The (Whole) Earth is POP

NOTA: Questo articolo è stato scritto al mattino della ottobre 2018. Dopo aver assistito alla celebrazione del 50nario del Whole Earth Catalog a San Francisco, CA. E’ maledettamente importante per capire cosa è accaduto in California negli ultimi 50 anni e come questa regione del mondo è diventata centrale per l’economia, la cultura ed il futuro del Pianeta.

The Whole Earth Catalog (WEC) was an American counterculture magazine and product catalog published by Stewart Brand several times a year between 1968 and 1972, and occasionally thereafter, until 1998. The magazine featured essays and articles, but was primarily focused on product reviews. The editorial focus was on self-sufficiency, ecology, alternative education, “do it yourself” (DIY), and holism, and featured the slogan “access to tools”.

Comprendere l’impatto della frase “access to tools” non è facile al giorno d’oggi.

Per la generazione dei nativi digitali dà per scontato che esistano meraviglie come i vari Wired o Make, il web stesso, wikipedia, i social media etc. Tutte queste cose però non sono nate dal nulla. Tutte queste cose derivano in modo diretto da un nucleo di persone tutte direttamente collegate a gente come Stewart Brand, Kevin Kelly, Howard Rheingold.

Ad esempio Kevin Kelly: https://kk.org is the founding executive editor of Wired magazine, and a former editor/publisher of the Whole Earth Review. Personalmente, ritengo KK il più fine dei pensatori dell’era “digitale”.

Su Amazon trovate i suoi libri. Il primo in cui mi sono imbattuto -attorno al 200- fu “New Rules for the new economy”. Oggi vi segnalerei soprattutto:What Technology Wants

Anni fa, sono stato da Kepler’s book (forse la migliore libreria di tutta SIlicon Valley) per incontrare ed ascoltare KK dal vivo. Lui stava promuovendo il libro “The inevitable” e -scambiate due frasi veloci con me per decidere che dedica scrivere- ha scelto di scrivere “star trek is inevitable”.

Ecco quindi come WEC porta direttamente a WIRED e -attraverso KK- ha contribuito a formare il pensiero stesso della società ed economia digitale. Dai, sorridi di più KK!

Howard Rheingold -famoso per le sue incredibili giacche :D — non è stato da meno. Giusto per dirne una, questo è il tizio che ha coniato la dizione “comunità virtuali” ed è -di fatto- uno dei padri fondatori delle online communities. Ere digitali prima di Facebook.

Howard Rheingold (born July 7, 1947) is an American critic, writer, and teacher, known for his specialties on the cultural, social and political implications of modern communication media such as the Internet, mobile telephony and virtual communities (a term he is credited with inventing).

A lifelong fascination with mind augmentation and its methods led Rheingold to the Institute of Noetic Sciences and Xerox PARC. There he worked on and wrote about the earliest personal computers. This led to his writing Tools for Thought in 1985, a history of the people behind the personal computer. Around that time he first logged on to The WELL — an influential early online community. He explored the experience in his seminal book, The Virtual Community.

Il link tra tutte queste persone è la controcultura hippie e -in generale- il fatto che essi sono Digerati, ovvero: dei digital literati. The digerati are the elite of digitalization, social media, content marketing, computer industry and online communities.

I primi “digerati” vengono da THE WELL, luogo comune di Brand e Rheingold. Lì dentro ci trovate gente come Il Coyote –ovvero John Perry Barlow- co-fondatore della mitica https://www.eff.org EFF a -non a caso- poeta ed autore di molti testi dei Grateful Dead.

Ecco come il PARC, the WELL, WEC, WIRED, sono tutti anelli della medesima catena culturale. Un crogiolo di pensieri non tecnologici nati attorno alla tecnologia. L’humus ideale per trasformare in eroi gente come Woz (vedi post precedenti), e tutti gli altri geni della Silicon Valley.

Valley of Genius: The Uncensored History of Silicon Valley (As Told by the Hackers, Founders, and Freaks Who Made It Boom)

In questo libro ho trovato passaggi illuminanti.

Ad esempio ho trovato dei link che non conoscevo tra Brand ed il Parc, tra il PARC la Apple ed ATARI -il mio brand preferito e la prima company ad avere creato la mentalità ed organizzazione tipica oggi presente in ogni azienda di Silicon Valley- o tra lo stesso Brand e Doug: il mio mito assoluto.

Per chi fosse curioso, un altro mio mito di quei tempi è David Crane, nato in ATARI e co-fondatore di Activision, ma questa è una storia che scriverò un altro giorno. …ma per capirci, Dave -Pitfall- Crane è una di quelle persone che -insieme ad uno sparuto numero di nerd- ha creato l’industria dei videogiochi. Per capire la dimensione di questa rivoluzione, già nei primi anni ’80, la ATARI fatturava oltre 2,5 miliardi di dollari e -da sola- superava l’intero incasso di tutta hollywood.

