KM 24

Il Km. 24 si stende lungo quelle che un tempo erano le borgate pasoliniane — i luoghi eletti per Accattone, Mamma Roma, i luoghi di quei disperati che tentavano di vivere — verso Cinecittà, con le spalle all'antico acquedotto romano. Chiamatelo luogo della memoria e ritornate con gli occhi alle immagini di quegli anni sessanta, quando le strade asfaltate che si immettono sul raccordo non erano che strade battute di terra e la polvere ti si infilava sotto i denti — così da sentirli scricchiolare — e potevi levarla solo umettando la bocca con tutta la saliva che avevi.
Km. 24 è il luogo del nulla, quello simile ai film americani, non ha né un inizio né una fine. Non troppo lontano dalla città in modo che il frastuono che l’accompagna non si perda del tutto e giunga quasi intatto a far compagnia ai gas di scarico e il via vai di tutte quelle anime lente sia ferocemente costante, alienante. Il Km. 24 è battuto da macchine e camion, se alzi gli occhi ti sembra quasi che lì possa essere rimasto un pezzo di cielo blu al riparo da smog e fumi vari. Di notte è tutt'altra cosa: le stelle non accarezzano con la loro luce quel tratto di cielo imperlato dall'osceno e vomitevole arancione che accompagna i primi approcci delle coppiette nascoste da occhi troppo indiscreti.
Qui si fermano diverse specie umane e non, ognuna con il suo carico di croci e speranze, tutte in attesa di quel qualcosa di materico che le accomuna: un po’ di benzina. Infatti c’è l’unica pompa di benzina disponibile nel raggio di parecchi chilometri, per cui, volenti o dolenti, a tutti quanti nella vita vi toccherà fermarvi.
Io c’era quella notte, ho visto tutto quello che è successo e come ogni buon testimone sono qui per raccontarlo. Di notte non dormo, ho una di quelle strane malattie dei giorni nostri, rimango sveglio, prendo la macchina e inizio a vagabondare per la città, verso il km. 24: quello è il mio confine. Il punto di arrivo dei miei pellegrinaggi notturni.
Lì ho incontrato lui, l’ho chiamato Mario dalla prima sera che l’ho conosciuto. Mi aveva detto il suo nome ma era troppo difficile da pronunciare e da ricordare. Gli ho detto “Ti chiamo Mario, è italiano, tu sei in Italia per cui ti serve un nome Italiano. Mario. Mario ti piace, eh?”.
Io ero appoggiato alla macchina e lui non ha risposto.
Mi sorrideva, con quella sua bocca dalle labbra quasi nere e i denti bianchissimi, trenta stelle bianche in un cielo arancione. I capelli corvini e lisci, la pelle del colore del cioccolato. Mario è cingalese. Ora non so se esiste la Cingalia o che cazzo di paese sia. Lui mi ha detto che era cingalese e per me andava bene così. Sorrideva e non capiva un cazzo, sorrideva e annuiva. Certi popoli sono nati proprio servi. Sorrideva e prendeva la pompa in mano, cercando di farmi capire se volevo fare il pieno. Mario è uno di quei tanti disperati che la notte se ne stanno vicino alle pompe di benzina per racimolare qualche euro da portare a casa. Magari quello che riescono a tirare su se lo bevono o se lo sparano ai video poker. Sinceramente non me ne frega niente, che ci facciano quello che vogliono, anche pulircisi il culo per quanto mi riguarda. Sono una massa di disgraziati che galleggia sulla superficie delle nostre città e quasi non ci accorgiamo nemmeno di loro.
Io però, da quando ho conosciuto Mario, di altri Mario li vedo dappertutto, e dopo quella sera mi dico che forse se si unisse tutto quell'esercito di disperati in Italia ne vedremmo delle belle altroché bosniaci e serbi, hutu e tutsi…
Mario se ne stava lì, saltellando da un piede all'altro. Faceva un gran freddo quella sera di febbraio. Mentre fumavo seduto sul cofano della mia macchina lo osservavo. Non sorrideva più, i suoi occhi sfuggivano i miei. Aveva un giubbotto leggero, si vedeva che era troppo vecchio, forse regalato da qualche Caritas, sotto doveva avere un paio di maglioni perché continuava a tirarsi giù le maniche e spuntavano strati di tessuto diverso, cercava di riparare le mani dal freddo, indossava un paio di jeans e scarpe troppo vecchie, troppo fuori moda, fuori da qualsiasi moda. Anche se i vestiti erano vecchi e usati, non era sporco. I capelli puliti, tagliati corti. Accanto alla pompa di benzina c’era un secchio d’acqua con dentro quei cosi per pulire i vetri delle macchine. Non c’eravamo detti niente, tranne quella mia uscita sul nome.
