Il mistero dell’albero di Pasqua

Che gli italiani si sentano stufi delle proprie tradizioni, è un dato di fatto.

Che non vedano l’ora di emulare quelle degli altri, anche.

Ripudiamo il Carnevale che ci ha fatto crescere come tanti piccoli Arlecchini e damine imbellettate, ma la notte di Halloween non stiamo nella pelle all’idea di trasformarci in zombie, vampiri o — quest’anno senza dubbio — in Harley Quinn del Suicide Squad.

Ci stressiamo a Pasquetta, ma guai a non festeggiare San Patrizio. A stento tolleriamo il primo maggio, ma vogliamo giocare a football nel giorno del Ringraziamento. A breve, inizieremo a sparare fuochi artificiali in onore di Guy Fawkes la sera del 6 novembre, mentre già pensiamo al viaggio dello springbreak.

Devo infine constatare che perdiamo molto meno tempo ad allestire il presepe, ma da un paio d’anni a questa parte guai a chi non fa l’albero di Pasqua.

Cos’è? Da dove viene? Che cazzo ne so, ho dovuto cercare su internet.

Io so solo che un anno fa una mia collega alquanto estrosa ha portato in ufficio un fascio di rami di pesco fioriti, poi è scesa da Tiger ed è tornata su con una busta piena di cianfrusaglie. Sembravano addobbi di Natale, ma invece di essere omini di neve e campanellini rossi, verdi e argentati, erano galline, pecorelle e uova rosa e celesti (…il burino se veste, per l’appunto, l’ho pensato anche io).

La mia collega diceva che, quando lei era piccola, la madre glielo preparava ogni anno per non farle sentire la nostalgia dell’albero di Natale: all’inizio, mi sembrava una follia, ma poi con il tempo ho capito meglio molte cose. Tra le quali, il fatto che questo benedetto albero di Pasqua — mi si perdoni il calembour — metta decisamente di buon umore. E allora, ho deciso di farlo anche a casa, ma solo dopo essermi documentata un po’ di più sull’ennesima, bizzarra tradizione estera che ero pronta ad accogliere nella mia vita.

(…mi avete mai visto a San Patrizio? No, così. Tanto per dirne una.)

Così, ho scoperto che l’albero di Pasqua viene dal nord Europa, nella fattispecie dalla Scandinavia e dalla Germania; ho scoperto che è il simbolo della rinascita della natura e affonda le sue radici (quelle metaforiche, non quelle vere) nel tradizionale mix sincretico tra religione e paganesimo; ho scoperto anche che non c’entra niente con il palo di maggio, quello che viene eretto, infiocchettato e addobbato secondo la tradizione celtica, la vigilia del 1 maggio perché le fanciulle ci danzino attorno. Se l’albero di Pasqua è dunque la versione primaverile del suo gemello di fine anno, il palo di maggio non è altro che la versione frullallero del più nerboruto e sagresco palo della cuccagna.

D’altronde, a ben pensarci, Halloween è la versione pagana e cazzuta del nostro carnevale, Guy Fawkes l’equivalente maschile della pupazza (mammoccia, pantasema o come altro vogliate chiamarla) che brucia in tante delle nostre feste paesane, e lo springbreak non è altro che…

Beh, dai: diciamocelo.

Non è altro che la voglia di non fare un accidente per quindici giorni a primavera: sfido chiunque a dire che questa sia una caratteristica esclusivamente a stelle e strisce. O no?

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