Di ATARI però non va soltanto coltivato il mito per via dei suoi meriti sulla cultura aziendale, ma anche compresa la storia della “morte”. Valley of Genius la racconta bene, per voce diretta dei protagonisti. Racconta l’enorme impatto emotivo della caduta del titano ATARI. Ma c’è anche un altro modo per vivere il mood di quei giorni, ed ha a che fare con E.T. e la creazione del peggior gioco della storia dei videogiochi. Una cosa creata da una sola -bravissima- persona, che programmava ad ATARI ed alla quale sono state date 6 settimane scarse di tempo per produrre un gioco (normalmente -al tempo- ci volevano 6 mesi almeno) che sarebbe stato prodotto in milioni di copie e che era costato oltre 20MM di dollari in soli diritti di utilizzo (ask Steven Spielberg).

Il nerd che è in me, si è commosso vedendo ATARI: Game Over. Splendido documentario disponibile su Netflix.

In questo nugolo di connessioni è sempre Brand il super-connettore.

Brand fu -in qualche misura- persino coinvolto persino in quella che l’industria chiama: la madre di tutte le demo. Il singolo evento di presentazione più importante della nostra storia recente. Il momento in cui Engelbart -finanziato dalla NASA mostrava al mondo la prima interfaccia grafica ed il primo mouse.

https://www.youtube.com/watch?v=M5PgQS3ZBWA

Stewart Brand è stato protagonista o testimone consapevole ed influente di quasi tutto ciò che di rilevante è accaduto nell’industria della tecnologia negli ultimi 50 anni. Il suo pensiero ha avuto una influenza enorme sull’intera cultura della California, contribuendo come nessun altro a creare il background per imparare, sperimentare, avere un visione. Tutte cose che hanno reso la California -da sola- la quinta potenza economica del pianeta.

Per questo la celebrazione dei 50anni di WEC ha un significato speciale.

The title Whole Earth Catalog came from a previous project by Stewart Brand. In 1966, he initiated a public campaign to have NASA release the then-rumored satellite photo of the sphere of Earth as seen from space, the first image of the “Whole Earth.” He thought the image might be a powerful symbol, evoking a sense of shared destiny and adaptive strategies from people. The Stanford-educated Brand, a biologist with strong artistic and social interests, believed that there was a groundswell of commitment to thoroughly renovating American industrial society along ecologically and socially just lines, whatever they might prove to be.

…e così, è di fatto stato Stewart Brand a dare al mondo quell’immagine priva di confini, con il pianeta azzurro sullo sfondo nerissimo dello spazio, da cui è nata una vera rivoluzione di pensiero, compreso il movimento ambientalista.

Sulla foto in sé, ovviamente Brand non ha alcun merito specifico. La foto è stata realizzata dalla missione Apollo voluta da NASA e -per questa ragione- il primo ospite a calcare il palco del 50nario del WEC è stato Rusty.

Rusty Schweickart è stato astronauta, manager di alcune delle più importanti missioni Apollo, ha una cintura di asteroidi che porta il suo nome e -cosa improbabile per un manager governativo- ha vinto un Emmy Awrad (1969) for transmitting the first live TV pictures from space.

A questo punto va però compreso il messaggio più importante. Così come Shakespeare o Mozart ai loro tempi, WEC è stato un soggetto assolutamente POP. Lo scopo ultimo dei vari Brand, Kelly, Rheingold, ma anche di Woz non era la conoscenza alta ed elitaria: loro hanno sempre fatto tutto per fornire conoscenza e strumenti per FARE alla gente. Come avrebbe poi detto Jobs:”costruire biciclette per la mente”. Oppure, come ho sentito dire ieri a Sal Khan, lo scopo di tutto questo sforzo è stato quello di “riempire i piccoli gap che ti bloccano” e -un tassello di conoscenza dopo l’altro- “creare le condizioni perché la percentuale di persone che è effettivamente in grado di indirizzare i problemi dell’umanità, cresca sempre di più”.

Brand & Kelly ieri non si sono nascosti dietro alcune aura da guru e non hanno riempito la sala con soloni della cultura. Al contrario sono stati intrinsecamente POP, hanno elogiato il mondo infinito degli how-to di youtuber di ogni regione, piuttosto che ragionato sulla stessa Wikipedia. Al posto di un manuale o saggio di qualche scienziato, hanno portato sul palco la favolosa, profonda e super-divertente Simone Gierts di Shitty Robots.

Sperimentare senza paura, come Simone fa su youtube, è un fenomeno enorme. Il riferimento non può che andare al BURNING MAN, oppure a progetti incredibili come quello dell’orologio dei diecimila anni della LONG NOW. Ancora una volta protagonisti Brand e Kelly. Anche se -nel caso dell’orologio- sono più rilevanti personaggi come Brian Eno (si, il musicista) o Danny Hillis (terzo dei miei grandi miti citati oggi).

C’è moltissimo da dire su Long Now, e non è questo il luogo ed il tempo. Mi limito a linkare questo video https://vimeo.com/146022717 il sito della http://longnow.org/ e citare il buon Davide Bocelli, che mi ha iniziato alla Long Now praticamente da quando esiste.