Faceva un freddo cane e mi rinchiusi in macchina con il riscaldamento acceso, non avevo voglia di andarmene. Avevo trovato un’anima più disperata di me e vederla in quella condizione mi faceva stare bene, tutto sommato ero fortunato. Al contrario di quel disgraziato, quella di uscire ogni sera era una mia scelta, non dovevo uscire per guadagnarmi la pagnotta. Poco dopo arrivò una macchina, scese un uomo di circa cinquant’anni, Mario gli si avvicinò sorridendo.
Gentile ma stranamente non servile. L’uomo gli diede venti euro, fece tutto Mario: pulì anche i vetri, si prese un euro di mancia sempre sorridente e dopo che l’uomo se ne fu andato cambiò l’acqua dal secchio e si lavò le mani. L’avevo detto io che era pulito. Per tutta la notte, per quelle poche macchine che si erano fermate, il rito era lo stesso. E tutte le volte cambiava l’acqua e si lavava le mani.
Verso le sei del mattino arrivò il tizio ufficiale della pompa, Mario cambiò di nuovo l’acqua e lo aiutò a fare un po’ di cose, dopo essersi preso una ventina di euro a passo stanco se ne andò, tagliando verso i campi di immondizia e scomparendo verso l’orizzonte. Il tizio della pompa di benzina mi guardava strano, venne a bussarmi al finestrino, chiedendomi se mi sentissi bene. Gli dissi che avevo viaggiato molto e mi ero fermato per un paio di ore. Misi in moto e me ne andai.
La sera seguente ci sono tornato, nonostante una pioggia demenziale scrosciasse dal cielo, andavo a quaranta all'ora, non vedevo nulla, proteso in avanti verso il vetro dell’auto quasi non distinguevo una corsia dall'altra. Ero troppo attirato dal km. 24.
Volevo vedere se lui era là, se aveva avuto il coraggio o la disperazione di uscire in quella notte assurda. In lontananza brillavano tremule le luci della stazione di servizio. In quel muro di pioggia riuscivo a distinguere, strizzando gli occhi, la sagoma di quel rudere. Mario non lo vedevo, sorrisi: non era poi così disperato. Decisi di arrivare comunque fino là e poi tornare indietro, al caldo e al riparo a casa. Era stato da pazzi uscire con quel tempo, anche quel disgraziato era rimasto nella sua baracca. Entrai nella stazione con un sorrisetto idiota, avevo vinto io. Mentre mi avvicinavo ed ero a poco meno di qualche metro l’ho visto.
Il sorriso mi è morto sulle labbra. Quel cingalese di merda era sotto la tettoia, con le braccia conserte cercando riparo dalla pioggia che il vento sbatteva trasversalmente verso di lui. Aveva la solita giacca e lo sguardo di un cane braccato con gli occhi che cercavano un rifugio a quel tempo di merda. Non sapeva dove andare a sbattere. Bagnato fradicio, i capelli gocciolanti d’acqua gli si erano attaccati al cranio.
Non avevo vinto un cazzo.
Era talmente disperato che ogni sera sarebbe andato là, pure se su quella stazione di servizio avessero tirato una bomba.
Lui, ogni sera sarebbe stato sempre lì.
Del tempo non poteva fregargliene di meno.
Rallentai e in folle accostai alla pensilina. Si avvicinò, stampandosi il suo solito sorriso gentile.
“Benzina, signore?” mi chiese.
Aprii la portiera dalla parte del passeggero.
“Entra Mario, sei bagnato fradicio, se rimani lì domani sera sicuro qui non ci sei”.
Il cingalese sembrava intimorito.
“Sono quello di ieri, non ti faccio nulla, sali, quando arriva qualche macchina scendi”.
Mario si decise a entrare in macchina.
“Bagno tutto” mi disse.
“Levati la giacca, lì dietro dovrebbe esserci qualcosa”.
