ritmate:

The Draft is about White People sending Black People to fight Yellow People to protect the country they stole from the Red People.

La traduzione di Gianni Minà, esperto di sport e di antimperialismo (cose che assai difficilmente si coniugano qui da noi), è questa:

“Il Progetto è che i Bianchi mandino i Neri a combattere i Gialli per proteggere un paese che hanno rubato ai Rossi”.

Viva sempre Ali nel ricordo della sua splendida boxe e anche del suo coraggiosissimo spirito antiimperialistico.

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