Adulti?

Oggi leggendo il Corriere, mi sono imbattuto in un interessante articolo di Giuseppe De Rita che discute sull’utilizzo del termine ‘Popolo’ invitando tutti a non abusarne.

Il punto è capire a chi ci si riferisce quando si parla di popolo, e il sociologo, limita il campione ai soggetti, storicamente definiti adulti, ovvero gli individui tra i 30 e i 65 anni (uomini e donne ovviamente) “ cioè di quella maggioranza attiva (fra i 30 e i 65 anni di età) che manda avanti la ordinaria dinamica dell’economia, che vive più o meno felicemente la quotidianità del sociale, e che peraltro fa maggioranza elettorale”.

E fin qui tutto bene, ma è proprio sulla adultità che De Rita ci mette in guardia, facendo una descrizione piuttosto impietosa sebbene estremamente precisa:

“ in ricerche e sondaggi recenti, riscontriamo una soggettività così spinta, quasi adolescenziale, da fomentare il sospetto (almeno in noi più anziani) che ci sia in essa una consistente vena di immaturità, solo che si pensi che in essa ci sono 6 milioni di persone che hanno scelto e deciso di tatuarsi, 4 milioni di persone che consumano cannabis; 3 milioni di persone che usano integratori alimentari, e oltre mezzo milione che sono patologicamente dipendenti dal giuoco e dalle scommesse, sono cioè in piena ludopatia…
… In proposito, lontano dai rimbombi della comunicazione di massa, si comincia a sospettare che in tali atteggiamenti e comportamenti non ci sia quella maturità umana che nella storia si è identificata con il temine «adulto»”

Questo articolo, che non ha valore di giudizio, apre un significativo dibattito, perché non stiamo parlando di debosciati come una lettura frettolosa potrebbe far presagire, ma del prodotto di un fenomeno che produce uno iato mai verificato nella storia moderna:

“ Per decenni, se non per secoli, si diventava adulto quando si erano terminati gli studi; si cominciava a lavorare; si andava a vivere per proprio conto; si decideva di comprare una casa; si presagiva una prospettiva di matrimonio; si coltivava la possibilità di una carriera professionale e di un avanzamento sociale. Raggiungendo con tutto ciò un equilibrio di vita e di stabilità nel lungo periodo che potevamo chiamare sia maturità che età adulta. Questi tradizionali convincimenti non hanno più riscontro nella realtà dei fatti: il ciclo degli studi non finisce mai; il lavoro non si trova se non in spezzoni piccoli e senza continuità; è sempre più difficile lasciare il grembo sicuro dei genitori; si è sempre più restii a sposarsi ed a fare nuova casa e nuova famiglia (ci si sposa sempre di meno e addirittura ci si sposa solo se si ha la garanzia di poter sciogliere il vincolo); l’avanzamento di carriera è sempre meno possibile, essendosi frenata la mobilità sociale (il cosiddetto ascensore sociale)”.

E chi più, chi meno, questa vicenda l’ha vista sulla propria pelle, in prima persona o sulla pelle dei propri figli. Resta difficile dare torto all’autore.

La questione rimane dunque, a prescindere dal fatto che ‘popolo’ è diventato una specie di concetto omnibus buono per tutte le stagioni che non racconta bene nulla, quanto una semplificazione forzata come quella che cercano di farci digerire, possa dare risposte a questa situazione che, parrebbe, portarci su una china abbastanza faticosa da gestire.