Parcheggiai la macchina poco più in là, in modo che lui potesse tenere sott'occhio la stazione e saltare fuori, senza bagnarsi troppo, nel caso in cui qualcuno avesse avuto bisogno dei suoi servigi. Lasciai la macchina accesa, almeno si scaldava un po’. Si levò la giacca, la piegò e la appoggiò con cura sul tappetino. Sul sedile posteriore c’era un mio vecchio giubbotto imbottito, glielo diedi dicendogli che poteva tenerselo. Stava con le mani in grembo, fissandosele, non riuscivo a dargli un’età, poteva avere vent'anni come quaranta. Non sapeva cosa fare e cosa dire, gocciolante e impaurito, provai tenerezza. Presi una sigaretta e gliene offri una. Mario non fumava. Provai con la birra. Nulla.
Dopo dieci minuti di silenzio totale — io ad osservare il fumo della sigaretta uscire da quei pochi centimetri di finestrino aperto e lui sempre a fissarsi le mani in grembo — si decise a rivolgermi per la prima volta la parola.
Si frugò in tasca e mi porse una manciata di spiccioli.
“Tieni, è tutto quello che ho… sul serio… non ho altro, oggi poche macchine”.
Gli chiusi la mano a pugno, spingendola delicatamente verso di lui.
“Non voglio i tuoi soldi, non ne ho bisogno, non ne ho bisogno”.
Mario mi guardò preoccupato.
“Sicuro che non vuoi una sigaretta?” Mario scosse la testa.
Sembrava più tranquillo e smise di guardarsi le mani.
Non aveva il coraggio di parlarmi, credo che in quel momento mi avesse preso per pazzo, anche perché mi resi conto dell’assurdità della situazione e scoppiai a ridere come uno scemo.
Mario mi guardò stupito e si mise a ridere pure lui.
“Non potevi stare là fuori con quel tempo, è da pazzi disperati, ma chi te lo fa fare?”
“Ho famiglia, ho bisogno di soldi”.
“Dove vivi?”
Indicò un punto verso il nero della pioggia.
“Da quanto sei in Italia?”
“Quattro anni, sto bene, mi piace”.
Lo guardai, come poteva quel matto dire che stava bene quando passava tutte le notti in una stazione di servizio, senza dividere la notte e il letto con una donna? Come cavolo poteva piacergli quella vita?
Iniziò a raccontarmi della sua vita, senza che io gli chiedessi nulla. Di sua volontà, come se il solo averlo accolto in macchina significasse dovermi parlare di lui, chi era, da dove era venuto e perché. Quella notte trascorse in fretta tra le sue chiacchiere. Ha iniziato a parlare e non si è più fermato, sembrava una macchinetta, e quel po’ di accento romano che aveva strideva con la sua fisicità.
Mi trattenni dal ridere per un paio di volte. E intanto continuava a venire giù come Dio la manda, non avevo mai visto un temporale del genere. Un muro di pioggia davanti a noi, se avessimo parcheggiato la macchina davanti a una parete sarebbe stata la stessa cosa.
Mario guardava fisso davanti a se e parlava, parlava. Era sposato da quasi dieci anni e da quattro era in Italia, prima era venuto lui, dopo era riuscito a far venire la moglie e i due figli.
Era contento perché aveva il permesso di soggiorno e un lavoro, faceva il portiere a mezza giornata, forse, appena il vecchio custode andava in pensione avrebbe avuto quel lavoro per tutta la giornata, così non sarebbe stato costretto a passare tutte le notti fuori per una manciata di spiccioli in più.
Anche la moglie lavorava, faceva le pulizie nei condomini ma tra un po’ di mesi avrebbe dovuto smettere appena la terza gravidanza (benedetta da Dio, giuro così disse) le avrebbe impedito di lavorare. Per quello lui era lì tutte le sere, anche cinque euro anche due servivano.
Era felice e faceva una vita di merda.
Dormiva dalle sette del mattino all'una.
Quando non dormiva, lavorava. Sua moglie gli portava la cena e nei giorni “di festa” i figli, così che non si dimenticassero la faccia del padre. Sognava di subentrare al vecchio portiere dello stabile e finire il resto dei suoi giorni nell'appartamento seminterrato dello stesso stabile in cui lavorava. Voleva dare una sicurezza economica ai suoi figli e un futuro di studio. Possono cambiare i paesi, ma i desideri sono sempre gli stessi.
Il rumore della pioggia accompagnava le sue frasi, monotona la pioggia, monotono il timbro della sua voce. Quando finì la pioggia, finì anche il suo racconto. La stazione di servizio era allagata. Mario scese dall'auto, sparì dietro a una specie di baracca e riapparve con una scopa in mano. Senza alzare la testa iniziò a ripulire dall'acqua quello spiazzo di miseria umana.
