Chiberia

A tale of Chicago

the smoke from the chimneys — lapic.photography/chicago
“Chicago? Why Chicago in winter?!?”

Il mio host di Airbnb, Eyal, scoppia a ridere con un suo allievo (Eyal è un musicista sperimentale ebreo che vive nell’East Village a Manhattan, ha come vicino di casa Ross Geller di Friends, come ogni americano quando crede di aver cucinato la pastasciutta in realtà ha cucinato altro). Mi chiedono dove mi dirigo, perché vado via da New York pochi giorni dopo Capodanno. C’è una neve e una tormenta da 3 giorni fuori dalla finestra, è appena cominciato il 2014 e questo gennaio verrà ricordato come uno dei più freddi nella storia degli Stati Uniti del Nord.

Uno storm proveniente dal circolo polare, Hercules, ha lambito prima NY e afferrato poi, spezzando il fiato, tutto il Midwest. L’hashtag coniato in quei giorni sui social è #chiberia.

Mi spiega Eyal che lui è stato a Chicago solo due volte, ed entrambe le volte era estate. Parla di una delle città americane più vicine a New York (due ore di aereo) come di una morsa di vento, ghiaccio e neve. Qualche sera prima mi ha mostrato le sue foto dei viaggi in Africa, nel Sud Est asiatico e mi fa pensare che i newyorkesi si riferiscono a ‘viaggio’ quando ci si allontana molto da Manhattan.

L’Ovest, il Far West, non è New York. E quindi la domanda che si pongono è: Walgreens, grandi laghi, grandi parchi, grande tutto — perché dovrebbe interessarmi?

A me interessava vedere una città americana diversa, pur sempre cinematografica però.


Inside Llewyn Davis

2013 ‧ Drama/Music

Inside Llewyn Davis, arrival in Chicago Bus Station

Ogni volta che ho lasciato New York, ho sempre avuto una forma di malessere, ogni volta diverso. Questa volta è incarnato da un tassista scontroso che mi accompagna a La Guardia. Un misunderstanding sulla mancia.

L’aereo per Chicago ha ritardo di qualche ora, mi ritrovo in un sala d’aspetto da sola e in piena notte, nell’aeroporto meno patinato di New York. Una big mama al metal detector getta via un tubo di struccante che ho lasciato nel bagaglio a mano. Me l’ha regalato mia mamma e mi dispiace perché in quel primo viaggio da sola, mi mancano i miei genitori come fossi una bambina. Quel gesto rende tutto ancora più inospitale.

Arrivo a Chicago verso le 2 di mattina, nell’aereo perdo il conto di quante ore mi separano dall’Italia, dalla vita delle persone che frequento quotidianamente e che ora mi immagino costantemente immersi in un’atmosfera ovattata da prima mattina, le immagino svegliarsi nelle loro case calde e preparare il caffè in una cucina silenziosa, cristallizzati in un atto così. La solitudine in una città sconosciuta e lontana mi fa percepire in slow motion un mondo che scorre invece a ritmo normale, sicuramente.


Della Windy City ricorderò il gelo, quello che non solo ti ghiaccia il naso ma arriva dentro al condotto nasale, forma dei piccoli cristalli, gelidi sassolini. Gelo che fa pompare il sangue sulla superficie della pelle che diventa paonazza.

Screenshot from my phone on 6th Jan 2014 // From the window of Architectural Artifacts

È il regno naturale che si insinua, in una grande città, nel corpo umano. Ricorderò il silenzio di gran parte della città innevata e immobile, ogni commesso raccomandarmi caldamente: “stay warm”.


High Fidelity

2000 ‧ Drama film/Romance

High Fidelity, Championship Vinyl

Jazz Records Mart era un magazzino pieno e disorganizzato. Si definiva “The World’s Largest Jazz & Blues shop” e come ogni leggenda, ha chiuso qualche mese fa.

Mi ricordo che volevo portare via da questo magazzino un vinile a tutti i costi, e ho scartabellato per ore, riparandomi dal gelo. Ho scelto un disco di un cantautore italiano anni ’50, uno di quelli sconosciuti che vestiva con pantaloni bianchi, taglio Capri. Un disco che aveva un titolo così banalmente romantico da essermelo scordato, ormai.

Jazz Records Mart, now permanently closed
Alcuni dettagli fanno il carattere di un luogo, seppur possano presentarsi in un altro luogo — identici — e non saltare all’occhio.

Qui noto tanto le insegne al neon, sottili, colorate di fluorescenza, nelle vetrine dei cleaners soprattutto. Spiccano. E io le inquadrerei, mi ci soffermerei, in un film ambientato a Chicago.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind

2004 ‧ Science fiction film/Drama film

La metropolitana sopraelevata di Chicago quando arriva nel Loop, il centro, passa in mezzo ai grattacieli.

L’incendio del 1871 distrusse gran parte della città e Chicago risalì vette d’architettura mondiale a colpi di archistar. The Second City (la prima possiamo immaginare qual è?) è scintillante, tutta concentrata in un punto: la quantità rende la qualità più vivida.

Stalagmiti di vetro e acciaio, con stacchi di ottone. Le rifiniture dorate sono così eighties, pretendono di essere preziose senza esserlo. Chicago è una città di lago, il lago è così grande che sembra mare ma gli autoctoni del luogo possono ambire a comportarsi -al massimo- da cigni.

Dettaglio del lampadario nel pianerottolo del condominio dove alloggiavo, a Lake View.

Nei sobborghi invece tutto mi sembra costruito in legno, ghiaccio e fili.


The Weather Man

2005 ‧ Drama/Comedy

Crown Fountain // Millenium Park

Ogni volta che si nomina Chicago si nomina il suo meteo. Ne è indissolubilmente legata anche nel nome, è chiamata Windy City. Nei miei giorni lì, più imbiancava più diventata scuro e impenetrabile.

Così, forse inconsapevolmente, sono andata a cercare il colore, a Pilsen, nel Lower-West. Piena di murales, di gusto discutibile ma impattanti. I muri parlano: c’è scritto “talk to your neighbors” ad un angolo di una pompa di benzina. È un quartiere latino.

Pilsen, Chicago
Pilsen, Chicago

Uno dei momenti che ricordo più dolcemente di Chicago è una cena, forse l’ultima sera, in un thai ad un isolato da casa, un posto che mi aveva conquistato col vapore caldo promessomi dalla vetrina.

Volevo andare dal pluricitato Pequod’s a mangiare la pizza caramellata ma poi avevo paura di non riuscire ad arrivare per il freddo fino a lì, di allontanarmi troppo, di perdermi con il cellulare scarico, di strozzarmi con troppa pizza in bocca. Avevo terrore dei miei piedi ghiacciati dentro quei miseri moonboots sempre bagnaticci che non si asciugavano neanche sul calorifero nero di ghisa della camera.

Avevo ordinato del riso bollente con ananas nel thai dietro casa quindi, e mi ero portata da leggere dei fumetti per non risultare troppo freak, io sola al tavolo. Avevo con me un acquisto del pomeriggio: Optic Nerve di Adrian Tomine, una serie di short stories inizialmente autopubblicata, che si presenta come una fanzine universitaria. Era confortante osservare i tavoli occupati, immaginare che storie di vita stessero interpretando, avere una zuppa calda davanti a me da finire.

Fun Facts

  • Architectural Artifacts, Inc. Sono entrata in questo capannone in cerca di riparo per il gelo, ci ho trovato tutto quello che esiste al mondo.

Here my reportage of the city.

Like what you read? Give Laura Sauchelli a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.