Le Sirene di Taranto: una storia d’amore

Tanto tempo fa, le sirene, attratte dalla presenza di due mari, scelsero Taranto come luogo dove costruire il loro castello incantato.

A Taranto, in quel tempo, viveva una coppia di giovani sposi. La sposa era bellissima, la più bella ragazza della città, e lo sposo un giovane pescatore, forte e innamorato della sua sposa.

Il suo lavoro costringeva lo sposo a restare lontano dalla sua amata dalla mattina alla sera, spesso anche per giorni.

La bellezza della sposa attirò le attenzioni di un ricco signore che approfittò delle continue assenze del giovane perscatore per iniziare a corteggiare la giovane, arrivando a farle costosi regali.

La sposa, sia per la lontananza del marito sia per i regali che si facevano di volta in volta più belli e costosi, accettò, alla fine, la corte del ricco signore. Il rimorso per quanto fatto non l’abbandonava mai e un giorno confessò tutto al marito, che non la prese bene. Accecato dall’ira la condusse in alto mare con la sua barca e spinse la moglie in acqua. La poverina, non sapendo nuotare, affogò.

Le sirene giunsero in suo aiuto e la salvarono. Le mitiche creature furono conquistate dalla bellezza della donna tanto da proclamarla loro regina. Le diedero il nome di Skuma (o Schiuma).

Il povero sposo si pentì presto del suo gesto e non passava giorno che non tornasse nel punto in cui aveva visto affogare la moglie per piangere e maledire la sua ira.

Un giorno le sirene, incuriosite dal triste spettacolo del giovane piangente, decisero di impadronirsi della sua barca e lo fecero, così, cadere in acqua. Subito lo portarono al loro castello incantato per far decidere a Skuma la sorte del prigioniero. La regina riconobbe il suo amato sposo e ordinò alle sirene di non fargli del male.

Il pescatore fu ricondotto, svenuto, a riva e lì rimase fino al mattino, quando si svegliò, capendo che la sua amata sposa non era morta come lui pensava. Il desiderio di ritornare con lei lo spinsero a rivolgersi ad una giovane fata per chiederle come salvare la sua sposa.

La fata gli svelò che la sua dolce sposa sarebbe stata nuovamente libera se lui fosse riusciuto a cogliere l’unico fiore di corallo bianco presente nel giardino delle sirene.

Il pescatore, procuratosi un’altra barca, raggiunse il punto in cui le sirene lo avevano fatto prigioniero. Qui, incominciò ad urlare il nome della moglie. Skuma riuscì a fuggire dal castello ed abbracciare il giovane pescatore. Lo sposo riferì alla regina delle sirene quello che la fata gli aveva detto.

Skuma elaborò il piano. Lo sposo utilizzò tutti i suoi risparmi per comprare bellissimi gioielli, li mise sulla sua barca e iniziò a navigare nel golfo di Taranto. Le sirene, attratte dalle gemme e dalle pietre preziose, abbandonarono il castello. Rimasta sola nel castello, Skuma riuscì a rubare il fiore di corallo e lo consegnò immediatamente alla fata che attendeva sulla riva. La fata, per magia, creò una grossa onda che spazzò via tutte le sirene. Purtroppo, lo sposo non riuscì ad allontanarsi in tempo e venne travolto dalla stessa onda che lo trascinò non si sa dove.

Skuma, libera dalle sirene e rimasta sola, scelse di chiudersi in un monastero, dove morì.

Leggenda vuole che nelle notti di plenilunio Skuma, vestita da monaca, vaghi per il Golfo di Taranto, cercando il suo amato e sperando nel suo ritorno.

Questa leggenda spiegherebbe il nome di una delle Torri abbattute del Castello Aragonese, Torre della Monacella.

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