Erano le cinque e mezza del mattino. Dopo poco sarebbe arrivato il tizio della pompa, non avevo voglia di farmi trovare di nuovo lì, magari di essere preso per frocio, per cui misi in moto la macchina e me ne andai.
Passai vicino a Mario che continuava a spazzare meticolosamente.
Mentre me ne andavo lo sentì dire “A domani sera”.
Non so chi dei due fosse il più disperato, se lui che per vivere meglio passava le sue notti lì o io che per sentirmi meno solo decisi di trascorrere tutte le mie notti con lui.
Non è nemmeno necessario dire che la sera, alle undici accostai la macchina alla pensilina e Mario salì. Da quella sera portai con me due thermos, uno di caffè e uno di the, a volte mi fermavo a prendere dei cornetti caldi.
Così passavamo quelle ore che ci separavano dal giorno mangiando e bevendo, il più delle volte in silenzio. Come se in quella notte di pioggia avessimo già detto tutto quello che c’era da dire.
Una volta mi diede un enorme pacco, pieno di dolci strani.
“Da parte della mia famiglia” mi disse.
Lo sconosciuto era entrato nella famiglia di Mario.
Non era nemmeno necessario parlare, in fondo avevamo ben poco da dirci.
Lui si sedeva, io fumavo, lui controllava la stazione di servizio. A volte quando arrivavano due macchine l’aiutavo, la prima volta voleva che mi tenessi gli spiccioli, allora senza dire nulla li posai vicino al secchio. Divenne un tacito accordo. Non volevo che si sentisse umiliato, quasi mi divertivo ad aiutarlo.
Intanto durante quelle sere osservavo il cambiare delle stagioni e il sorgere del sole. Subentrò la primavera, ogni tanto ci avventuravamo fuori dall'abitacolo della macchina per sederci sui gradini di cemento della stazione, con la radio a tenerci compagnia. C’era sempre un po’ di fresco ma già verso maggio anche l’aria di notte divenne più calda e lasciava presagire una bella estate torrida. Cosa che effettivamente avvenne.
Faceva un caldo assurdo, nemmeno le ore più peste della notte riuscivano a portare un po’ di refrigerio. C’era una cappa di umido che appestava il cielo, da levare il fiato e sentirsi i polmoni pieni, saturi. Avevo portato una borsa frigo con dentro delle birre.
Io e Mario cercavamo un alito di vento in cui infilarci, non potevamo sederci nemmeno sui gradini della stazione e sull'asfalto lasciavamo le impronte: si scioglieva sotto i nostri passi.
Dietro a quella baracca c’era una pompa dell’acqua, a turno andavamo a bagnarci, provando anche un po’ di disgusto quando quel rivolo tiepido ci rotolava addosso. E aspettavamo che il caldo ci asciugasse i vestiti.
Quella sera ero là, l’aria era bollente, qualcosa che ti fasciava la testa e non ti lasciava pensare. Credevo di impazzire, ogni due minuti ero dietro alla baracca per trovare un po’ di pace a tutto quel calore assurdo.
Era l’una di notte ma sembrava l’una del pomeriggio, mi ero accucciato sulle gambe, con in mano la pompa dell’acqua e il braccio teso a lasciar scivolare quel liquido caldo su di me. Mi ero levato la maglietta ed ero rimasto in pantaloncini corti. Gli occhi chiusi, il viso alzato verso quel getto molle.
Mario si era seduto sugli scalini, aspettava il suo turno. Nascosto dal buio. Spesso gli avevo detto che era meglio se si metteva sotto il lampione, sotto la luce, se no agli automobilisti sarebbe venuto un colpo a vederlo spuntare dal niente.
Lui rideva, lo sapeva e ogni tanto si divertiva a fare quel piccolo scherzetto.
“Chi vuoi che abbia paura di me? Non mi vedi?” e apriva le braccia per lasciare che gli occhi cascassero sul suo corpo troppo gracile.
Io quasi non li sentii quando arrivarono. Troppo perso nei miei pensieri, nel girovagare della mia testa. Preso da quell'acqua che scorreva lenta sul mio corpo.
Prima ci fu il rumore assordante di una macchina tirata a tutta velocità, il motore su di giri che rombava nel silenzio di quella notte, accompagnata da urla quasi bestiali. Dopo uno stridore di freni, secco e volgare. Mi scostai leggermente dalla mia posizione.