Grazie a Davide abbiamo avuto sia Kevin Kelly che Howard Rheingold protagonisti -in video- a Frontiers Conference. Questo per finire poi con l’apoteosi di avere Stewart Brand -sul palco di un evento Frontiers- il 5 Novembre 2010. Praticamente unico evento di Brand in Italia in anni. Grazie ad un caro amico -e fan di Frontiers- ci fu dato accesso al megaschermo di Piazza Duomo a Milano per pubblicizzare l’evento. Fu super-mitico.

Eppure meno di 150 persone -con la formula “pay as you wish”- vennero ad ascoltare Brand.

Quella serata, trascorsa con Matteo Penzo, Bruce Sterling, lo stesso Davide Bocelli ed altri digerati italiani, fu resa possibile grazie al supporto di persone che di solito amano restare dietro le quinte, tra cui un meraviglioso Alberto Corti, Pino Gonzati (RIP) e Max Ramaciotti. Quest’ultimo forse era destino entrasse in una comunità che più vicina di controcultura di com’è, non potrebbe essere.

Ebbene si,

ieri non sono andato a vedere un comune gruppo di vecchietti. Non era un ritrovo di anziani che si auto celebrava con frasi tipo “ai nostri tempi..” o peggio “quando c’era lui”. 
Non era solo un “concerto” alla Buena Vista Social Club (a proposito: vi ho raccontato di quando ho visto Ry Cooder?) o una reunion modello Crosby, Still, Nash & young. E’ stata una serata dove rileggere la storia, per onorarne i protagonisti. Non molti sono diventati ricchi o hanno fondato aziende di successo. Alcuni hanno sempre soltanto sperimentato la prossima cosa, senza fermarsi ad estrarre denaro da quella che avevano scoperto funzionare.

A me ha fatto effetto essere -probabilmente- l’unico italiano presente. So che c’era in giro qualcuno di Wired Italia, in città per il 25nnale della rivista: ma non li ho incrociati. Un po’ un peccato, perché per capire il mondo di oggi, questa era una gran bella occasione. Avendo scritto questo articolo, spero di aver fatto cosa buona: una cosa POP. Come Jobs che ha “rubato” al Parc (ed il Parc a Doug) o come Brand che ha “rubato” la foto a NASA.

IMPORTANTE: Questa storia della foto dell’intero pianeta è davvero rilevantissima. Ieri, qui al Cowell Theater di San Francisco, gli applausi più lunghi non sono stati rivolti al passato, ma al futuro. Le attiviste e scienziate Stephanie Mills e Stephanie Feldstein, sono state sommerse dall’abbraccio dell’audience per il loro fortissimo appello alla sostenibilità. Perché se è probabilmente vero che sarà la tecnologia a dare una grossa mano per salvare il pianeta e noi con esso, è altrettanto vero che non sarà la tecnologia -da sola- a farlo.

Così, l’immagine della Terra vista da fuori, ancora oggi ci influenza.

Per evolvere, l’accesso ai tools e la sperimentazione resta la via maestra.

Oggi la rivista MAKE (bibbia dei maker made in O’Reilly — c’ero quando venne presentata la prima volta a eTech a San Diego, ed anche allora ero l’unico italiano in sala)

la trovi anche alla cassa del Whole Food o di Safeway (catene di supermercati). Dai garage di Silicon Valley -una startup dopo l’altra- ha visto nascere le aziende di silicon valley. Atari, HP, e -tra le mille- anche la Apple: oggi l’azienda più ricca del mondo. Prima ad aver raggiunto un trilione di dollari di valore (immediatamente raggiunta da Amazon).

Apple è esistita per merito iniziale di Woz, ma soprattutto ha avuto un’anima ed un business (nonché salvata dal fallimento) da Steve Jobs: icona assoluta qui in California. Jobs non ha mai dato a nessuno del “guru”. Tranne che a Stewart brand. Jobs, ha anche reso immortale una frase di Brand, citandola nello speech ispirazionale più bello di sempre.

Steve Jobs compared The Whole Earth Catalog to Internet search engine Google in his June 2005 Stanford University commencement speech. “When I was young, there was an amazing publication called The Whole Earth Catalog, which was one of the bibles of my generation … It was sort of like Google in paperback form, 35 years before Google came along. It was idealistic and overflowing with neat tools and great notions.” During the commencement speech, Jobs also quoted the farewell message placed on the back cover of the 1974 edition of the Catalog: “Stay hungry. Stay foolish.

…dovremmo un po’ imparare dagli americani a celebrare la cultura POP. E con tutto il rispetto forse non si tratta di x-factor (preso a modello anche da alcuni nostri clienti) al posto dei salotti del design “delle sedie”. Credo dovremmo essere profondamente POP, solo -forse- scegliendoci meglio i nostri eroi quotidiani. Io -in DGI- vi assicuro, io ne ho visto alcuni.