L’auto stava sbandando e andò a finire con una ruota sullo scalino della pompa. Qualcuno sghignazzava all'interno dell’abitacolo, strizzai gli occhi per vedere meglio sempre accovacciato nel mio angolo. Da quella vecchia station wagon scesero quattro ragazzi, non si reggevano in piedi, si davano spintoni l’uno con l’altro.
Quattro tipi bassi e tarchiati, sembravano fatti con lo stampino. Capelli tagliati corti a spazzola, magliette uguali da cui esplodevano braccia pompate da chissà quale tipo di steroide e cosce grosse quanto quelle di un manzo, fasciate dentro jeans troppo stretti. Occhi porcini infilati su una testa tenuta insieme da un collo taurino, labbra carnose e denti bianchi.
I soliti caciaroni cretini, pensai.
Avevano delle grandi bottiglie di birra che si passavano l’uno con l’altro, più che esseri umani sembravano bestie liberate.
Tracannavano quella birra come acqua, lasciandosi sbrodolare addosso quello che dopo pochi secondi sarebbe diventato puzza di piscio. Le loro voci giungevano indistinte, dalle loro risate volgari e sguaiate potevo intuire che parlassero di ragazze, di fica, come sentii urlare a uno di quelli.
Un urlo che divenne un ululare a una luna nascosta.
Si erano mossi al centro del piazzale, sotto la luce al neon. In circolo, piegati sulle loro ginocchia a ridere, a fumare, a rollarsi una canna.
Il pensiero di Mario non mi aveva ancora colpito. Se fosse stato più vicino a me, l’avrei trattenuto per un braccio, dicendo di lasciar perdere, che quelli gli spiccioli se andava bene glieli avrebbero messi in culo…
Nemmeno quando se la presero con il distributore delle bevande automatiche decisi di intervenire. Uno di quei quattro aveva deciso che si sarebbe preso tutto quello che c’era dentro, prima con i calci che suscitarono l’ilarità degli altri tre. Infastidito dalle risatine degli amici, galvanizzato dalla cattiveria dell’essere ubriaco il ragazzo gettò a terra il distributore e ci saltò sopra con una rabbia inaudita.
Il viso trasformato in un ghigno, mentre saltava e saltava e il distributore si accartocciava sotto quel peso. Nel silenzio risuonava solo il suo respiro affannato e il rumore dei suoi salti, gli altri tre lo osservavano in trance.
Uno partì con un ululato a rompere il silenzio della notte, sentii ghiaccio scorrermi sulla schiena, quel lamento non aveva nulla di umano. Anche gli altri si gettarono su quel distributore, quattro bestie che saltavano.
Urlanti.
Ridevano e saltavano. Raccoglievano le loro gambe quanto più potevano per poi scaricarle con forza su quell'ammasso di latta.
E si divertivano, si divertivano un mondo.
Felici.
Gli occhi lucidi di pazzia si girarono simultaneamente verso la mia macchina, come se un filo sottile unisse quel poco di materia grigia che avevano. Caricarono la macchina, ululando. Uno si arrampicò agile sulla capote e iniziò a saltare, l’altro fece la stessa cosa sul cofano, saltavano e ridevano. Gli altri due avevano trovato sfogo nello spaccare i fari, lo specchietto e ora provavano a fracassare i vetri.
Vedevo la mia macchina piegarsi su se stessa sotto il loro peso, sotto la loro follia ed ero paralizzato, sempre accucciato e al riparo nel buio. Cercai una possibile via d’uscita.
Sudavano, copiose gocce di sudore imperlavano quei ghigni bestiali.
“Signori, non è una vostra proprietà, non avete nessun diritto di sfasciare le macchine altrui”, Mario era emerso dall'ombra.
Strabuzzai gli occhi.
Anche il branco fu sorpreso.
Per una frazione di secondo si fermarono, osservarono quello che stavano facendo, come se quelle parole gentili li avessero riportati alla realtà. Vidi negli occhi di un ragazzo uno scintillio che non avevo mai visto, una sorta di potere supremo.
Fu lui a far partire un altro urlo, più gutturale, più basso, cattivo, malsano.
Gli furono addosso senza nemmeno dargli il tempo di girarsi a scappare, accerchiato.
Lui al centro, loro intorno a lui. Sghignazzanti. Io ero pietrificato. Non mi mossi perché avevo paura. L’unica cosa che speravo è che non lo distruggessero del tutto.
Iniziarono a passarselo come se fosse una palla, a turno, se lo spintonavano uno contro l’altro. Mario non reagiva, forse sperava di venirgli a noia.
La sua non reazione li fece arrabbiare ancora di più, lo presero per un insulto.
Se prima lo spingevano ora se lo passavano con i pugni, un pugno e oplà da uno, un altro pugno e oplà dall'altro.
Il viso di Mario stava diventando una maschera di sangue, sentivo i suoi gemiti, il setto nasale era visibilmente rotto e la pelle agli angoli degli occhi staccata. Non bastava più passarselo a pugni, uno lo prese per la maglietta e dopo averlo strattonato gli scaricò in faccia e in pancia una raffica di pugni. Fu la volta di un altro ragazzo, che lo prese a calci nel basso ventre, quel disgraziato non aveva nemmeno la forza di piegarsi.
E gli altri danzavano, strappandosi le magliette e ballando in circolo intorno a Mario e a quello che lo prendeva a pugni.
A turno tutti e quattro lo riempirono di botte.
Mario cadde a terra, riverso, altri calci sconquassavano la sua carcassa, lui che bagnava il suo adorato piazzale con il suo stesso sangue. Lo toccarono con la punta di una scarpa, Mario emise un gemito sottile. Uno si allontanò, si diresse verso la loro macchina, frugò dentro il bagagliaio e ritornò con una spranga di ferro.
I tre si scostarono un po’ mentre l’altro si faceva spazio.
La spranga in ferro ciondolava dalla sua mano.
Si fermarono, i respiri bloccati.
Poi l’urlo, il solito urlo.
Il ragazzo alzò la spranga e la abbatté violentemente sulla testa di Mario, il colpo fu secco, sordo. Quando rialzò la spranga vedevo luccicare il sangue e il cervello di quel disgraziato. Sul colpo il corpo aveva avuto un sussulto. Gli augurai di essere già morto prima, ma avevo i miei dubbi.
Quell'animale continuò a sbattergli sulla testa colpi di spranga, gli altri si erano sbottonati i pantaloni e pisciavano sul corpo immobile di Mario.
Mi venne un conato di vomito.
Non si fermavano, di nuovo a turno con le spranghe in mano, a massacrare quel corpo che era diventato un cumulo di carne sanguinolenta con brandelli di vestiti attaccati.
Non aveva più faccia, spuntavano le ossa, qualcuno lo prese per una gamba e iniziò a girare in tondo, pezzi di arti si staccavano dal corpo.
Ognuno con un pezzo di Mario in mano, se li tiravano si battevano con quella carne umana, come se fosse uno scherzo, un gioco.
Non parlarono mai. Si chiamavano l’un l’altro con grugniti. Uno si sporcò il viso con il sangue di Mario, poi il torace.
E io che continuavo a trangugiare vomito.
Presero, sempre dal bagagliaio della macchina una tanica di benzina, racimolarono i pezzi più grandi del corpo e dopo averli accatastati gli diedero fuoco. Si misero a ballare nudi, sul piazzale del km. 24, dove quella sera non passò nessuna macchina e per fortuna. Nudi intorno a un falò di carne umana, intorno a quel che era rimasto di una persona.
Non so dopo cosa fecero, quando se ne andarono. So solo che fui io a attraversare qui campi di immondizia, strisciando, senza farmi vedere, graffiandomi con i rovi. Loro erano troppo presi dal loro sacrificio umano per accorgersi della mia presenza.
Alla polizia quando mi cercò non gli dissi che avevo visto tutto, gli dissi solo che avevo lasciato la mia auto lì perché non andava bene, forse c’era un guasto, gli dissi che l’avevo lasciata nel pomeriggio.
Quei quattro non li presero, le telecamere a circuito chiuso di cui si era dotato il capo della stazione di servizio erano finte, me l’aveva detto Mario.
E Mario fu solo una notizia in più sul giornale, giusto un piccolo trafiletto, sui giornali che danno gratuitamente alla metro. Della sua famiglia non so nulla.
Solo che ora, quelle poche volte che sono costretto a uscire di casa, mi sembra di vedere Mario a ogni angolo di strada, vicino ai semafori, ai distributori di benzina, mi sembra vederlo camminare per la piazza del Pantheon con un mazzo di rose in mano da vendere ai turisti, di vederlo sul ponte Sisto a vendere borse taroccate…
